Un “professero” in prova: Mario Filloley e la sua “Lotta di classe”

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Lotta di classe di Mario Filloley, minimum fax (2016)

Quante volte vi è capitato, leggendo su Facebook gli status di alcune persone, di pensare: Dovrebbe scrivere un libro? Ecco, il mio desiderio, nato leggendo gli status di Mario Filloley, è stato esaudito. E la cosa bella dei social è che puoi ritrovare quotidianamente quella voce su una bacheca sempre a disposizione, anche quando il libro è finito e sei dispiaciuta di non “sentirla” più.

Mario Filloley è un teorico-pratico della scuola più attendibile e concreto di moltissimi altri che spendono paroloni e firmano decreti.

La naturalezza, la leggerezza con cui l’autore affronta i problemi e le caratteristiche della scuola di oggi denota una consapevolezza del ruolo, della funzione, della considerazione che alunni e istituzioni hanno degli insegnanti. Attraverso questo diario di un anno trascorso a insegnare a una classe delle medie a Montecatini (lui, siciliano, costretto a trasferirsi per un anno “di prova”), si capisce come è cambiata la scuola, nel bene e nel male, e come gli insegnanti, oltre che con gli stipendi bassi, debbano lottare contro un sistema (rappresentato anche da alcune persone “di potere”) vecchio, obsoleto, chiuso negli anni Cinquanta. Quel sistema che non concepisce che girare un cortometraggio con i ragazzi, basato sul lavoro fatto in classe, non sia istruttivo e formativo tanto (e più) che stare in classe (Sì ma voi in classe non ci state mai, dice la preside al prof che spiega il progetto).

Mario Filloley professore è un po’ come Robin Williams Capitano; cerca di portare la sua esperienza, il ricordo di lui alunno prima, insegnante di liceo poi fra i nuovi ragazzi, comunicare le nozioni in modo da catturarli, anche spiegando le regole della briscola in cinque imparata dallo zio. Un insegnante che insegna ai suoi alunni, proprio quelli che ha davanti, non agli alunni di una scuola media, che dà importanza alle caratteristiche di ognuno, che scende dalla cattedra e si avvicina ai ragazzi. Forse è proprio questa la svolta: in un periodo complicato come il nostro, con pochi punti di riferimento, un professore che cerca di stare accanto ai ragazzi e trasmettere la sua esperienza di alunno, oltre che conoscenza di prof, è fondamentale (vi consiglio questo intervento di Mario Filloley a Quante storie, programma di Rai 3).

Uno dei meriti di Mario Filloley (oltre a un inequivocabile talento naturale per la scrittura, per il racconto e per l’osservazione) è la mancanza totale di retorica, pedanteria. Non è il professore saputello che vuole dire al mondo (dei lettori) come vanno le cose, che critica la scuola, i ragazzi, che cerca l’emozione facile con – magari – qualche vicenda particolare. C’è un ragazzino, nel racconto, che ha evidentemente problemi caratteriali, di relazione; ma l’autore non cede mai alla “retorica dell’handicap”, tanto cara a un certo tipo di linguaggio artistico; racconta un ragazzino fra gli altri, i suoi gesti, le sue particolarità, con uno sguardo tranquillo, mai troppo benevolo, mai troppo accondiscendente, nemmeno dal punto di vista della narrazione. Un professore che non è un santo, a volte non sopporta quei ragazzi sfrontati e a volte svogliati, persi nelle loro cose. Si sforza (e ci riesce) di rendere interessante ciò che loro non immaginano possa esserlo, invece che lamentarsi, e alla fine si affeziona ai ragazzi, costruisce un rapporto unico. E quanto ci rimane male quando scopre che gli alunni, i suoi alunni, chiamano professero non solo lui ma anche quella di matematica e non solo!

A voler trarre le parti migliori di questo libro, si dovrebbe raccontare tutto, dalla prima all’ultima pagina, dalla battuta iniziale alla scena finale, in piazza, con le ragazze, così malinconica e così solare; si dovrebbe raccontare quanto sia amaramente divertente il paragone fra i liceali siciliani e i ragazzi di una scuola media del Nord.
Ma vi toglierei il piacere di leggere una delle voci che in assoluto preferisco. Quindi aggiumgo solo: Lotta di classe, Mario Filloley, minimum fax, leggetelo!

Postilla
Ogni volta che leggo un libro minimum fax mi piace andare fino in fondo, ai titoli di coda, scoprire chi lavora, al momento della pubblicazione, in casa editrice, e leggere la frase scelta per chiudere il volume, tratta dal libro stesso. 
Lotta di classe si chiude con il lapidario: Non si gioca a fotticompagno. Forse in redazione giocano spesso a briscola in cinque…

 

Il libro è un tablet statico da animare. Basta provare

Avvertenze: non sono assolutamente contraria a tablet e tecnologia, non voglio impartire lezioni a nessuno; questo post racconta solo la mia esperienza, dentro casa, con bimbi, tablet e libri. Nessun tablet è stato maltrattato.

Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere un articolo allarmista, come ce ne sono ormai anche troppi, sull’uso smodato dei tablet per intrattenere i bambini nelle situazioni più varie: in casa mentre mamma cucina, al ristorante, perfino al parco giochi, dove, per far cessare i capricci da “ennesimo giro di giostra”, si ricorre al tablet.

Io non demonizzo i tablet, i giochi (mia figlia in prima elementare una pen drive nello zaino dove una maestra illuminata fa caricare ai bambini giochi educativi, cartoni animati che loro stessi creano insieme a lei e le basi del coding). Noi avevamo il telecomando, siamo cresciuti a “pane e bim bum bam” e loro hanno i tablet, è un segno dei tempi. Noi genitori stiamo sempre connessi, sempre reperibili, spesso con il collo piegato a guardare il cellulare e loro, insieme alle Barbie, alle macchinine, ai libri, hanno i tablet.

ciccioA questo punto mi viene in mente un paragone forse azzardato, che nasce quando vedo mio figlio che gioca con le macchinine, gli animali, sfreccia neanche fosse Valentino Rossi su moto, tricicli e mezzi vari… e sfoglia libri su libri, da solo o con me (è lui che mi fa mettere seduta e si siede sulle mie gambe con il libro in mano; sono bastate un paio di volte in cui fossi io a gestire il gioco e adesso lo fa lui). Per lui i libri sono giochi, sono pieni di figure da scoprire, colori, suoni (che lui produce, ma pur sempre suoni), sono pieni di stimoli. Attivi. Se ci pensiamo, anche i tablet per i bambini sono giochi, pieni di figure in movimento, colori e suoni. Quindi paradossalmente possiamo dire che un libro può essere un tablet statico da animare a piacere. Continua a leggere

La libreria che non ti aspetti: Il giro del mondo in 80 libri

12717575_1102903676428749_7996214263235181827_nNon sono 80 i libri che Donatella propone nella sua libreria; 80 sono i libri con cui usciresti la prima volta che entri e passi un po’ di tempo a girare fra gli scaffali.
Nel quartiere Aurelio, in via Giorgio del Vecchio, a un passo dai nuovissimi palazzi Papillo in via di Val Cannuta e a poche centinaia di metri (in un caso, decine) dalle scuole e dagli asili del quartiere, è una libreria che non ti aspetti. E che per questo è ancora più speciale. Donatella ha investito energie ed entusiasmo (e ne ha anche per tutti i clienti, fornitori, amici della libreria) e ha scommesso su un posto poco di passaggio, ma dove non ci sono tante realtà (anzi, non ce ne sono affatto) come questa. Un posto dove entrare, abbandonando ogni preconcetto, ogni pensiero, e abbandonarsi alle storie. Ce ne sono tante, sui libri delle più belle case editrici per bambini e ragazzi, sono a completa disposizione dei bambini, che possono sedersi sul tappetone centrale o, nella stagione più mite, approfittare del giardino, e guardare, sognare, scegliere, rilassarsi.
Donatella offre il caffè, legge (recita) i libri (quando sono andata io, era alle prese con una bimba appassionata di Leo Lionni), li consiglia, li racconta come si dovrebbero raccontare i libri: con gli occhi che brillano e la pelle d’oca. Continua a leggere

Non è un gioco da ragazzi: Non devi dirlo a nessuno di Riccardo Gazzaniga

Gazzaniga_nessunoSeguo Riccardo Gazzaniga fin dalla vittoria al Premio Calvino con A viso coperto e non vedevo l’ora di “leggerlo” di nuovo. Per tutto questo tempo, noi fan ci siamo “consolati” sbocconcellando il profilo e la pagina Facebook dove, oltre a post interessanti e sano cazzeggio, regala stupende mini biografie (mini nelle battute, maxi nei contenuti) di personaggi poco noti che hanno compiuto piccole grandi imprese. Biografie che fanno il giro del mondo, vengono copiate, pubblicate, a volte saccheggiate.

Ho iniziato a leggere il romanzo un po’ condizionata dal fatto che fosse venuto fuori l’imprinting spiccatamente Kinghiano (difficile non pensare Stand by me e It fra tutti) e una ricerca storica e sociale meticolosa sugli anni Ottanta. Quindi, come sulle montagne russe delle tanto attese fiere di paese, quando tutti eravamo ragazzini, in vacanza, e aspettavamo i carrozzoni per “svoltare” le serate, mi sono lasciata trasportare dall’onda dei ricordi. Ho ritrovato il Califfone, il Twister, le spalline incastrate sotto le bretelle del reggiseno, i giornaletti erotici che gli amici maschi consumavano (letteralmente), Jon Bon Jovi.

E mi sono chiesta: un lettore di un’altra generazione (più o meno giovane) può riconoscersi o entrare emotivamente nella vicenda? Continua a leggere

I “lav” you Lavieri

gedeoneIl colpo di fulmine è scattato quando un’amica ci ha regalato Gedeone, tigre in pensione. Dico “ci” perché in realtà il libro era per mia figlia allora piccola piccola, ma me ne sono innamorata anche io.

Lo abbiamo letto, recitato, guardato, amato (questa storia di una grossa tigre di peluche che finisce nelle mani di un bimbo un po’ discolo, diventa la sua compagna di avventure e piccole disavventure fino a fargli compagnia, nella sua camera da ragazzino, godendosi la pensione) per anni. Oggi lo leggiamo insieme al fratellino, che ruggisce e già lo ama anche lui.

gattostregatoDa Gedeone il passo verso un capolavoro quale è Il gatto stregato illustrata dal mitico Massimiliano Frezzato, è stato breve. Come resistere alla streghetta dagli occhi grandissimi e al suo gattino, che in copertina, con i suoi occhi grandi e la sua zucca sembra dirti: “Dai, portami con te”. Storia dolcissima di amore e di amicizia: con un gatto di strega pasticcione si innamora di una gattina e cerca la magica pozione per conquistarla; nel frattempo la streghetta e il padrone della gattina diventano amici. Una lunga filastrocca, raccontata egregiamente da Paolo Cossi, che abbiamo quasi imparato a memoria e che ci strappa sempre un sorriso. Continua a leggere

Case editrici, un nuovo concept: AutoRIuniti

logo_DEF_trasp_per_sito-1Autori Riuniti è un nuovo, nuovissimo progetto nato a Torino, è una casa editrice i cui editor, correttori, grafici, selezionatori, comunicatori sono gli autori. Senza filtri e mediazioni.
In linea generale, funziona così: un autore scrive un romanzo, lo sottopone al vaglio insindacabile del collettivo di “colleghi” e, se l’opera è ritenuta valida e pubblicabile, si mette in moto la macchina editoriale. Solo che a “guidarla” saranno altri autori che secondo professionalità e attitudini si  occuperanno di editare, impaginare, correggere, promuovere.

A questo punto facciamo qualche domanda agli ideatori del progetto, per capire meglio la genesi del progetto e le prossime mosse degli Autori Riuniti.

Come è nata l’idea di formare una casa editrice così particolare?
Dopo un lungo e appassionato percorso nel mondo editoriale, comune a tutti i soci fondatori, ricoprendo vari ruoli, dal lettore per case editrici all’editor, dall’autore al gestore di laboratori ed iniziative letterarie, l’idea è nata spontaneamente. “E se ci provassimo noi, ora? Se provassimo noi a far nascere una casa editrice, a metterci in gioco in prima persona?”. Dopo poco meno di un anno, oggi, siamo qui.

Come reclutate i vostri autori?
In diversi modi. Il più tradizionale è la ricezione di e-mail. Leggiamo tutti i manoscritti che ci pervengono – e sono tanti! – e cerchiamo di rispondere in tempi brevi: speravamo entro tre mesi, ma abbiamo visto che ci occorre qualche tempo in più, per poter dedicare ad ogni testo una lettura approfondita. Rispondiamo a tutti, perché la nostra idea è che un rifiuto ad un libro non è un rifiuto all’autore.
Abbiamo attivato una collaborazione con il Calvino, per cui monitoriamo attentamente i testi inviati al concorso per esordienti più importante d’Italia. E stiamo attivando un progetto particolare: lo sportello manoscritti. Un appuntamento fisso, nelle librerie indipendenti ma non solo, nel quale sia possibile per gli aspiranti scrittori incontrarci fisicamente, parlarci dal vivo, presentarci direttamente il loro libro. Per noi, come dicevamo, il contatto diretto con l’autore è fondamentale.

Tutti possono far parte della squadra o vi basate su criteri di selezione, per arginare le richieste che immagino saranno numerosissime?
Abbiamo criteri di selezione molto seri e, purtroppo, tanti manoscritti non rispondono a questi criteri. Sono pochi gli autori che hanno il coraggio di nascondere il proprio ego a favore della narrazione. Vorremmo attestarci sulle 6/8 uscite annuali, in modo da dedicare la giusta attenzione, massima cura, tempo e risorse ai libri che pubblichiamo. Alcuni testi non sono “ancora” pubblicabili: in quel caso cerchiamo di spronare gli autori a migliorarli, a intervenire ancora sul testo.
Vorremmo che Autori Riuniti fosse anche questo: una sorta di spazio di confronto tra chi scrive, che mantenga con l’autore, ogni autore, anche quello rifiutato, una relazione, un legame. Ci sono poi autori che si sono appassionati al progetto e, pur non avendo libri da pubblicare, hanno chiesto di collaborare comunque, come lettori, editor, correttori, grafici: noi accogliamo volentieri tutte queste risorse.

Per quanto riguarda i criteri di selezione, noi cerchiamo autori che abbiano tre elementi indispensabili: una storia, la capacità di raccontarla, uno stile originale. Gli autori collaborano attivamente nella “produzione” dei libri.

Avete scelto editor, correttori, grafici fissi, di riferimento o di volta in volta affidate il lavoro a chi è più disponibile?
Non ci sono ruoli fissi o incarichi prestabiliti. Non ci sono impegni stringenti o vincolanti. Ognuno è libero di offrire il suo contributo nei modi, tempi e occasioni che meglio ritiene. Questo perché il nostro progetto deve basarsi su un’adesione di cuore: partecipare, in qualsiasi modo, alla casa editrice deve essere un atto di passione. Solo così crediamo di poter coinvolgere e far sentire a casa chi ci aiuta.

In che modo promuovete le vostre pubblicazioni? Avete un canale diretto con le librerie o vi affidate a un distributore?
Siamo distribuiti da Messaggerie e promossi da Emme Promozione. I nostri libri sono in tutte le librerie d’Italia, fisicamente a scaffale o comunque ordinabili. Il nostro scopo è far sì che i nostri libri vengano trovati e letti dal più ampio numero di lettori. Particolare attenzione rivolgiamo alle librerie ndipendenti, che riteniamo essere un po’ i nostri “soci” naturali, per competenze, capacità, valore professionale. Poi contiamo moltissimo sui social: sono mezzi che permettono un contatto diretto coi lettori.

C’è uno staff che coordina il lavoro di tutti? Vi va di presentarvi?
I soci fondatori sono tre: Vito Ferro, Andrea Roccioletti e Alessio Cuffaro. Veniamo da percorsi professionali (parlando di editoria) molto simili, anche se i nostri caratteri in realtà sono molto diversi: e ciò è un bene, perché ci sentiamo stimolati continuamente e questa differenza ci aiuta a vedere le cose in maniera sempre diversa, più completa, sfaccettata, più ricca.

Le vostre prime due collane sono I nasi lunghi e Le gambe corte. Complimenti per i titoli, che sicuramente sono accattivanti e attraenti. Ci raccontate come sono nati e che caratteristiche hanno?
In inglese la narrativa viene chiamata fiction. Oltre all’omaggio a Pinocchio, c’è la volontà di elevare la più splendida delle bugie, l’invenzione di storie e la comunicazione di idee, al ruolo che merita: un agire umano indispensabile, vitale, un bisogno insopprimibile dell’animo umano. Senza storie, senza idee, senza libri dovremmo tutti accontentarci della realtà quotidiana: e ciò sembra troppo pericoloso.
Le storie inventate, pur essendo prodotti di fantasia e quindi “irreali”, hanno ricadute e conseguenze vere e reali sulle persone, a livello fisico, sulle emozioni, i ricordi, le sensazioni, ma anche sociali, culturali, politiche. L’immaginario è realmente il serbatoio da cui attingere per vivere meglio la propria esistenza.

Siete consapevoli che con un minimo di pubblicità e promozione, sarete sommersi dalle richieste di pubblicazione da tutti gli aspiranti scrittori (che sono quasi più dei lettori) italiani; come pensate di far fronte alla enorme mole di lavoro che vi aspetta?
Con un semplice accorgimento: la pazienza. Man mano che il collettivo crescerà sarà più semplice distribuire il carico di lavoro e gli incarichi, per adesso faremo come sempre: rimboccandoci le maniche e occupandoci di ogni aspetto della casa editrice col massimo impegno e tutta la dedizione possibile.

Sono uscite le vostre prime due pubblicazioni (Questo libro si può anche leggere, antologia di racconti e insieme manuale di tecniche narrative e La distrazione di Dio, romanzo d’esordio di Alessio Cuffaro in cui invenzione e approfondimento psicologico danno vita a un’opera corposa e interessante); che progetti avete per il futuro?
In autunno usciranno altri tre libri: La vita avanti di Vito Ferro a settembre, Il nome dell’isola di Fabio Greco (finalista al Premio Calvino 2014) a ottobre e Diranno di me di Andrea Roccioletti a novembre. Stiamo lavorando poi sulla strenna natalizia e su un progetto interessante di testi brevi, entrambi ancora top secret.

Di seguito i vostri contatti. Cosa deve fare un autore per “entrare in squadra”? Basta inviare un manoscritto in valutazione o avete pensato a procedure standard per “affiliarsi”?
Come si diceva prima, i modi sono molteplici. Mandarci una mail, contattarci via social, presentarsi alle fiere o allo “sportello manoscritti”. Noi siamo pronti ad accogliere chiunque abbia voglia di dare un contributo utile al progetto.

Il sito di Autori Riuniti: http://www.autori-riuniti.it/
Per contattare la casa editrice: info@autori-riuniti.it
Facebook: https://www.facebook.com/autoririuniti/
Twitter: https://twitter.com/AutoriRiuniti
La sede: Via Lombriasco, 7 – Torino

Self publishing: intervista a Stefano Terrabuoni

Stefano Terrabuoni scrive per passione. Inizia presto e si ferma per trent’anni. Poi riprende con successo e mentre lavora come informatico (con successo anche in quel caso) scrive e… autopubblica.
In una lunga e piacevole chiacchierata (in parte dal vivo, ai tavolini dei bar del centro di Roma e in parte tramite uno scambio epistolo-digitale) abbiamo chiesto a Stefano quali siano le ragioni, i vantaggi (e gli svantaggi) di un’autopubblicazione e lui ci ha raccontato perché scrive e perché ha scelto, per ora, di non avere un editore. E oltre al suo personale punto di vista sull’editoria e sul mondo dei libri, che accomuna tanti che scelgono l’autopromozione, ci regala una miniguida per chi vuole autopubblicare.

Ciao Stefano. Inziamo dal principio. Quando hai iniziato a scrivere e perché?
Ho cominciato a scrivere a 15 anni come tutti gli adolescenti e ho proseguito fino a venticinque o giù di lì. Partecipavo persino un gruppetto di lettura dei racconti che scrivevamo. Allora non c’era il computer e si scriveva a mano non c’era l’autopubblicazione. Partecipai anche a un concorso de l’espresso. Ricordo la fatica di ricopiare con la macchina per scrivere tutto il racconto.
Poi c’è un buco nero di circa 30 anni. Lavoro, carriera, in giro per il mondo, tra i nomi che contano nell’informatica italiana. Lasciai da parte la scrittura e rimase nel cassetto anche quando ci fu la grande crisi dell’informatica nel 92 e io mi convertii a fare il consulente e il gestore di progetti.
Ripresi a scrivere nel 2010. In un momento di cambiamento decisi di allontanare da me molte negatività che mi circondavano. Riprendere a scrivere fu un fatto istintivo, come se, attraverso di essa, riuscissi a riprendermi la mia anima per lungo tempo scollegata dalla mente. Mi è servito perché mi ha aiutato nel cambiamento e complice è stata l’auto pubblicazione. La possibilità di stampare dieci copie anche solo per te a prezzo irrisorio è stato sicuramente un incentivo a finire il primo libro.

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