La libreria con l’altalena: il Maggiolino cantastorie (Roma)

Il Maggiolino cantastorie, via della Consolata 22, Roma (nei pressi di Villa Pamphili)

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Se non fosse un’imprenditrice, e quindi con i piedi ben saldi per terra, si direbbe che la proprietaria di questa bellissima libreria possa essere una fata, che svolazza tra gli scaffali con i libri in esposizione e lo spazio laboratorio adiacente alla sala principale.
Si respira passione, amore per i libri e per i bambini, creatività e fantasia in questa libreria. La mia bimba di 4 anni e mezzo è rimasta incantata da un oggetto che tutti, anche noi adulti, vorremmo avere in casa: un’altalena con un’asse di legno come sedile, appesa al soffitto. Come Holly Hobbie, ci si può dondolare spingendosi con i piedi, guardando intanto quello che ci circonda. Continua a leggere

La lucidità del distacco nel romanzo di Marco Peano

Marco Peano, L’invenzione della madre, minimum fax *Nichel* (2015), 252 pagine, 14 euro

invenzione_della_madreQuando si vive con un malato terminale, l’attenzione, fisica e psicologica, si concentra su di lui (o lei, come in questo caso) e tutto il resto, anche i pensieri, passano in secondo piano, diventano accessori, incisi della propria vita. Parentesi. L’autore rende molto bene, dal punto di vista stilistico e concettuale, questa situazione: chiude tra parentesi lunghi periodi, lunghi incisi nella storia principale, come se il protagonista volesse prendersi una pausa dal dolore. Anche i ricordi, come a volerli preservare dal deteriorarsi, sono racchiusi fra parentesi, custoditi in uno spazio intimo, a cui solo il lettore ha accesso, in punta di piedi.

Niente sembra avere più importanza e la vita che scorre attorno al protagonista, Mattia (l’unico di cui conosciamo il nome) sembra come in background rispetto all’altra vita scandita da analisi, pillole, ospedali, segnali. Di nessuno, nemmeno della madre, così importante nella storia, è dato conoscere il nome. Questa assenza ha un effetto ancora più forte rispetto al fatto che nella malattia, a volte, non si è più persone ma si diventa personaggi, attaccati al filo che prima o poi verrà reciso e che al centro rimane, più che il malato, chi è in attesa. Gli altri sono solo presenze accessorie, da mettere in secondo piano per riprenderle dopo. Continua a leggere

Jhumpa Lahiri: e il cerchio si chiude

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Jhumpa Lahiri ha scritto un libro in italiano, In altre parole. Senza traduttore, ma solo con amore e con tanti amici (come dice lei stessa) che le davano consigli. La prima cosa che mi sento di fare è ringraziarla per aver reso omaggio alla nostra lingua (che conosce molto meglio di tanti italiani) e ai nostri scrittori, classici e contemporanei che ha letto e amato (molto più di tanti italiani).

Un’opinione critica (nel senso primario di “valutazione e analisi”) del libro viene proprio da lei nelle ultime pagine: si potrebbe dire che la mia scrittura in italiano sia una specie di pane sciapo. Funziona, ma il solito sapore non c’è. Forse troppo critica verso la sua esperienza, ma in fondo non ha torto: il sapore dei suoi precedenti romanzi e racconti è talmente eccezionale, speciale, che la sua scrittura in italiano, seppure ottima, perde un po’ di sale.

Il sapore, lo stile, il modo lieve, delicato di raccontare è uno degli aspetti principali che mi fanno tornare con fame sui sui libri. Le storie sono speciali, si seguono con piacere, tutte. Sono storie importanti, che scoprono il nervo delle origini, delle tradizioni, che forse, da come si evince, vanno “allontanate”, a volte rinnegate per essere poi riscoperte e amate, rispettate. Ma il sapore che riesce a dare alla narrazione, la sensazione che il lettore (almeno io) prova nel leggere Jhumpa Lahiri rende veramente eccezionale una scrittrice che amo e seguo fin dal suo esordio. Ovunque ti trovi a leggere, lei ti porta sulla tua poltrona preferita, accoccolata sotto la coperta più morbida e calda che hai, con il tuo maglione più comodo e una tazza di tè zenzero e cannella da sorseggiare all’infinito. Magari con il camino acceso. La sua scrittura scalda il cuore, coccola, culla, come una bella favola a un bambino che sta per addormentarsi. Nonostante i temi forti, importanti, è una carezza.
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Esce Se mi vuoi bene… e io leggo Cento giorni

Fausto Brizzi, Cento giorni di felicità, Einaudi *Einaudi. Stile libero big* (2013), 393 pagine, euro 18,50

100-giorni-di-felicita1_oggetto_editoriale_720x600Sono strana, lo so. Pochi giorni fa è uscito Se mi vuoi bene e a me è venuta voglia di leggere Cento giorni di felicità. Sono sempre stata attratta dalla copertina con la ciambella – ricorrente nel romanzo – mordicchiata, dal sentirne parlare, dalla scrittura che, piluccata fra gli scaffali della libreria, mi è sembrata subito semplice, scorrevole, poco impegnativa e quindi ho deciso di addentarlo.

La lettura è stata piacevole, scorrevole, non impegnativa, nonostante il tema (al protagonista viene diagnosticato un cancro, gli vengono prospettati cento giorni di vita, che lui decide di sfruttare al massimo e “recuperare il tempo perduto”), positiva e solare (nonostante il tema).
L’impressione che ho avuto è che si trattasse di “niente di particolarmente nuovo”, di cui stupirsi, su cui riflettere, da divorare con occhi, anima e corpo. Mi è sembrato un libro… da leggere. Che detta così sembra una banalità, sicuramente lo è. A che servono i libri se non a essere letti? Bè, sono più le volte in cui ci affanniamo a cercare un senso, un messaggio, un significato, una verità in un libro, anziché semplicemente leggere. E basta. Ascoltare una storia e non voler per forza che sia una pietra miliare, una storia che ricorderemo per il modo in cui è raccontata, per i suoi personaggi fuori dal comune, per le situazioni estreme. Continua a leggere

Lacci di famiglia nel romanzo di Domenico Starnone

Domenico Starnone, Lacci, Einaudi *Supercoralli* (2014), 133 pagine, euro 17,50

starnone_lacciLacci è un libro perfetto. Perfetta la storia, perfetto il punto di vista, perfetto lo stile. Non c’è nemmeno una parola, una frase, un dialogo fuori posto, che poteva essere “tagliato”, modificato. Va benissimo così com’è. Ed è un vero piacere leggerlo, nonostante lasci inevitabilmente l’amaro in bocca.

Si dice spesso che una volta (la volta dei genitori di chi adesso ha tra i quaranta e i cinquant’anni) i matrimoni duravano tutta la vita perché si era più disposti al sacrificio, al compromesso. Sì, forse è vero, ma a che prezzo? La risposta (una possibile, ma piuttosto realistica) a questa domanda è il romanzo di Domenico Starnone. Continua a leggere