Stefano Tofani e i suoi “fiori a rovescio”

Posso dire di averlo visto nascere, questo libro, forse anche prima che il “padre” ne fosse consapevole. Era il 2002, conoscevo Stefano da pochi mesi, vivevamo praticamente chiusi per 10 ore al giorno in un sotterraneo degli uffici RAI di Firenze a cercare di imparare “teorie e tecniche per creare contenuti web”. Fra una lezione e l’altra capitava di chiacchierare e Stefano e io avevamo scelto un divano rosso, in fondo al lungo corridoio gremito di colleghi diventati amici in breve tempo. Su quel divano, mentre si parlava di Casa, delle nostre vite fino a quel momento e di quello che avremmo voluto che diventassero, ho intuito che Stefano avesse un grande talento per il racconto.
Sono passati tanti anni, Stefano ha continuato a scrivere, ha vinto premi e concorsi, ha camminato, corso, ha rallentato e finalmente è arrivato a una delle tappe più importanti per uno scrittore: una casa editrice come Nutrimenti, che si prende cura dei suoi talenti, dà realmente voce ai narratori, anche giovani, esordienti.

Tanti amici stanno leggendo il romanzo e tutti ne sono colpiti sotto tanti punti di vista. Uno degli aggettivi che sento più spesso è che sia “umano”, nel senso più ampio di “vero”, delicato, vario come la vita, come i sentimenti, non costruito.

Su La poesia e lo spirito (qui) trovate la mia lettura. Io sono curiosa di leggere la vostra.

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La raccolta di racconti sui “bambini invisibili” di Luca Martini

Luca Martini, Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, Pequod (2018).

Luca Martini punta un faro su tutti quei bambini (e adulti) invisibili, che magari incontriamo di sfuggita nelle cronache concitate delle nostre giornate, o incrociamo a scuola, nei discorsi dei nostri figli, e troppo spesso non vediamo.
Quindici racconti che sono quindici istantanee della nostra vita, non solo quella degli altri e che ci mettono davanti a domande a cui forse non sapremo mai dare una risposta, ma che è importante porci, non rimanere indifferenti.


Su Facebook l’autore ha pubblicato questa foto molto significativa nel gesto che cattura. Lui stesso ha dichiarato che è stata di ispirazione per uno dei racconti più intensi e veri della raccolta. Siamo in ospedale. Un bambino di cui non sappiamo nulla è malato, un numero in una corsia, un corpo da curare mentre distrattamente si fanno battute sulla propria giornata o sul tempo. All’improvviso un uomo, un adulto, un professionista è come se si accorgesse di quel bambino, che da corpo diventa anche un’anima ben visibile, da accudire, coccolare, curare. E quando è impossibile, da compiangere. (L’unico momento di quiete). Si instaura una relazione empatica come poche, soprattutto in un ambiente in cui agli adulti è richiesto di “schermarsi”, non partecipare troppo al dolore. Continua a leggere

Io e Hakan Günday: punto e a capo

Era gennaio del 2016, la mia vita stava prendendo una piega diversa. Un messaggio il 31 dicembre mi aveva dato la sveglia e fatto capire che qualcosa doveva cambiare, anzi, dovevo cambiare. Poco dopo arrivò una telefonata: “Ti andrebbe di accompagnare Hakan Günday in qualche tappa del suo tour nelle radio e tradurre le interviste?”. Avevo bisogno di buttarmi e, in maniera forse molto incosciente, ho detto Sì.
L’esperienza è stata bellissima, mi è servita per chiudere un capitolo e aprirne uno nuovo. Ho dato il meglio di me che non è stato sicuramente abbastanza, magari avrei fatto meglio a rifiutare, ma se avessi detto di no non avrei avuto modo di conoscere uno scrittore, una persona splendida, con una mente aperta, che raccontava dalla “pancia dell’Europa”, la Turchia, ciò che succedeva in quel crocevia di storia, di persone.

Il libro che ho letto per prepararmi al tour mi ha aperto la mente e il cuore, mi ha fatto vedere cosa c’è “prima” degli scafisti, tutto quel sottobosco di smugglers, i “trafficanti di uomini” che prendono i migranti dalle loro terre e li trasportano, stretti nei cassoni dei camion, fino al confine, al mare. Parlare con lui mi ha fatto capire tantissime cose che nessuno racconta, di come fino a qualche anno fa i morti in mare fossero solo dei numeri in trafiletti sui giornali e di come lui abbia sentito la necessità di raccontare. E aprire gli occhi al mondo, vorrei aggiungere.

Qui, su lapoesiaelospirito.wordpress.com, la mia lettura del suo libro. E il mio ringraziamento a Claudia Tarolo e Roberta Solari della casa editrice Marcos y Marcos che mi hanno, proprio in quel momento, convocata.

Bimbo chi legge: 2-4 anni (circa)

Una storia piena di lupi, testo di Roberto Aliaga, illustrazioni di Roger Olmos, traduzione di Antonella Lami, Logos edizioni (2012)

La sensazione che provo quando mio figlio apre la borsa, spalanca gli occhi e mi dice: “Mamma, c’è libbo?” è simile alla ola del 2006 quando l’Italia ha vinto i mondiali. Un nanetto di due anni e mezzo che cerca i libri è uno spettacolo! E assecondare i suoi gusti è molto divertente.
In questa crociata pro-lettura ho come fedeli alleate la coordinatrice e le educatrici del nido che Riccardo frequenta (il nido delle suore Francescane Angeline, presso la CEI di Roma), che da anni si impegnano a far “giocare” i bambini con i libri. Quest’anno hanno fatto un passo in più, creando uno spazio biblioteca: non solo scaffali con libri a disposizione, quello va da sé, anche se non è affatto scontato. Ogni giovedì, noi genitori dei bimbi più grandi “entriamo” in una stanza allestita appositamente con cuscini, tappeti e librerie e scegliamo, insieme ai piccoli, uno o due volumi da portare a casa per una settimana. I bambini si abituano al prestito (con la coordinatrice e le educatrici compiliamo schede di prestito e di restituzione) e condividono una delle attività principali con mamme, papà e fratellini, riportandone le emozioni poi al nido.
Sedersi tranquilli, accolti da musica, acqua, caramelle, e lasciarsi consigliare, oltre che dalle scelte mirate e studiate dallo staff, anche dai gusti dei bambini e dalla loro attitudine in un determinato momento, è un’attività magica, tempo di qualità che dedichiamo a loro e a noi come famiglia.
Nicoletta ha letto al fratellino vagoni interi di Topo Tip o le avventure con vasini, dentisti, pappe e nanne di Anna e Mattia (visto che sta imparando a leggere, è un buon esercizio anche per lei).
Avere una biblioteca al nido e una libreria a casa permette ai bambini di spaziare, cercare, scegliere cosa leggere, come sceglierebbero (e lo fanno, ovviamente) la Monster High, la Barbie o la macchinina con cui giocare e lo scambio di suggerimenti, gusti, attitudini è sempre estremamente positivo.

Alcuni dei libri preferiti di Riccardo (2 anni e mezzo)
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La vita addosso: Born to lose di Nicoz Balboa

Nicoz Balboa ha la vita tatuata addosso; ogni suo tatuaggio parla di un’esperienza, un momento, una sensazione, un sentimento. E Born to lose (Coconino press 2017, 189 pagine, 19 euro) si incastra perfettamente in questa dinamica: lei è un’artista, non solo perché i suoi tatuaggi sono vere opere d’arte, quadri sulla pelle, o perché ha partecipato a mostre importanti in Italia e in Europa. Lei pensa e traduce i suoi pensieri in arte. Che sia un tatuaggio, un disegno, un quadro o un’incisione su linoleum.

Da questo suo circondarsi di arte e artisti è venuto lo stimolo per questo suo ambizioso progetto: raccontare le sue giornate, come una ragazza con il suo diario segreto, attraverso disegni schizzati su una Moleskine. Vittorie, fallimenti, pensieri, gite e pic nic, lavoro, amore, e la sua bimba meravigliosa: le sue giornate a colori vivaci e disegni che hanno il suo personalissimo e originale stile riportate sulla leggendaria carta beige a righe di una Moleskine. Da questo connubio nasce la MoMeskine, la moleskine di una giovane mamma che per amore lascia la sua città (Roma) e si trasferisce in una stupenda (ma “fredda”) cittadina a sud della Francia, sul mare. Continua a leggere

Ascoltare il canto di Kent Haruf

Canto della pianura di Kent Haruf è un libro che mi ha stupito. Pubblicato anni fa da una grossa casa editrice ma passato inosservato, è stato sapientemente ripresentato da NN editore che ne ha riconosciuto il grande valore, scegliendo di affidarne la traduzione a Fabio Cremonesi − traduttore abituale di Haruf − che ha saputo dare una perfetta voce all’autore americano scomparso poco più di due anni fa.
Grazie quindi alle edizioni di Alberto Ibba, questo romanzo meraviglioso è arrivato a casa mia, e poi nel mio cuore. E mi sono trasferita per una decina di giorni a Holt, la piccola cittadina di campagna dove è ambientata la storia.
Evito sempre di informarmi troppo su un romanzo che sto per leggere, per non farmi influenzare, e per qualche ragione mi aspettavo una prosa ricercata, carica, magari una struttura complessa e una storia intricata. Sono stata invece smentita da Canto della pianura ché si è rivelato un romanzo capace di scavare nel profondo dell’animo umano, al di là del suo tono semplice, di raccontare la vita, la più viscerale, fatta di sudore, sangue, dubbi, nascita e morte. E la racconta attraverso pochi – e perfetti – personaggi che si muovono in una struttura ben definita: ogni capitolo è focalizzato su uno di loro e la storia procede nell’alternanza dei punti di vista, riferiti da una voce narrante molto partecipe delle vicende di ognuno.

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Un “professero” in prova: Mario Filloley e la sua “Lotta di classe”

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Lotta di classe di Mario Filloley, minimum fax (2016)

Quante volte vi è capitato, leggendo su Facebook gli status di alcune persone, di pensare: Dovrebbe scrivere un libro? Ecco, il mio desiderio, nato leggendo gli status di Mario Filloley, è stato esaudito. E la cosa bella dei social è che puoi ritrovare quotidianamente quella voce su una bacheca sempre a disposizione, anche quando il libro è finito e sei dispiaciuta di non “sentirla” più.

Mario Filloley è un teorico-pratico della scuola più attendibile e concreto di moltissimi altri che spendono paroloni e firmano decreti.

La naturalezza, la leggerezza con cui l’autore affronta i problemi e le caratteristiche della scuola di oggi denota una consapevolezza del ruolo, della funzione, della considerazione che alunni e istituzioni hanno degli insegnanti. Attraverso questo diario di un anno trascorso a insegnare a una classe delle medie a Montecatini (lui, siciliano, costretto a trasferirsi per un anno “di prova”), si capisce come è cambiata la scuola, nel bene e nel male, e come gli insegnanti, oltre che con gli stipendi bassi, debbano lottare contro un sistema (rappresentato anche da alcune persone “di potere”) vecchio, obsoleto, chiuso negli anni Cinquanta. Quel sistema che non concepisce che girare un cortometraggio con i ragazzi, basato sul lavoro fatto in classe, non sia istruttivo e formativo tanto (e più) che stare in classe (Sì ma voi in classe non ci state mai, dice la preside al prof che spiega il progetto).

Mario Filloley professore è un po’ come Robin Williams Capitano; cerca di portare la sua esperienza, il ricordo di lui alunno prima, insegnante di liceo poi fra i nuovi ragazzi, comunicare le nozioni in modo da catturarli, anche spiegando le regole della briscola in cinque imparata dallo zio. Un insegnante che insegna ai suoi alunni, proprio quelli che ha davanti, non agli alunni di una scuola media, che dà importanza alle caratteristiche di ognuno, che scende dalla cattedra e si avvicina ai ragazzi. Forse è proprio questa la svolta: in un periodo complicato come il nostro, con pochi punti di riferimento, un professore che cerca di stare accanto ai ragazzi e trasmettere la sua esperienza di alunno, oltre che conoscenza di prof, è fondamentale (vi consiglio questo intervento di Mario Filloley a Quante storie, programma di Rai 3).

Uno dei meriti di Mario Filloley (oltre a un inequivocabile talento naturale per la scrittura, per il racconto e per l’osservazione) è la mancanza totale di retorica, pedanteria. Non è il professore saputello che vuole dire al mondo (dei lettori) come vanno le cose, che critica la scuola, i ragazzi, che cerca l’emozione facile con – magari – qualche vicenda particolare. C’è un ragazzino, nel racconto, che ha evidentemente problemi caratteriali, di relazione; ma l’autore non cede mai alla “retorica dell’handicap”, tanto cara a un certo tipo di linguaggio artistico; racconta un ragazzino fra gli altri, i suoi gesti, le sue particolarità, con uno sguardo tranquillo, mai troppo benevolo, mai troppo accondiscendente, nemmeno dal punto di vista della narrazione. Un professore che non è un santo, a volte non sopporta quei ragazzi sfrontati e a volte svogliati, persi nelle loro cose. Si sforza (e ci riesce) di rendere interessante ciò che loro non immaginano possa esserlo, invece che lamentarsi, e alla fine si affeziona ai ragazzi, costruisce un rapporto unico. E quanto ci rimane male quando scopre che gli alunni, i suoi alunni, chiamano professero non solo lui ma anche quella di matematica e non solo!

A voler trarre le parti migliori di questo libro, si dovrebbe raccontare tutto, dalla prima all’ultima pagina, dalla battuta iniziale alla scena finale, in piazza, con le ragazze, così malinconica e così solare; si dovrebbe raccontare quanto sia amaramente divertente il paragone fra i liceali siciliani e i ragazzi di una scuola media del Nord.
Ma vi toglierei il piacere di leggere una delle voci che in assoluto preferisco. Quindi aggiumgo solo: Lotta di classe, Mario Filloley, minimum fax, leggetelo!

Postilla
Ogni volta che leggo un libro minimum fax mi piace andare fino in fondo, ai titoli di coda, scoprire chi lavora, al momento della pubblicazione, in casa editrice, e leggere la frase scelta per chiudere il volume, tratta dal libro stesso. 
Lotta di classe si chiude con il lapidario: Non si gioca a fotticompagno. Forse in redazione giocano spesso a briscola in cinque…