Pubblicato da: francesca giannetto su: 21 gennaio 2010
Giulio Perrone editore *Hinc* (2009), 160 pagine, 10 euro
Viscerale. Un grido dalle banlieue. Uno di quei libri che starei attenta a consigliare perché lo puoi amare, ti può incuriosire, rimanere attaccato al palato. Oppure lo puoi odiare, ti si può rivoltare contro come una scena horror che non vuoi guardare.
Prima cosa. Complimenti alla traduttrice Ilaria Vitali, brava e messa a dura prova da un linguaggio che si avviluppa in parole gergali, frasi da strada, espressioni dure e violente. Un linguaggio che ultimamente sembra l’epseranto delle periferie, da quella di Londra popolata da immigrati indiani e orientali di Londonstani di Gautam Malkani alle banlieue francesi di Viscerale; lingua che esprime la rabbia, la delusione, la voglia di riscatto più di cento pugni.
Ed è di pugni che si parla in questo romanzo che ha come protagonista Lies, pugile professionista che prova a cercare un futuro migliore, diverso. Lies insegna una volta a settimana ai ragazzi del quartiere, insegna loro a lottare non solo sul ring, ma a farsi strada con forza nella vita periferica e ai ragazzi chiusi in carcere, per garantirgli loro uno sfogo, una via di fuga che non fa del male, come quella che li ha portati dentro.
Lies è un personaggio potente, che forse oscura gli altri, che comunque ruotano a stretto giro attorno a lui. Ragazzi di strada, che provano a essere salvati e ragazzi che hanno deciso di rimanere sempre ai margini e non solo della città.
È interessante via via svelare il netto contrasto fra l’ottimismo, la dolcezza d’animo, i valori di Lies e il mondo lercio, cattivo, cinico in cui è cresciuto e con cui deve fare i conti tutti i giorni.
Non è un romanzo di formazione ma, come recita il sottotitolo, un grido che dalle banlieue vuole dire a tutti che un’altra vita è possibile. Anche lì.
Pubblicato da: francesca giannetto su: 3 gennaio 2010
…nel senso che non l’ho mai vista, non ci sono mai stata, ma ritengo (e so di avere ragione) che sia una bellissima e attiva libreria.
Come tutte le librerie che hanno un cuore e quel cuore batte nel petto del libraio, del proprietario, di chi governa la vita della libreria.
Sto parlando di Modus Vivendi, libreria di Palermo (via Quintino Sella 79, una traversa della centralissima Via della Libertà, a un paio di isolati dal Teatro Massimo) con un cuore molto molto attivo, quello di Fabrizio Piazza (e sono sicura di chi collabora con lui).
Ricevo tramite Facebook gli aggiornamenti su tutte le sue iniziative e mi fa piacere e mi inorgoglisce (lasciatemi essere anche un po’ campanilista, essendo io sicula doc) che in terra natia ci siano luoghi dove la passione per i libri e soprattutto la condivisione della stessa venga curata, annaffiata, concimata ogni giorno con amore e dedizione. Perché alla fine tu libraio non puoi permetterti di essere “solo” (e non è poco) un bravo libraio, di quelli che alla terza volta che vedono che libri leggi ti sanno consigliare quale di sicuro ti piacerà, quelli che si fermano a parlare con te ancora scossa dall’ultimo libro che hai letto e che hai voglia di condividere con chi capisce di cosa stai parlando; non basta creare alcune isole felici nella tua libreria con i libri che veramente ti piacciono o che pensi possano piacere al tuo pubblico e non al pubblico universale, quellochenonsiperdeunapuntatadiportaaporta e che sicuramente ti chiederà solo e sempre l’ultimo libro di vespa. No, tutto questo non basta purtroppo. Basta non arrendersi alle grandi catene che ti aprono a due isolati di distanza (concorrenziali e di qualità senz’altro) e inventarsi ogni giorno il modo di fare della tua libreria non solo un “punto vendita di libri”, ma un luogo di incontro, un salotto di casa dove incontrare gli amici e fare delle cose.
“Cose”, come incontri con gli autori che Fabrizio promuove con tutti i mezzi che ha a disposizione (Facebook, quotidiani, cartoline) e con l’entusiasmo di chi ci crede, di chi è il primo a gioire se Michael Zadoorian o Dacia Maraini scelgono la sua libreria per parlare con i loro lettori. “Cose” come andare in libreria la domenica mattina per leggere insieme i libri che ci hanno colpito, o per partecipare a una (sono sicura divertente e leggera) gara di dolci, o semplicemente a fare colazione in libreria, come al tavolo di una cucina illuminata dal sole perenne del Sud.
Il giorno dell’Epifania Fabrizio ha chiamato a raccolta tutte le aspiranti Befane e le ha invitate a travestirsi e raccontare storie ai bambini.
Quasi quasi prendo la mia scopa a motore e un voletto a Palermo lo faccio. Intanto voi volate sul suo spazio Facebook e sostenetelo http://www.facebook.com/home.php?ref=home#/group.php?gid=44708431343&ref=ts
Pubblicato da: francesca giannetto su: 2 gennaio 2010
Arrivi a 70, 80 anni e la tua vita ti scorre per fotogrammi, come dai finestrini di un treno (è la efficace illustrazione di copertina): ti passano davanti i ricordi, i volti delle persone che hai conosciuto e amato, il tuo lavoro, le cose che hai fatto.
E se qualcuno – o qualcosa – un giorno con una grande gomma iniziasse a cancellare quelle foto, partendo dagli angoli, arrivando alle parole, e finendo ai volti della gente, che diventano inquietanti tavolozze bianche, su cui invano si cercano le tracce di qualcosa di conosciuto?
Quella enorme gomma si chiama Alzheimer ed è la malattia terribile che pian piano colpisce Emilio, protagonista di questa storia a fumetti eccezionale e dolcissima, equilibrata e intensa.
Emilio finisce in una “residenza”, in mezzo ad anziani che fanno i conti con il tempo che passa, con la miccia che pian piano si spegne e lascia al buio. Con estremo rispetto e delicatezza Paco Roca ne racconta le debolezze (Michele che ruba ai compagni di sventura, come a rubare pezzi dei loro ricordi, dei loro affetti, lui, che di affetti ne ha avuti pochi), la forza (un’anziana che si prende cura del marito malato che non la riconosce nemmeno), la dignità di chi si trova a fare i conti con se stesso e con la propria vita (l’anziana donna che aspetta che i figli tornino a prenderla, adesso che è “guarita”) e la capacità, pur se non razionale, di seguire ancora i propri sogni (la donna che immagina di essere su un treno diretto a Istanbul).
Una storia che ha la giusta misura in tutto, che tratta un tema coraggiosissimo (che inizia a vedersi al cinema in maniera trasversale, da Up – film per bambini – al film di Pupi Avati in lavorazione in questi giorni) senza sbrodolare in inutile e ipocrita compassione, tenendo fuori i luoghi comuni sulla vecchiaia, senza indulgenza, con estremo realismo e rispetto.
Date un’occhiata al sito della casa editrice Tunué, editori dell’immaginario www.tunue.it e al link http://www.tunue.com/page.php?idArt=7824 oltre alla trama di Rughe e ad approfondimenti sul tema, è da vedere il breve booktrailer
Pubblicato da: francesca giannetto su: 9 dicembre 2009
Può darsi che i ricchi vivano in maniera molto diversa dai poveri, ma di certo non muoiono in maniera diversa. Una pallottola non fa nessuna discriminazione tra un re e un poveraccio, tra un magnate e un suo operaio.
Sei sospettati per un omicidio, maturato in un ambiente spaccone e politicamente scorretto, le cui vite viaggiano parallele, incrociandosi nell’epilogo di un’unica serata. Quella in cui Vicky Rai, figlio del Ministro dell’Interno dell’Uttar Pradesh, festeggia la sua assoluzione (ottenuta grazie all’influenza e alle basse manovre del padre) dall’assassinio di una giovane barista.
Ognuno dei sei sospetti ha un motivo per ucciderlo, per odiare questo giovane di “buona famiglia”, arrogante e al di sopra della legge.
La narrazione è organizzata come in un’inchiesta, romanzata in più di 500 pagine. Si apre con un articolo del giornalista Arun Adavani, elemento chiave anche nella soluzione del caso e prosegue con singoli capitoli che costituiscono l’“identikit” di ognuno dei sei sospettati: un burocrate che si crede il Mahatma Gandhi, un’attrice di Bollywood che si racconta attraverso un diario, un aborigeno fra gli ultimi rimasti da un’antica tribù, un ladro di telefonini che insieme all’attrice è forse il personaggio più riuscito, un politico la cui storia si sviluppa attraverso trascrizioni di telefonate e un americano pronto per andare in India a sposare una donna indiana.
La terza “sezione” del romanzo prende in esame i moventi di ognuno di loro, seguito dal capitolo delle prove per approdare alla soluzione piuttosto controversa e per questo appassionante.
“I sei sospetti” è un giallo in piena regola: un omicidio, potenziali assassini, moventi e soluzione, con tanto di indagini e conclusioni. Ma è anche un romanzo in cui leggere le storie, entrare nelle vite dei personaggi prescinde dallo scoprire la soluzione del giallo. Narrazione fluida con cambi stilistici che danno movimento (dialoghi serrati, telefonate, forme diaristiche, articoli di giornale) e storie così diverse tra loro per ambientazione e protagonisti e interessanti che potrebbero costituire, soprattutto nella parte centrale, racconti indipendenti.
Questo è il secondo romanzo di Vikas Swarup, diplomatico indiano, con la passione – e il talento – per le storie. Forse il suo nome dice poco, e ancora meno – almeno qui in Italia – il titolo del suo primo romanzo “Q&A”. Ma se diciamo “The Millionaire” (il film di Danny Boyle tratto dal libro) torna alla mente la storia appassionante del ragazzino che diventa milionario rispondendo correttamente alle “Dodici domande” di un quiz televisivo.
I due libri sono molto diversi, se non per il modo schietto di raccontare un’India lontana dall’immaginario più comune, con le risorse e le debolezze che tanto somigliano alle pecche occidentali. Corruzione, droga, ipocrisia soprattutto nella classe di governo (che Swarup in un certo senso rappresenta nella vita, nel lavoro) e in chi esercita l’autorità, il potere politico.
Un consiglio. Cercate di leggerlo senza troppe pause, come se vedeste un lungo film. La storia,anzi, le storie richiedono una partecipazione totale e continua per non perdere il filo fino alla fine.
Pubblicato da: francesca giannetto su: 30 novembre 2009
“In Italia si legge poco, si comprano pochi libri. I libri costano troppo. All’estero invece si legge tantissimo”. Un tormentone che non ci abbandona mai. Sarà perché all’estero la promozione della lettura è un po’ più “leggera” che da noi; sarà perché un ragazzino di 12 anni che si trova a dover leggere, durante le vacanze, “Fontamara” (libro meraviglioso, ma credo non adatto a un pubblico così giovane) assegnatogli da un’insegnante che forse non è andata oltre con le sue letture o da un programma scolastico che è rimasto alle locomotive a carbone.
Il progetto di IsaB. “Livres & Bijoux” è una bella idea, un bel modo – leggero e giocoso – di promuovere la lettura, l’acquisto del libro come oggetto quotidiano, oggetto di bellezza – dello spirito – associato a un oggetto di bellezza – del corpo.
Collane che nascono dalle mani di Isabella Borghese – scrittrice, giornalista, organizzatrice di eventi, spirito in moto perpetuo – ispirate ai libri, ai loro personaggi femminili, alle suggestioni che ne scaturiscono fuori tra una perlina e un filo di naylon in trame parallele alle storie.
E allora perché non regalarsi o regalare a un’amica, a una compagna, a una mamma un’occasione di lettura e un oggetto da indossare? La selezione dei libri è varia e buona; tanti i titoli e ottime le case editrici (da Giulio Perrone a Marcos y Marcos). Anche le collane sono frutto di una ricerca estetica e di nuovi materiali oltre alle pietre dure.
A conferma di quello che vi sto dicendo, il progetto è in finale nella sezione web 2.0 per il concorso Donna e Web.
Per avere un’anteprima delle creazioni di IsaB. affacciatevi sul suo My Space: http://www.myspace.com/496295120
e per vederle – e comprarle – dal vivo:
11 e 12 dicembre
Telethon presso la BNL di Via Vittorio Veneto
(il 35% delle vendite andrà devoluto alla raccolta fondio per la distrofia muscolare e per le malattie genetiche)
venerdì 18 dicembre dalle 18.00
433 Next in Via del Governo Vecchio 123 dalle 18.00
Una mostra di Livres & Bijoux insieme con:
mostra fotografica “Il Libro è un Gioiello” di Cristina Martone
e alle 22.00 Stefano Scarfone alla chitarra
Pubblicato da: francesca giannetto su: 7 ottobre 2009
In una Roma multietnica, con il mercato di Piazza Vittorio, il bagno turco di Mustafa e il night club di Michael a fare da set a scene molto ben costruite, si muovono Diego e Walid.
In breve, nasce un’amicizia senza connotati – Diego non conosce il lavoro, lo status sociale, il passato di Walid e viceversa. L’unica cosa certa è che i loro figli – Giacomino e Yousuf – sono il trait d’union principale fra i due e il motore di tutta la storia. È in un istituto per bambini affetti da gravi handicap, infatti, che i due si incontrano, una volta a settimana, e iniziano un cammino insieme che parte dalla condivisione di un dolore e si punteggia in momenti di un’amicizia profonda, in cui si è disposti anche a rischiare la vita; una fratellanza, di dolori, di intenti, che accompagna e protegge.
La storia è piuttosto classica: un uomo comune si trova coinvolto, per un incontro fortuito, in un giallo al di fuori della sua stessa comprensione. Circondato da personaggi che rivelano il loro vero volto solo in un secondo momento, si trova da solo ad affrontare un mondo che non conosce e non gli appartiene – per lui semplice impiegato al Ministero di Grazia e Giustizia con una famiglia e una vita “normale”- una Roma “sotterranea”, fatta di ambiguità e malaffare.
Se la storia non sorprende, non rappresenta una novità nel suo genere, il modo di affrontarla e tutto ciò che rimane sullo sfondo è un elemento notevole da cui partire per scoprire un altro aspetto del giallo.
“Il padre e lo straniero” è un romanzo sensibile, una dichiarazione di amicizia contro ogni pregiudizio e giudizio, una presa di coscienza e la consapevolezza di un padre, insieme alla sua lacerazione interiore, costretto ad affrontare un handicap grave nella creatura che ama di più. Ed è nel momento in cui Diego trova se stesso e suo figlio Giacomino come riflessi in uno specchio in Walid e Yousuf che la ferita inizia a guarire, a rimarginarsi nella ricerca di un rapporto nuovo e diverso che accetta e va avanti, impara e costruisce.
Dolcissime immagini rimangono impresse: i padri che soffiano sul viso dei loro bambini all’uscita dall’istituto per capire da un cenno la risposta alla domanda di rito “Com’è andata?”, come il “Che hai fatto a scuola oggi?” di tante quotidianità; il dialogo cercato in piccolissimi segnali; la rabbia che assale in un impeto, così reale e così lontano da ipocrisie perbeniste.
Ecco quindi che mentre si legge si abbandona spesso il tracciato che porta alla soluzione dell’enigma e ci si perde fra i sentieri di una storia che coinvolge per l’onestà e l’apertura di cuore e di mente con cui è raccontata e condivisa.
Mi capita di vedere spesso Giancarlo De Cataldo; è una persona gentile. E un romanzo come questo non poteva essere scritto che da una persona gentile.
Pubblicato da: francesca giannetto su: 3 ottobre 2009
Gianni Guido è libero, per il giudice ha finito di scontare la sua pena. Pena per aver massacrato, insieme con altri due mostri, ragazzini spocchiosi e cinici della Roma “bene” degli anni Settanta, massacrato a morte una ragazza e ridotto in fin di vita un’altra.Selvetella ci aveva abituato a un modo di trattare i fatti di cronaca avvolgente e interessante. Soprattutto in “Roma criminale”, scritto con Cristiano Armati e in “Banditi, criminali e fuorilegge di Roma” partiva dai fatti di cronaca nera (dai duelli di strada agli omicidi) per descrivere angoli bui della capitale e della società dell’ultimo secolo. La narrazione precisa, quasi giornalistica, frutto di studio e ricerca di documenti, veniva stemperata da una capacità descrittiva di luoghi, ambienti, persone che affascinano e rimangono impressi nella memoria.
In “Uccidere ancora” la cronaca è un fondale teatrale davanti a cui Selvetella fa muovere i suoi personaggi e ne governa le storie. Antonio cerca lo scoop che darà una svolta alla sua carriera; gli viene offerta un’opportunità rischiosa che non può rifiutare: infiltrarsi in una comunità e scovare il pericoloso latitante che forse si nasconde fra gli internati. Un uomo che ha ucciso, è sparito, si è nascosto per anni e adesso è capace di uccidere ancora (Ghira è stato latitante, Izzo è stato in galera e ha ucciso di nuovo, Guido ha appena finito di scontare la sua pena).
Fra piccole storie quotidiane e personaggi che ruotano attorno ad Antonio, testimoni di un sistema particolare di equilibri fra “guardie e ladri”, un micromondo dove il confine è così sottile da creare ambiguità, confondere le certezze, indurre il giovane giornalista (e con lui i lettori) a proseguire in una ricerca continua di segni, indizi, anche i più piccoli. E questo rende avvincente il romanzo, nella curata edizione dai tagli di pagina rossi, della Newton Compton. Più che una soluzione di un giallo, appassiona seguirne lo sviluppo, la trama che Selvetella tesse magistralmente, in cui si muove sicuro e tranquillo, anche senza la “rete di protezione” della cronaca.
Aspettiamo il nuovo romanzo di Yari Selvetella, magari ne ha un altro pronto nel cassetto…
Pubblicato da: francesca giannetto su: 13 settembre 2009
Non sta a noi giudicare.
Non sta a noi giudicare se sia o meno opportuno che una coppia di anziani malandati parta a bordo di un vecchio camper – il Leisure Seeker – e percorra la ormai poco battuta “Historic Route 66”, highway rimpiazzata negli anni Ottanta e che una volta collegava l’Est con l’Ovest, Chicago con Santa Monica, per arrivare da Detroit a Disneyland.
A noi sta solo leggerli, ascoltare la voce narrante di Ella e appassionarsi alla loro storia.
Fra vecchi negozi di souvenir che suggeriscono gli antichi fasti della Route 66 e strani personaggi, i due anziani coniugi si sentono, per la prima volta dopo tanto tempo – e tante visite mediche – liberi di decidere la strada da percorrere.
John è malato di demenza senile, Ella ha mille malattie fra cui un cancro con cui ha imparato a convivere. John a volte non ricorda nemmeno il nome della moglie, parla al telefono con i figli – preoccupati per l’“imprudenza” dei genitori, convinti che non fosse il caso – come se avessero ancora dieci anni, si fomenta per piccole cose; la sua malattia fa di lui una figura tenera e indifesa, che solo Ella può stimolare con il suo bisogno di cure e protezione e con la sua forza.
Una storia molto dolce, in cui la voce di Michael Zadoorian scompare e viene prestata completamente a questa donna fantastica, che non si perde mai d’animo.
Ella è simpatica, sarcastica e decisa. Un personaggio estremamente forte; si sentono il peso e la responsabilità che porta sulle spalle, la fragilità fisica in contrasto con la possenza morale. Il suo carattere estremamente combattivo e positivo regala leggerezza anche ai momenti più drammatici. A un muscoloso barelliere che vuole portarla via dopo un malore lei, ancora a terra, intima minacciosa di non portarla via e le viene spontaneo prenderlo in giro: Ci mancava solo di dover discutere con un culturista adesso. La sua testa è montata direttamente sulle spalle. Cerco il collo, ma non ce n’è traccia nella sua tuta da soccorritore.
Zadoorian conferma anche in questo suo secondo romanzo le sue qualità di narratore che tesse le trame piano, con dolcezza e massima attenzione ai suoi personaggi, che cura e fa crescere con rispetto e coerenza.
In “The Leisure Seeker” ritroviamo anche un’altra caratteristica di Zadoorian, che ha dato vita al suo primo romanzo (“Second Hand – Una storia d’amore”, Marcos y Marcos): la passione per il junk, l’usato, le “cianfrusaglie” (sul suo spazio Facebook, foto della sua collezione) anche in quel senso di ciò che ricorda il passato e racconta delle storie.
Questa passione si legge prima di tutto nel camper stesso, un vecchio Leisure Seeker, che ha ospitato Ella e John, i figli, gli amici in innumerevoli vacanze.
La Route 66, con tutti i suoi negozi di souvenir, targhe, modellini di pompe di benzina e cimeli celebrativi di una “autostrada che fu”.
E infine, al centro dei momenti fra i più intensi del romanzo, le diapositive con le foto di una vita, che Ella e John seduti sotto le stelle ripercorrono, proiettata su un lenzuolo bianco steso all’aria aperta o sul fianco del camper, quando cala la sera e stende sui due avventurieri un velo di malinconia: È come guardare la televisione, salvo che va in onda la nostra vita. O un manto di consapevolezza, che fa cercare nel passato un significato per la vita presente e forse futura; sul paradiso dice: …forse è un luogo dove siamo già stati, il luogo dove eravamo prima di nascere, e la morte è soltanto un ritorno… Probabilmente è quello che sto tentando di fare in questo viaggio: cercare un luogo della memoria, annidato in un anfratto profondo del mio essere.
Pubblicato da: francesca giannetto su: 7 settembre 2009
Ho incrociato Filippo Timi – quando ancora non sapevo chi fosse – alla Fiera del Libro di Torino nel 2007; ero appoggiata a un water (parte dell’allestimento dello stand di Toilet – 80144 edizioni) e questo ragazzo si avvicina e ovviamente mi prende in giro. Solo dopo mi comunicano che era Filippo Timi, a Torino per presentare “Tutt’al più muoio”, suo romanzo d’esordio. Prima di allora aveva vinto il premio Ubu come miglior attore under 30 e dopo avrebbe continuato con il teatro, scritto “E lasciamole cadere queste stelle” e “Peggio che diventare famoso” e recitato per Ozpetek, Salvatores e Bellocchio.
Lo rivedo una sera, seduto di fronte a Daria Bignardi, con lo sguardo limpido e un’emozione che, nonostante lo schermo, vibra; e mi incuriosisce.
Spinta più dal desiderio di “conoscere” la persona che i romanzi, scelgo “Peggio che diventare famoso”, basato su un momento importante della sua vita: Salvatores lo sceglie come protagonista per il film “Come dio comanda”.
Il libro inizia con il suo primo ruolo da protagonista in un film, “Filipput e la musica”, ideato e girato dalle sue maestre di seconda elementare. Da quel giorno sono passati circa trent’anni e Filippo racconta con generosità e umiltà la sua “avventura” sul set di “Come dio comanda”; un’avventura fisica, emotiva, umana. Lui interpreta Rino, padre di un figlio adolescente e costretto a badare a un amico scemo; interpretazione difficile, che richiede consapevolezza di sé e disciplina, un set che impegna soprattutto emotivamente, un periodo della vita particolarmente brillante (sarà scelto subito dopo da Marco Bellocchio per interpretare il duce nel film “Vincere”).
Dai primi ciak all’ultimo giorno di riprese, Filippo racconta le sue sensazioni, la vita sul set (mostrandoci il “work in progress” dell’attore, che ogni giorno si spoglia di sé per vestire i panni di un altro che lo accompagnerà per settimane) e si lascia andare a ricordi che lo legano alla sua infanzia a Perugia, alla madre, che sente al telefono tutti i giorni, agli amici e al suo percorso professionale.
Timi in questo libro si spoglia completamente davanti ai lettori, mette a nudo le sue emozioni, i pensieri, le debolezze e le paure, attraverso un percorso che oscilla quindi tra il presente e il passato.
Lo stile è perfetto per lo scopo; si sente Timi che parla, se ne percepiscono le pause, le flessioni della voce, il calcare sulle parole.
Da artista che conosce bene teatro, cinema, letteratura, riesce a creare delle immagini molto fisiche, carnali, che rimangono impresse come ricordi propri, scene d’amore, scene di sesso, rabbia e passione, allegria e tensione.
Difficile da dimenticare il ritorno a casa di Filippo, che vicino a una madre con cui ha un rapporto stretto e teneramente quotidiano a distanza, si ritrova a essere lo stesso “cucciolo di lupo” a cui la mamma (È la mia mamma, la mamma di quando ero bambino) canta ancora la ninnananna, sciogliendo il freddo, la fatica, i dispiaceri; lei dimentica che ha partorito un lupo, una bestia feroce, per lei Filippo è ancora un cucciolo, un cucciolo di lupo… e anche se le mostro i denti… lei vede un cucciolo che cerca di acchiappare le farfalle.
E come un transfert alla rovescia, Filippo si ritrova a pensare al sé che è stato fino a quel momento – Rino – e al “figlio” Cristiano che una mamma non ce l’ha avuta.
Dire che queste pagine sono il culmine di un ottimo libro, che ti accompagna e ti scuote dentro, non è abbastanza; soprattutto per Filippo Timi, che non si fida delle parole “tanto da incespicarci sopra” e che preferisce ricevere abbracci invece che – o insieme a – complimenti.