Un “professero” in prova: Mario Filloley e la sua “Lotta di classe”

20161220_222913

Lotta di classe di Mario Filloley, minimum fax (2016)

Quante volte vi è capitato, leggendo su Facebook gli status di alcune persone, di pensare: Dovrebbe scrivere un libro? Ecco, il mio desiderio, nato leggendo gli status di Mario Filloley, è stato esaudito. E la cosa bella dei social è che puoi ritrovare quotidianamente quella voce su una bacheca sempre a disposizione, anche quando il libro è finito e sei dispiaciuta di non “sentirla” più.

Mario Filloley è un teorico-pratico della scuola più attendibile e concreto di moltissimi altri che spendono paroloni e firmano decreti.

La naturalezza, la leggerezza con cui l’autore affronta i problemi e le caratteristiche della scuola di oggi denota una consapevolezza del ruolo, della funzione, della considerazione che alunni e istituzioni hanno degli insegnanti. Attraverso questo diario di un anno trascorso a insegnare a una classe delle medie a Montecatini (lui, siciliano, costretto a trasferirsi per un anno “di prova”), si capisce come è cambiata la scuola, nel bene e nel male, e come gli insegnanti, oltre che con gli stipendi bassi, debbano lottare contro un sistema (rappresentato anche da alcune persone “di potere”) vecchio, obsoleto, chiuso negli anni Cinquanta. Quel sistema che non concepisce che girare un cortometraggio con i ragazzi, basato sul lavoro fatto in classe, non sia istruttivo e formativo tanto (e più) che stare in classe (Sì ma voi in classe non ci state mai, dice la preside al prof che spiega il progetto).

Mario Filloley professore è un po’ come Robin Williams Capitano; cerca di portare la sua esperienza, il ricordo di lui alunno prima, insegnante di liceo poi fra i nuovi ragazzi, comunicare le nozioni in modo da catturarli, anche spiegando le regole della briscola in cinque imparata dallo zio. Un insegnante che insegna ai suoi alunni, proprio quelli che ha davanti, non agli alunni di una scuola media, che dà importanza alle caratteristiche di ognuno, che scende dalla cattedra e si avvicina ai ragazzi. Forse è proprio questa la svolta: in un periodo complicato come il nostro, con pochi punti di riferimento, un professore che cerca di stare accanto ai ragazzi e trasmettere la sua esperienza di alunno, oltre che conoscenza di prof, è fondamentale (vi consiglio questo intervento di Mario Filloley a Quante storie, programma di Rai 3).

Uno dei meriti di Mario Filloley (oltre a un inequivocabile talento naturale per la scrittura, per il racconto e per l’osservazione) è la mancanza totale di retorica, pedanteria. Non è il professore saputello che vuole dire al mondo (dei lettori) come vanno le cose, che critica la scuola, i ragazzi, che cerca l’emozione facile con – magari – qualche vicenda particolare. C’è un ragazzino, nel racconto, che ha evidentemente problemi caratteriali, di relazione; ma l’autore non cede mai alla “retorica dell’handicap”, tanto cara a un certo tipo di linguaggio artistico; racconta un ragazzino fra gli altri, i suoi gesti, le sue particolarità, con uno sguardo tranquillo, mai troppo benevolo, mai troppo accondiscendente, nemmeno dal punto di vista della narrazione. Un professore che non è un santo, a volte non sopporta quei ragazzi sfrontati e a volte svogliati, persi nelle loro cose. Si sforza (e ci riesce) di rendere interessante ciò che loro non immaginano possa esserlo, invece che lamentarsi, e alla fine si affeziona ai ragazzi, costruisce un rapporto unico. E quanto ci rimane male quando scopre che gli alunni, i suoi alunni, chiamano professero non solo lui ma anche quella di matematica e non solo!

A voler trarre le parti migliori di questo libro, si dovrebbe raccontare tutto, dalla prima all’ultima pagina, dalla battuta iniziale alla scena finale, in piazza, con le ragazze, così malinconica e così solare; si dovrebbe raccontare quanto sia amaramente divertente il paragone fra i liceali siciliani e i ragazzi di una scuola media del Nord.
Ma vi toglierei il piacere di leggere una delle voci che in assoluto preferisco. Quindi aggiumgo solo: Lotta di classe, Mario Filloley, minimum fax, leggetelo!

Postilla
Ogni volta che leggo un libro minimum fax mi piace andare fino in fondo, ai titoli di coda, scoprire chi lavora, al momento della pubblicazione, in casa editrice, e leggere la frase scelta per chiudere il volume, tratta dal libro stesso. 
Lotta di classe si chiude con il lapidario: Non si gioca a fotticompagno. Forse in redazione giocano spesso a briscola in cinque…

 

Piccoli – grandi – maestri

piccoli-maestri
Sapete chi sono i Piccoli Maestri? Sono scrittori volontari, riuniti in un’associazione no profit, e vanno nelle scuole a raccontare, con passione, piacere e onestà, i loro libri preferiti. Li raccontano senza fare analisi del testo, paratassi, ipotassi e compiti per il lunedì.
Questo è solo uno dei tanti video che potete vedere su You tube o sul loro sito, nuovo nuovo e bello bello: www.piccolimaestri.org.
Vi renderete presto conto che fanno venire la voglia di andare in libreria, in biblioteca, sfogliare e divorare il libro di cui parlano, a chiunque, non solo ai ragazzi e ragazze a cui si rivolgono. Anche il Polito (se non lo avete ancora fatto, leggete Lettori si cresce di Giusi Marchetta e vi si aprirà un mondo… oltre a capire chi sia questo Polito) più restio alla lettura avrebbe sempre un libro in mano se solo li incontrasse.

A questo punto vi starete chiedendo, come me quando li ho “scoperti”, perché i Piccoli Maestri siano un’associazione di volontari e non una istituzione, una parte fondamentale da integrare nel programma di ogni scuola, un veicolo di promozione della lettura ufficiale. Perché ancora lo Stato spenda soldi (tanti) per campagne di sensibilizzazione che non servono a nulla e soprattutto che non hanno assolutamente lo spirito adatto all’esigenza. Nessun ragazzo, vedendo suoi simili che come tanti mentecatti giocano a basket con dei libri di gomma, proverà interesse o curiosità; non è il suo linguaggio, non è stimolante, ma solo un messaggio didascalico ai limiti della demenza.

Detto questo, abbiamo in Italia una risorsa brillante, competente, coerente con i tempi e con la materia, che riesce veramente a catturare l’attenzione di ragazzi (e adulti) e che riesce, senza indulgere nello spiegare perché legge, a trasmettere una passione per il libro ma soprattutto per la storia semplicemente trasmettendola con la voce, le scelte di libri sempre nuovi e interessanti, i gesti del corpo, l’amore vero, che come quello per la persona del cuore, è irrazionale e non incasellabile, nemmeno con un hashtag.

Vi consiglio di andare alla scoperta di questa stupenda realtà: visitate il loro sito, guardate i video (utili e piacevoli a tutte le età) e se lavorate con i ragazzi chiamateli. Più li “manderemo in giro” e più, ne sono certa, i ragazzi ameranno leggere.
Ovvio, anche voi potete fare la vostra parte, a casa, con i vostri bimbi; se amate i libri lo sapete già che trasmettere l’amore per la lettura, per le storie ai più piccoli è naturale come tenere loro le manine mentre provano a fare i primi passi; ma sono fermamente convinta che l’incontro con i Piccoli Maestri aprirà loro un mondo in cui sapranno e potranno camminare in autonomia, e andare lontano, sempre con un libro in mano.

E poi dice che i ragazzi non leggono!

Certo! Sempre la solita solfa! I ragazzi non leggono, leggono solo le porcherie di Moccia e poi si fermano lì, stanno sempre a giocare con l’I-Phone o la Play e i libri sono oggetti di antiquariato che genitori babbioni collezionano a dismisura. E vabbè. Difficile vedere un ragazzo di dodici-tredici-sedici anni con un libro in mano che non sia il manuale del telefonino, se va bene.
Ok. Non diamo la colpa a nessuno, diciamo che ormai il libro è obsoleto, diciamo che sono iperstimolati, che la televisione con i suoi mille canali li distrae, che i ragazzi sono sempre a manetta, tra breezer e motorini, e non hanno tempo per leggere.

Ma diciamo pure che se i prof, soprattutto quelli delle scuole medie (perché alle superiori sono già in grado di uscire e andare in libreria e alle elementari spesso hanno belle biblioteche scolastiche e l’ora di lettura) consigliano SEMPRE (da quando io avevo 12 anni. E di tempo, ahimé, ne è passato) gli stessi libri allora un po’ di ragione i ragazzi ce l’hanno.
Continua a leggere

Daniel Pennac – Diario di scuola

Feltrinelli *I Narratori* (2008), 241 pagine, 16 euro

Chi l’avrebbe mai detto che Daniel Pennac, scrittore dalla fantasia fervida e funambolico maestro di parole, sia stato da piccolo un Daniel Pennacchioni somaro.
Un vero asino sui banchi di scuola, che inizia la sua disastrosa carriera scolastica arrancando perfino nell’apprendimento dell’alfabeto, in una esilarante lotta combattuta fra la “a” e la “z”.

Non era uno “studente leccornia”, come lui definisce gli studenti modello, orgoglio degli insegnanti. Vero è che, come Pennac rileva nella sua lunga riflessione fra autobiografia e studio sociologico sul ruolo della scuola e soprattutto degli alunni, meglio se scansafatiche, il vero orgoglio del professore o del maestro dovrebbe essere il somaro.
E se ci si pensa bene il discorso fila perfettamente; che soddisfazione c’è per un insegnante insegnare a chi non vede l’ora di imparare? È un compito troppo semplice se paragonato al voler instillare il sapere a chi va a scuola solo per scaldare il banco.
Sbalorditivo il paragone fra lo studente “difficoltoso” e una rondine che vada a sbattere contro un vetro e abbia bisogno di essere rianimata, seguita, curata.

Intenerisce leggere, col senno di poi e con la consapevolezza di chi sia diventato Pennac, che uno dei pochi compiti a casa assegnatigli da un insegnante e svolto con successo ed estremo piacere fosse proprio la stesura di un romanzo, in corretto francese e che raccontasse una storia.

“Diario di scuola” è un diario della scuola, di quello che è e forse, fra le righe e senza superbia, di ciò che dovrebbe essere se solo alcuni insegnanti ricordassero di essere stati anche loro studenti, “leccornia” o “rondine” che fossero. Anzi, forse una rondine salvata riesce a portare a volare di nuovo molte più rondini di chi è sempre stato al sicuro e “protetto” dalla sua bravura.