Ascoltare il canto di Kent Haruf

Canto della pianura di Kent Haruf è un libro che mi ha stupito. Pubblicato anni fa da una grossa casa editrice ma passato inosservato, è stato sapientemente ripresentato da NN editore che ne ha riconosciuto il grande valore, scegliendo di affidarne la traduzione a Fabio Cremonesi − traduttore abituale di Haruf − che ha saputo dare una perfetta voce all’autore americano scomparso poco più di due anni fa.
Grazie quindi alle edizioni di Alberto Ibba, questo romanzo meraviglioso è arrivato a casa mia, e poi nel mio cuore. E mi sono trasferita per una decina di giorni a Holt, la piccola cittadina di campagna dove è ambientata la storia.
Evito sempre di informarmi troppo su un romanzo che sto per leggere, per non farmi influenzare, e per qualche ragione mi aspettavo una prosa ricercata, carica, magari una struttura complessa e una storia intricata. Sono stata invece smentita da Canto della pianura ché si è rivelato un romanzo capace di scavare nel profondo dell’animo umano, al di là del suo tono semplice, di raccontare la vita, la più viscerale, fatta di sudore, sangue, dubbi, nascita e morte. E la racconta attraverso pochi – e perfetti – personaggi che si muovono in una struttura ben definita: ogni capitolo è focalizzato su uno di loro e la storia procede nell’alternanza dei punti di vista, riferiti da una voce narrante molto partecipe delle vicende di ognuno.


Inizialmente tutti i personaggi paiono essere tipi solitari, ma man mano che ci si addentra nelle loro vite (fin dentro l’anima) si scopre che nessuno è veramente sé stesso finché non si relaziona con gli altri: una presa di coscienza molto forte, soprattutto per i più introversi. Ognuno deve fare i conti con la vita che scorre lasciando talvolta segni indelebili, talvolta cicatrici che possono guarire. E guarendo ogni personaggio matura, cresce, si evolve e diventa s stesso, non diverso o più adulto. Semplicemente si riscopre.

Capita a tutti nel corso della narrazione: Tom Guthrie, il primo personaggio che incontriamo, padre di Ike e Bobby, rimane solo, abbandonato dalla moglie depressa ed egoista. E anche se fa male tacciarla di questo, quasi a fare un torto a un personaggio malato, è pur vero che lei che fugga via, incurante di sé stessa e della sua famiglia, arrendendosi forse troppo presto, senza nemmeno provare a lottare. E a Tom Guthrie non resta che fare i conti con i sensi di colpa quando il suo istinto gli dice che deve voltare pagina. Tom è un puro, e non sopporta la maleducazione dei suoi alunni e ancor meno quella dei loro genitori, e detesta scendere a compromessi, perfino con sé stesso.
I suoi figli crescono in questa piccola comunità di Holt, e facendo il lavoro della consegna dei giornali la mattina prima di andare a scuola si scontrano faccia a faccia con la vecchiaia, con la morte, con la solitudine, forse troppo presto; una solitudine che è la loro, perché privati della madre, ma anche quella di una donna anziana a cui si affezionano subito, e che iniziano ad andare a trovare sempre più spesso. Questo è forse il primo passo verso un’età adulta, insieme con il fare i conti con ragazzi violenti − memorabile la scena dei fratelli che, impauriti, feriti e infreddoliti tornano a casa a testa bassa, facendosi coraggio a vicenda − ancora più che bulli, avidi e vendicativi.
Insieme a Tom, Ike e Bobby, conosciamo altri quattro personaggi che tessono una storia importante: Maggie Jones, deus ex machina dell’incontro fra Victoria Rubideaux − una ragazza di sedici anni rimasta incinta e costretta ad allontanarsi da casa − e i fratelli Mac Pheron, contadini e allevatori solitari, schivi e abitudinari, che la cui vita − e anima – vengono sconvolte dall’arrivo di lei nella loro umile casa. Aiutati da Maggie, tirano fuori dalla loro pelle bruciata dal sole e indurita dal lavoro nei campi, una tenerezza, cura e gentilezza che mi hanno lasciato un’emozione così forte da considerarla ormai un ricordo più che un segno di una bella lettura.

harufCanto della pianura è un romanzo che entra dentro, rimane in testa. E sorprende quanto la storia si cristallizzi nella memoria in ogni suo particolare (dovessi fare il conto dei libri, anche belli, che leggo e di cui dimentico la trama, aprirei la Biblioteca dei libri perduti) ma sorprendono soprattutto le tantissime emozioni che affiorano leggendo – direi quasi vivendo − a Holt per qualche giorno, fissandosi fra i ricordi.
È così che Holt è diventato il luogo dell’anima per tanti di noi che, grazie a NN editore, a Kent Haruf, e a Fabio Cremonesi, ci siamo stati.

Canto della pianura è il secondo volume di una Trilogia; il primo è Benedizione e il terzo Crepuscolo. Di recente è uscito Le nostre anime di notte; questa (https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2017/03/09/le-nostre-anime-di-notte/) la lettura di Massimo Maugeri

(Questo post è stato pubblicato in anteprima su La poesia e lo spirito)

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