Non è un gioco da ragazzi: Non devi dirlo a nessuno di Riccardo Gazzaniga

Gazzaniga_nessunoSeguo Riccardo Gazzaniga fin dalla vittoria al Premio Calvino con A viso coperto e non vedevo l’ora di “leggerlo” di nuovo. Per tutto questo tempo, noi fan ci siamo “consolati” sbocconcellando il profilo e la pagina Facebook dove, oltre a post interessanti e sano cazzeggio, regala stupende mini biografie (mini nelle battute, maxi nei contenuti) di personaggi poco noti che hanno compiuto piccole grandi imprese. Biografie che fanno il giro del mondo, vengono copiate, pubblicate, a volte saccheggiate.

Ho iniziato a leggere il romanzo un po’ condizionata dal fatto che fosse venuto fuori l’imprinting spiccatamente Kinghiano (difficile non pensare Stand by me e It fra tutti) e una ricerca storica e sociale meticolosa sugli anni Ottanta. Quindi, come sulle montagne russe delle tanto attese fiere di paese, quando tutti eravamo ragazzini, in vacanza, e aspettavamo i carrozzoni per “svoltare” le serate, mi sono lasciata trasportare dall’onda dei ricordi. Ho ritrovato il Califfone, il Twister, le spalline incastrate sotto le bretelle del reggiseno, i giornaletti erotici che gli amici maschi consumavano (letteralmente), Jon Bon Jovi.

E mi sono chiesta: un lettore di un’altra generazione (più o meno giovane) può riconoscersi o entrare emotivamente nella vicenda? La risposta è arrivata dopo i primi giri di giostra: sì, può, decisamente! La la storia di Luca, in vacanza a Lamon (piccolo comune di montagna in provincia di Belluno) con la sua famiglia (mamma, papà – per lo più assente per lavoro – e fratello minore) è la storia di tutti; di tutti i bambini che sono stati almeno una volta in vacanza in piccolo paese, a scorrazzare con le bici per i prati, bivaccare sui muretti o sulle panchine in interminabili pomeriggi di chiacchiere e piacevole noia con “gli amici della comitiva”; di tutti i ragazzini che covano dentro una “paura”: paura di non piacere agli amici, di non essere all’altezza del gruppo, di rendersi ridicoli davanti alla ragazza (o al ragazzo) che fa battere il cuore; paura dell’ignoto, di un Uomo del bosco, che si nasconde fra gli alberi e può afferrarti per i piedi e trascinarti giù nelle radure (o nelle fogne, come il mitico Pennywise che ha terrorizzato la mia, la nostra generazione). La giostra gira, e Luca e Giorgio – i fratelli protagonisti della storia – conducono il gioco, ti fanno scendere giù vorticosamente, al ritmo del loro cuore che freme, poi ti concedono una tregua, per osservare il paesaggio, e di nuovo ti spingono giù, velocemente, con le loro avventure estive.

A un certo punto, il carrellino rallenta. Ti rendi conto che il “mostro” di cui aver paura è più reale che mai e che Luca ha due genitori che nascondono un segreto (forse non solo uno) importante; e che l’Uomo del bosco può essere sì un uomo in fuga, ma può essere anche un mostro reale, concreto, con una pistola vera magari, che prima o poi ti troverai ad affrontare occhi negli occhi e, in quello stesso istante in cui il suo sguardo feroce ti entrerà dentro, crescere, inesorabilmente, diventare adulto, prenderti le tue responsabilità, avere consapevolezza di ciò che accade intorno a te.
Luca cresce mentre tu sei sbattuto dalle Montagne russe; era un ragazzino con un fratello da “trascinarsi appresso” e diventa un piccolo uomo: ama profondamente il fratello, di quell’amore istintivo che non si può spiegare, e lo protegge, sempre guidato dall’istinto, anche a costo di rischiare la vita (e inevitabilmente ho pensato ai miei figli, a cui auguro di avere il rapporto speciale, in futuro, che hanno Luca e Giorgio). Gli ultimi capitoli sono una discesa in picchiata, con tanto di giro della morte. Rimani senza fiato, e quando il turno è finito, il carrello rallenta e si ferma e tu puoi, ancora frastornato, scendere, pensi che vorresti subito ricominciare. Perché ormai hai fiducia in Luca, che ha saputo destreggiarsi fra piccoli ed enormi problemi e farti sentire sicuro.

Ecco, la paura passa – la domini – quando hai qualcuno accanto che si prende cura di te: un fratello, un amico, una madre o un padre, con tutti i difetti e le debolezze che cercano di mascherare, di non mostrare ai figli. Forse, a volte, sarebbe meglio far vedere ai figli che crescono che si ha paura, che anche un adulto può temere un Uomo del bosco, che si nasconde fuori o dentro di lui, sempre pronto a tendere un agguato. E insegnare loro a prendersi cura delle persone che amano, in ogni situazione, con onestà, lealtà e dedizione.

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