Ammaniti non si discute: si ama

Anna_Gallozzifoto di Andrea Gallozzi

Non riesco mai a essere lucida quando mi chiedono se mi è piaciuto un romanzo di Ammaniti. È come chiedere se sia più buona la cassata palermitana, con quel suo trionfo di frutta candita, o quella messinese, più semplice e meno carica. Anche se conosco la risposta, dirò sempre che la messinese (il dolce della festa quando ero bambina) è più buona, più leggera, meno calorica.

Non riesco a “giudicare” con lucidità uno scrittore che per me è “casa”, che mi ha accompagnato, fatto sorridere ridere commuovere piangere fin da quando, adolescente, in ricreazione stavo seduta al sole a leggere mentre gli altri giocavano a pallavolo o si prendevano a parolacce.

Questa volta poi che c’è veramente “casa”, la mia terra, non posso far altro che dire che non si può leggere Anna (Einaudi stile libero big, pubblicato nel 2015) e non rimanerne colpiti, in positivo o in negativo, ma comunque mai indifferenti.

Anna è, ancor più che Io non ho paura (che aveva ai tempi costituito una sorta di “passaggio”) secondo me il romanzo di Niccolò che diventa grande, che si lascia dietro i personaggi goffi e “al limite” di Ti prendo e ti porto via, prende un pezzetto di anima da Io non ho paura e Come dio comanda e li porta in un mondo nuovo. E sta lì a vedere che effetto fa.

Non a caso i protagonisti assoluti di questo romanzo sono i bambini (Michele e Cristiano rimarranno nella storia, così come Anna). E la Sicilia, interpretata dall’autore portando all’estremo quelle che sono alcune caratteristiche di certi paesaggi isolani: terre bruciate dal sole, dove il suolo è pieno di crepe, paesi abbandonati con le persiane di legno rotte che sbattono e la salsedine che brucia il paesaggio. È una terra dove la speranza ha lasciato il posto alla sopravvivenza e gli adulti hanno lasciato il posto ai bambini; non se ne sono andati, non si sono fatti da parte. Sono morti. Tutti. Uccisi da un virus per cui non si conosce la cura. E ai bambini hanno lasciato la responsabilità, la più ardua, la più difficile: sopravvivere. E forse sperare che in un’altra terra, in un altro posto si possa continuare a vivere davvero.

Anna e il fratellino Astor iniziano la loro avventura: percorrere tutta l’Isola e scappare verso il Continente, verso lo Stretto. Unica “eredità”, un quaderno lasciato loro dalla mamma con tutte quelle cose (dalle più banali – come curare la febbre per esempio – alle più complesse) che non ha fatto in tempo a trasmettere loro, come ogni mamma fa con i propri figli e qualche avanzo di medicina. Devono procurarsi tutto: cibo, consolazione, forze per andare avanti.

Sul loro cammino incontreranno bambini buoni, bambini cattivi, bambini che li terrorizzerano come a rappresentare in maniera viva e stridente i loro incubi peggiori, amici che li aiuteranno… e un cane, emaciato, solo e desideroso di coccole (tanto da prendere il nome di Coccolone) e specchio di una vita “normale”, bisognoso di protezione e amore, così come i bambini.

Un racconto che difficilmente lascia indifferenti, che entra dentro e non ne esce più (l’ho letto ormai tanto tempo fa e non ho mai avuto il coraggio di scriverne). Rimangono l’odore, il silenzio, la paura, lo sgomento, l’ampiezza dei paesaggi infiniti, la stanchezza di tanto camminare a piedi, la voce dolce di una ninna nanna bambina. E l’immenso del mare, che è – può essere – salvezza, speranza, inizio. Di nuovo. Nonostante tutto quello che ci si lascia alle spalle.

C’è una cosa che mi ha lasciato, da messinese, sbalordita. C’è questo posto, il Baby Park, dove andavo da bambina, che ancora oggi, dopo più di trent’anni è lì, con le stesse macchinine, gli stessi giochi (puffi ormai arrugginiti, elefanti volanti stanchi di volare, Topo Gigio che nessun bambino riconosce più), con il suo volto decadente che i bambini la domenica non colgono ma che a me mette tanta malinconia quando torno con i miei figli. Nessun altro luogo in città sarebbe stato più adatto per questo romanzo e Ammaniti ne ha colto l’essenza come nessuno avrebbe potuto fare meglio: Astor si infilò in una strettoia di sabbia tra due locali e Anna lo seguì. Dietro le baracche, su un minuscolo promontorio, arrugginiva un parco divertimenti nascosto tra gli eucalipti. Una giostra con le sedioline appese. Un autoscontro. Un capannone pieno di carcasse di videogiochi. Durante il viaggio ne avevano incontrati altri e ogni volta Astor montava sulle macchinine e s’incaponiva cercando di metterle in moto, poi chiedeva ad Anna di raccontargli com’erano con le luci colorate accese, la musica, i bambini. Invece questo lo attraversò senza fiatare.

Ecco, questa cosa non credo che riesca a farla qualunque scrittore: cogliere così bene l’anima scura di un luogo, di una terra, delle persone come ha fatto Niccolò Ammaniti in questo romanzo.

Ringrazio Andrea Gallozzi, fotografo con una grande passione per il mare (“Fotografo il mare, che è quel che ho più vicino, sotto casa e nel mio cuore”). La sua foto interpreta perfettamente una delle tante emozioni e sensazioni che il romanzo scava dentro.
Questa la gallery Flickr di Andrea (mare, ritratti, paesaggi, ma soprattutto emozioni e attimi colti in maniera intensa e magistrale); su Instagram lo trovate come @andreald

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Un pensiero su “Ammaniti non si discute: si ama

  1. mario conti ha detto:

    Uhm. Mi accontenterò di amarlo rimandando alla sua prossima fatica il discuterlo, dato che su questo romanzo continua a sembrarmi inappropriato (e per iscritto troppo faticoso); nonostante le belle e comprensibili notazioni (in giro molto condivise) che vengono da una professionista in gamba e grande lettrice come te.
    Lasciami solo dire che anch’io amo la Sicilia, ma qui non ce l’ho trovata; e se fossi siciliano, ci resterei ancor più deluso, come da occasione mancata.
    Mi toccherà partecipare al corteo portando da solo il gonfalone degli Indifferenti.

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