Vita da thriller: Carlo Romano e i Silenzi di porpora

Carlo Romano, Silenzi di porpora, Falco editore *Narrativa* (2015), 253 pagine, 15 euro

silenzidiporporaL’incipit del romanzo è come una sciabolata allo stomaco: due bambini, 9 e 10 anni, in una stanza, incatenati, accovacciati in un angolo ad aspettare. Aspettare di morire di fame, o essere uccisi, fatti a pezzi e poi ricomposti, come in un macabro mosaico, una tremenda opera d’arte, da un assassino senza pietà per nessuno, nemmeno per se stesso.

Questo romanzo, pubblicato dall’editore calabrese Falco, e scritto da Carlo Romano Maggiore dei RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Messina potrebbe essere la sceneggiatura di un film, di una serie tv delle più seguite; inchioda il lettore fin dalle prime battute. Ed è un thriller di prima mano, scritto da una persona, un professionista, che tutti i giorni per lavoro deve fare i conti con omicidi, cadaveri non proprio in buono stato e casi ingarbugliati che sembrano trame di romanzi.

Silenzi di porpora è un romanzo silenzioso. L’assassino si muove con cautela, si nasconde fin da quando è bambino, conserva gelosamente dentro di sé il germe della violenza che cresce piano piano, anch’esso senza dare segni, senza fare rumore, e genera panico, terrore, morte. Il filo conduttore del romanzo è senz’altro la serie di omicidi efferati e la ricerca, da parte del capitano Giovanni Raimondi e della sua squadra, non solo del colpevole, ma di quel germe che prolifera e sembra inestirpabile. Oltre però al filo “canonico” che il lettore segue (omicidio-indagine-scoperta del colpevole ed eventuale cattura) ci sono tanti altri fili che questo bravissimo burattinaio che è Carlo Romano governa e che guidano il lettore verso strade che non aveva contemplato e che lo sorprendono ogni volta.

Il rapporto del capitano con la sua squadra – tutti personaggi, anzi, persone, con una storia intensa e un carattere forte che vengono fuori in tanti assolo degni di nota – è realistico, reale, con quell’aspetto leggero che a volte sdrammatizza il mestiere o il momento di emotività a cui, anche chi è avvezzo alla materia, prima o poi si lascia andare.

La storia dell’assassino, che procede in parallelo, a capitoli alternati con quella del capitano, crea un puzzle a incastro perfetto, che si rivela in tutta la sua grandezza proprio sul finale, con una sorpresa per il lettore dettata dalla conoscenza scientifica approfondita di un professionista dei RIS che ha voluto regalare ai suoi lettori storie, lasciando, per lo spazio di 250 pagine, rapporti perizie. E come in tutte le storie più belle e i thriller più avvincenti, l’aspetto personale e psicologico dei personaggi – in particolar modo del killer – ha un’importanza fondamentale e costituisce la chiave di lettura che si desidera avidamente scoprire, ancor più del colpevole stesso.
La scoperta che procede di pari passo è quella della Sicilia, dentro cui il lettore si insinua, scoprendo ville, musei e strade di campagna, ma soprattutto un’anima torbida che ne offusca il sole.

Ho avuto l’onore di incontrare  Carlo e il suo romanzo quando ancora era “solo” una stampa su fogli A4 bianchi come alcune spiagge della nostra isola stupenda. E, come lui ha fatto in coda al romanzo, lo voglio ringraziare per la fiducia, la gentilezza e le granite gustate al Rio bar mentre parlavamo di libri, assassini e morti ammazzati. Lo voglio ringraziare anche (e credo che tutti i suoi lettori saranno con me) per lo stupore che lo coglie quando accanto al suo nome legge la parola “scrittore”, meritata a pieno titolo.

Grazie Carlo! Al prossimo romanzo!

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