La lucidità del distacco nel romanzo di Marco Peano

Marco Peano, L’invenzione della madre, minimum fax *Nichel* (2015), 252 pagine, 14 euro

invenzione_della_madreQuando si vive con un malato terminale, l’attenzione, fisica e psicologica, si concentra su di lui (o lei, come in questo caso) e tutto il resto, anche i pensieri, passano in secondo piano, diventano accessori, incisi della propria vita. Parentesi. L’autore rende molto bene, dal punto di vista stilistico e concettuale, questa situazione: chiude tra parentesi lunghi periodi, lunghi incisi nella storia principale, come se il protagonista volesse prendersi una pausa dal dolore. Anche i ricordi, come a volerli preservare dal deteriorarsi, sono racchiusi fra parentesi, custoditi in uno spazio intimo, a cui solo il lettore ha accesso, in punta di piedi.

Niente sembra avere più importanza e la vita che scorre attorno al protagonista, Mattia (l’unico di cui conosciamo il nome) sembra come in background rispetto all’altra vita scandita da analisi, pillole, ospedali, segnali. Di nessuno, nemmeno della madre, così importante nella storia, è dato conoscere il nome. Questa assenza ha un effetto ancora più forte rispetto al fatto che nella malattia, a volte, non si è più persone ma si diventa personaggi, attaccati al filo che prima o poi verrà reciso e che al centro rimane, più che il malato, chi è in attesa. Gli altri sono solo presenze accessorie, da mettere in secondo piano per riprenderle dopo.

Romanzi, racconti, film, serie tv parlano continuamente (quasi in maniera ossessiva, soprattutto le serie) di morte; il modo delicato e struggente di porgerci l’argomento è una rarità. Il racconto di Peano è il racconto di una “bomba pronta ad esplodere”. Si aspetta la deflagrazione che distruggerà parte della nostra vita, si sta sempre con il fiato sospeso, fino a quando arriva il momento che sapevamo sarebbe arrivato ma ci coglie sempre di sorpresa. Come un’esplosione, come il tappo dello champagne che ci fa chiudere gli occhi per un attimo pur se ne conosciamo le conseguenze.

Avvicinarmi a L’invenzione della madre per me è stato un atto di fede, un atto d’amore verso i libri. Sapevo dalla prima pagina che avrei pianto tantissimo, mi si sarebbe stretto il cuore, ma sapevo anche che lo stile di questo editor-scrittore mi avrebbe affascinato, come la scelta del modo in cui trattare il tema. È la prima volta che leggo una trattazione della malattia, della morte, del post mortem così vera, viva, pratica. Odori insistenti, rumori sbagliati; e cose da fare, a cui dover pensare quando invece si vorrebbe chiudere una bella porta in faccia al mondo. Cose pratiche: la preparazione del defunto, la scelta della bara, il funerale, i vestiti e gli oggetti da mettere via e quelli da tenere legati a sé, fra i pianti liberatori. Tutte cose che ogni figlio, consapevole che prima o poi (se la Natura permetterà) dovrà affrontare, a cui però non pensa mai realmente in concreto, con la spiazzante lucidità a cui Peano ci “costringe”. Lucidità che cede il passo all’istinto, quello primordiale e di mammifero, su un finale veramente disarmante. Ci si trova con le spalle al muro ad accettare e lasciare andare le lacrime che bagnano le pagine.

Il libro di Peano è uno di quelli che ti scava dentro una ferita ma trova, esso stesso, il modo di alleviarne il dolore.

Ancora una volta minimum fax con la collana Nichel (curata da un altro editor-scrittore di grandissimo talento, Nicola Lagioia) propone autori e storie che meritano un posto privilegiato nella nostra libreria fisica ed emozionale.

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