Jhumpa Lahiri: e il cerchio si chiude

Jhumpa-Lahiri
Jhumpa Lahiri ha scritto un libro in italiano, In altre parole. Senza traduttore, ma solo con amore e con tanti amici (come dice lei stessa) che le davano consigli. La prima cosa che mi sento di fare è ringraziarla per aver reso omaggio alla nostra lingua (che conosce molto meglio di tanti italiani) e ai nostri scrittori, classici e contemporanei che ha letto e amato (molto più di tanti italiani).

Un’opinione critica (nel senso primario di “valutazione e analisi”) del libro viene proprio da lei nelle ultime pagine: si potrebbe dire che la mia scrittura in italiano sia una specie di pane sciapo. Funziona, ma il solito sapore non c’è. Forse troppo critica verso la sua esperienza, ma in fondo non ha torto: il sapore dei suoi precedenti romanzi e racconti è talmente eccezionale, speciale, che la sua scrittura in italiano, seppure ottima, perde un po’ di sale.

Il sapore, lo stile, il modo lieve, delicato di raccontare è uno degli aspetti principali che mi fanno tornare con fame sui sui libri. Le storie sono speciali, si seguono con piacere, tutte. Sono storie importanti, che scoprono il nervo delle origini, delle tradizioni, che forse, da come si evince, vanno “allontanate”, a volte rinnegate per essere poi riscoperte e amate, rispettate. Ma il sapore che riesce a dare alla narrazione, la sensazione che il lettore (almeno io) prova nel leggere Jhumpa Lahiri rende veramente eccezionale una scrittrice che amo e seguo fin dal suo esordio. Ovunque ti trovi a leggere, lei ti porta sulla tua poltrona preferita, accoccolata sotto la coperta più morbida e calda che hai, con il tuo maglione più comodo e una tazza di tè zenzero e cannella da sorseggiare all’infinito. Magari con il camino acceso. La sua scrittura scalda il cuore, coccola, culla, come una bella favola a un bambino che sta per addormentarsi. Nonostante i temi forti, importanti, è una carezza.

Non dimenticherò mai Gogol Ganguli (L’omonimo) e la sua ricerca spasmodica di libertà, di affrancarsi dalle origini, la sua lotta contro il suo essere più profondo, che verrà inevitabilmente fuori per essere accettato, accolto, amato. E la dolcezza del primo, struggente racconto di Una nuova terra, stupenda storia, prima che di una famiglia bengalese trapiantata in America, di un padre e una figlia che si amano alla follia; un racconto in cui i silenzi, le pause esprimono più di mille parole.

Con questo suo ultimo libro per me si chiude un cerchio. Ho conosciuto Jhumpa quando ho deciso di lasciare la mia città e partecipare a un corso (e poi uno stage per me fondamentale) organizzato dalla casa editrice Marcos y Marcos. Avevano da poco pubblicato L’interprete dei malanni ed è il primo libro che ho preso, spulciando fra gli scaffali della casa editrice. Jhumpa rende omaggio, nel libro In altre parole, alla sua traduttrice e editrice Claudia Tarolo e a Marco Zapparoli, fondatore della Marcos y Marcos. E, come tutte le sentimentali che amano leggere i libri sotto una coperta, accoccolate sulla poltrona, mi sono commossa. E sono felice di aver letto (quasi) tutti i suoi libri perché pochi scrittori ti sanno coccolare con le loro parole, le loro storie, come sa fare Jhumpa Lahiri.

Ho avuto l’onore e la fortuna di incontrarla e ascoltarla in un contesto ideale, una trentina di persone di un bellissimo book club e tra i tanti aspetti che ha regalato di sé al suo pubblico, una cosa in merito a questa scelta di scrivere in italiano mi ha colpito tanto: dopo il Pulitzer è nata – come immaginabile – una sorta di “ansia da prestazione” con i riflettori tutti puntati su di lei, diventata all’improvviso famosa. L’italiano quindi è una “terra di libertà”, dove potersi esprimere con serietà ma con il cuore più leggero, meno pressato dalle aspettative.
Jhumpa Lahiri è dolcissima. E onesta. Si è donata a noi come se ci conoscesse da sempre, senza risparmiare emozioni, commenti personali, sentimenti e ha espresso, in maniera inequivocabile e tenera, un amore profondo non solo per la nostra lingua (indubbio per chi ha letto il suo libro), ma anche per le nostre città, la “nostra gente”.

Si è confermata ai miei occhi la persona (oltre che scrittrice) stupenda, come immaginavo che fosse fin da quando ne sentivo parlare con entusiasmo e affetto da Claudia Tarolo.

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