Lacci di famiglia nel romanzo di Domenico Starnone

Domenico Starnone, Lacci, Einaudi *Supercoralli* (2014), 133 pagine, euro 17,50

starnone_lacciLacci è un libro perfetto. Perfetta la storia, perfetto il punto di vista, perfetto lo stile. Non c’è nemmeno una parola, una frase, un dialogo fuori posto, che poteva essere “tagliato”, modificato. Va benissimo così com’è. Ed è un vero piacere leggerlo, nonostante lasci inevitabilmente l’amaro in bocca.

Si dice spesso che una volta (la volta dei genitori di chi adesso ha tra i quaranta e i cinquant’anni) i matrimoni duravano tutta la vita perché si era più disposti al sacrificio, al compromesso. Sì, forse è vero, ma a che prezzo? La risposta (una possibile, ma piuttosto realistica) a questa domanda è il romanzo di Domenico Starnone.
Pochi, pochissimi personaggi principali sulla scena – marito, moglie, due figli, un gatto (che avrà un suo importantissimo ruolo) e un’amante che appare in background – per un romanzo breve e fittissimo.
La storia è questa: un ragazzo e una ragazza, Aldo e Vanda, si sposano verso l’inizio degli anni Sessanta. Nell’entusiasmo dei primi anni nascono i due figli, Sandro e Anna. E subito dopo, quando i figli sono ancora piccoli, come succede in tante coppie, qualcosa si rompe e Aldo inizia a guardarsi attorno. E incrocia lo sguardo di una ragazza molto più giovane di lui, con cui avrà una storia breve ma intensissima, che lo porterà ad andare via di casa.
Se fossimo stati negli anni Novanta o oggi, Aldo sarebbe rimasto con Lidia (bellissima ragazza muta, nel libro è sempre sullo sfondo, nei ricordi dei figli, nelle recriminazioni di Vanda, nelle scuse di Aldo), Vanda avrebbe trovato, magari in tarda età, una compagnia (ma chi l’ha detto che sono sempre gli uomini a perdere la testa e le donne a non voler rimanere sole?) e si sarebbero più o meno civilmente distribuiti il tempo dei figli.

E invece no, in quegli anni alla fine si tornava a casa, a qualunque costo. Per orgoglio, senso di responsabilità, per non perdere la scommessa piazzata al momento del matrimonio. O per paura.
Non so dire con precisione quando cominciai a temere Vanda […] ho vissuto con una donna che, pur essendo piccola di statura, magrissima, fragile ormai nella sua stessa struttura ossea, sa come levarmi le parole e le forze, sa rendermi vile.  E mi impose una sorta di recita quotidiana volta a dimostrarmi quanto lei fosse giovane, bella, elegante, libera, assai più della ragazzina per la quale l’avevo lasciata.

In questo passaggio, cronologicamente non all’apice del ritorno di Aldo, ma a mio parere significativo, ci sono la chiave dei quarant’anni di nuovo insieme e il punto centrale del romanzo stesso. Ok, ho sbagliato, torniamo insieme, sarà bellissimo, andremo in vacanza al mare con la macchina carica e i bambini felici e tutto andrà bene. E quei lacci, che all’inizio facevano stare comodi nelle scarpe nuove e che presto hanno cominciato a stringere in maniera insopportabile, a far perfino incespicare e cadere (come ben rappresenta l’immagine in copertina) torneranno a costituire il legame che tiene unita, in un laccio più che in un legame, la – nuova – famiglia.
Perché una famiglia, dopo una caduta del genere, cambia. Per sempre. Si può far finta di niente, prendere parte alla recita ma mai più si tornerà ad essere quelli di prima, ad essere veramente liberi, “a piedi nudi”.

Come in tutte le famiglie in cui avviene una rottura, e tanto più un ritorno, i primi a farne le spese, in ogni luogo e in ogni epoca, sono i figli. Tanto più che la metafora dei lacci rimanda al rapporto intimo dei genitori che insegnano ai figli ad allacciarsi le scarpe, a diventare autonomi, grandi. Sandro e Anna, come tutti i figli di coppie ricucite, sembrano sereni, riconquistano il loro papà fra le mura di casa (forse si divertivano di più quando lo andavano a trovare nell’altra casa), e stanno zitti, non commentano la situazione fino all’età adulta, in cui confrontano i loro punti di vista, i loro ricordi, e danno voce, fisicamente – in una scena forte, travolgente – alle loro frustrazioni di bambini mandati in confusione dalle scelte dei genitori.

I diversi modi di vivere e sentire questa situazione sono resi in maniera egregia da una struttura in tre parti; la prima, quella con un incipit perfetto (Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie), in cui la moglie racconta al marito quello che ha provato, patito, affrontato. La seconda rappresenta il punto di vista in soggettiva di Aldo, e ciò che l’ha spinto a fare tutto ciò che ha fatto. La terza, forse la più originale per immagini e sentimento (raramente si dà voce chiara e limpida ai figli) in cui prendono la parola Anna e di conseguenza Sandro adulti, e guardano i genitori come a due persone, con i loro limiti, le loro insicurezze, il loro egocentrismo.
Questo – vedere i genitori come persone – più che imparare a essere autonomi e indipendenti – e sapersi allacciare le scarpe – è ciò che rende veramente adulti, che fa crescere, nel bene e nel male; accade anche in una coppia, quando l’altro diventa una persona e non più solo l’oggetto del nostro amore incondizionato.

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