La Rowling dopo Harry Potter

J.K. Rowling, Il seggio vacante, Salani (2012), 553 pagine, 22 euro. Tradotto da Silvia Piraccini

imagesUna sorpresa. Questo è stato il romanzo non potteriano della Rowling.
Un romanzo corale senza sbavature, come sarebbe prevedibile in un caso in cui i personaggi sono tantissimi e le relazioni fra loro ampie e complesse.

La scrittrice appare perfettamente consapevole non solo di ciò che si appresta a scrivere ma anche del rapporto da instaurare con il lettore: chiaro e reciproco fin dal principio. La Rowling presenta i personaggi nel loro contesto familiare o lavorativo dedicando a ognuno un capitolo in modo da mostrare, scena per scena, con calma, la cittadina di Pagford; senza fretta e con estremo piacere nel narrare, in modo che il lettore si prenda tutto il tempo che serve per aprire le porte di case, negozi, aule e sbirciare
Un quotidiano ordinario – quasi banale – di un’ordinaria cittadina, che scorre normale fra la scuola, il giornale locale e i piccoli negozi è messo in subbuglio dalla morte improvvisa di un giornalista e membro del Consiglio. Una morte che in apparenza sembra ordinaria anch’essa (un aneurisma fulminante), che colpisce solo dal punto di vista affettivo le persone (tutti in paese) che gli sono vicine. È a pagina 49 che, come una lama di luce che fende la nebbia all’improvviso e fa vedere tutto più chiaro, si legge: Entrambi… …contemplavano la vacanza imprevista: e vi videro non un vuoto bensì la tasca di un prestigiatore, piena di possibilità. E qui troviamo un altro motivo per andare avanti a grandi passi, falcando le 553 pagine del romanzo: un “intrigo” nella normale vita quotidiana della perfetta cittadina inglese.

È davanti all’opportunità, alla possibilità di guadagnare un posto in Consiglio, o di cambiare vita (in meglio o in peggio) in conseguenza della morte di Barry Fairbrother, che i personaggi appaiono diversi da come si presentano la prima volta che li vediamo. Completamente diversi, negli atteggiamenti, nel modo di pensare, con tutte le ipocrisie, le macchinazioni, l’opportunismo che non ci si aspettava, soprattutto da alcuni. E questo è il bello di un romanzo ben scritto: personaggi non descritti ma di cui si può seguirne, attraverso le azioni e i pensieri, uno sviluppo coerente con quella che è la vita, la più vera, che parte dalle viscere di ognuno.

Anche lo stile, il registro narrativo, cambia in base all’ambiente e ai personaggi, connotando ancora meglio le situazioni e facendo entrare ancora di più un lettore, in altri casi tenuto a distanza da un narratore che tutto sa e tutto vede, nel meccanismo; è sboccato dentro casa della tossica Terri e della figlia adolescente e – logicamente – disorientata Krystal, giovanile fra i banchi di scuola, formale nei rapporti di lavoro, familiare dentro le case.

Il romanzo corale spesso disorienta. Troppi personaggi da tenere a mente, troppe situazioni da ricostruire. L’approccio dovrebbe essere di fiducia, anzi, di fede vera e propria: anche se si perde un passo o un personaggio sarà la scrittrice che imprevedibilmente farà ricucire lo strappo senza sforzo da parte del lettore. Se è una brava scrittrice. E lei lo è. Decisamente. All’improvviso ci si trova a conoscere e riconoscere le persone con le loro sofferenze, i loro dilemmi, le loro ambizioni, i loro segreti e si vuole andare avanti alla spasmodica ricerca di una rivelazione che è suggerita, anzi, centellinata, dall’autrice nel corso del romanzo e che, svelata, sorprende.

E sorprende che ciò accada in un romanzo dalla struttura in un certo senso classica, dove poco spazio sembra essere lasciato al lettore, il quale invece viene dal narratore onniscente accolto e introdotto a pieno nel suo mondo.

Non dimentichiamo che la Rowling, d’altronde, ci ha fatto accettare di buon grado maghi, streghe e mostri!

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