Italian Zombie, le interviste: Michele Carenini

Italian Zombie. Cronache dalla resistenza, 80144 edizioni (2013), 304 pagine, 13 euro

michelecareniniUna chiacchierata con l’autore del racconto ambientato all’università, con zombie eleganti e insospettabili. Una “lezione” di stile e costruzione delle storie da parte di un autore che ha ben chiari i suoi strumenti e come utilizzarli, Michele Carenini.

Paolo ti ha chiamato. E tu?
Come Paolo sa, la storia del mio racconto è stata un po’ travagliata. Subito dopo la “chiamata”, non afferrando lo spirito della cosa, avevo pensato a un racconto dalla prospettiva dello zombie, uno che si sveglia “infetto” e parte dall’idea che “si tratta solo di cattiva pubblicità” (non riesco a restare del tutto serio, come si vede anche dal racconto, neanche quando si tratta di non-morti affamati che vagano per la città). Paolo mi ha fatto capire che invece si puntava a un’operazione più seria e, da un certo punto di vista, “tradizionale”: lo zombie non pensa e di conseguenza non può avere una prospettiva in prima persona.

Ti sei confrontato subito con gli altri scrittori e le altre scrittrici?
Niente: non mi veniva in mente niente. Però continuavo a pensarci, fino a, come si dice, non dormirci la notte. E infatti, in una notte insonne, mi sono messo al pc e ho cominciato a pensare in quale zona della città mi sarebbe piaciuto vedere ambientata la storia, e ho scritto il racconto – anzi, il draft che poi voi editor avete trasformato in un racconto.

Hai deciso subito come avreste potuto far incontrare i vostri personaggi o incrociare le storie?
Il mio rapporto con gli zombie, devo dire, è sempre stato abbastanza buono – soprattutto dopo che Romero li ha resi personaggi metropolitani, sottraendoli alle radici haitiane e sostituendo la magia con il virus, e dopo che la Marvel Comics ha creato la (sottovalutata) icona pop Simon Garth. L’importante è che non si avvicinino troppo.

Ti sei documentato sugli zombie?
Mi piaceva l’idea di rappresentare come centro dell’epidemia la zona più ricca e privilegiata di Bologna (le cliniche private, i Colli), mettendo come roccaforte umana l’università (e facendone di riflesso la zona meno privilegiata e uno dei centri della resistenza. Mi sembra tra l’altro che questo ben si adatti all’altro racconto ambientato a Bologna in Sala Borsa). Per questo ci sono zombie in pelliccia, eleganti, con la cravatta. Gli umani, da parte loro, non hanno storia ma sono identificati dalla propria funzione (il Matematico, l’Archeologo, la Biologa), perché in guerra sicuramente è più importante quella della propria biografia.

Hai scritto di impulso o hai “studiato”, creato una scaletta e cosa ha ispirato la tua storia?
Mi piaceva anche l’idea di costruire un racconto in un certo senso “circolare”, iniziando con il Matematico e finendo con il resoconto dell’uccisione di una prof. di Matematica, e facendo cominciare il racconto, in pratica, con il protagonista che viene portato nella roccaforte e finendolo con il protagonista che porta un nuovo membro nel gruppo di resistenti. Volevo suggerire il girare a vuoto tipico della deambulazione zombesca e del fatto che, da bravi resistenti, “potete fare qual che volete, ma noi a ogni mangiato sostituiremo un altro combattente!” Certo che se adesso finisco a parlare di ringkomposition vuol dire che lo zombie sto diventando io…

Hai un aneddoto legato al periodo di lavorazione che vorresti raccontare?
Purtroppo non sono riuscito, date anche le modalità notturne di nascita del racconto, a confrontarmi con gli altri zombie-makers… Però mi sembra che sia venuto fuori un bello spirito comune di resistenza.

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