Veronica Pivetti – Ho smesso di piangere

Mondadori *Ingrandimenti*, 2012, 160 pagine, 17 euro

pivettiParla di depressione, quella nera, quella che ti annienta, ma non è un libro triste. Anzi, è colorato, solare, allegro, positivo. È come leggere la favola di Biancaneve sapendo che il cacciatore non obbedirà alla matrigna e Biancaneve uscirà dal bosco oscuro illesa e felice. E nonostante tu sappia che il cacciatore si muoverà a compassione e non strapperà il cuore dell’ignara fanciulla per consegnarlo alla matrigna cattiva, leggi con interesse, partecipazione e curiosità per come andrà avanti la storia, più che per come andrà a finire.
La depressione, insieme con la morte e la vecchiaia, è uno dei tabù del nostro tempo; non solo nel mondo dello spettacolo, dove tutti devono essere su di giri e smaglianti sempre e guai a far venire fuori una debolezza. Di depressione non si parla mai, se non accopppiando l’aggettivo “poverina” (“È depressa, poverina!”) per poi scappare chilometri lontano, come se la depressione fosse la peste che si contagia.
E se una delle cause (come è in realtà per Veronica Pivetti), forse la principale, non fosse la “solita” insoddisfazione, la tristezza, la reazione a un evento negativo, ma un evento clinico, fisico, nel caso specifico una tiroide che funziona “troppo” e qualche cura sbagliata qua e là? Ne nasce una storia sorprendente, un’odissea moderna di una donna (con la sua fedele amica Giordana e i loro cani) sballottata fra studi di medici egocentrici, medici poco attenti, prove tecniche di cure con dosaggi di medicine improvvisati, dottoresse-sirene ammalianti che sembrano avere la chiave della guarigione e altri personaggi che si avvicendano nei sei anni di avventure.

Un mio amico diceva che si deve avere il coraggio di gioire con chi gioisce e piangere insieme con chi piange. Di questo ha bisogno una persona depressa, che qualcuno la accompagni nel suo cammino, come fosse un qualunque cammino, procedendole accanto (come ha fatto Giordana con Veronica) senza compatire, cercare di consolare, o di far distrarre. Questo l’abbiamo capito ascoltando Veronica. Non solo “leggendo” perché il suo libro non va solo letto; va ascoltato, con attenzione; il suo lungo racconto è una generosa condivisione con i lettori, fatta non solo per metterli in guardia da un “pericolo” che ti potrebbe toccare ma, come ogni libro dovrebbe essere, vuole intrattenerti e divertirti, farti riflettere con un tema che fa parte, da lontano o da molto vicino, della vita di tutti noi.

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