Giancarlo De Cataldo – In giustizia

Rizzoli *Scrittori italiani* (2011), 227 pagine, 15 euro

Sarebbe stato bello se De Cataldo avesse finito di scrivere il suo libro poco prima della sentenza definitiva del processo per l’omicidio di Meredith Kercher; avrei voluto conoscere la sua opinione, il suo punto di vista, il punto di vista del giudice spiegato ai non addetti ai lavori.
Spiegato con semplicità e, se non con oggettività (anche se io credo di sì), lontano dagli stereotipi a cui siamo abituati da sempre.
Proviamo a proiettarci in un passato non troppo lontano e immaginiamo un giudice; sicuramente attingevamo alla iconografia da telefilm o da fumetto e lo figuravamo con la parrucca alla francese e la toga che gli strofina fin sotto ai piedi; bolso, urlatore, rigido e inflessibile. Poi sono arrivate le fiction, i film incentrati sui processi e il giudice ha assunto un altro aspetto, meno di fantasia e molto più suggerito.
Certo, dopo aver letto la disamina di Perry Mason, dissacrante e arguta, fatta da De Cataldo, vedremo con occhi diversi anche l’immagine televisiva, ma sicuramente ne avremo tratto dei punti che ci sono sfuggiti e che invece spiegano il sentire – a livello di popolo – la giustizia.
Una dichiarazione d’amore – e di profondo rispetto – per la giustizia (Questo è il libro che ho cullato per trent’anni), troppo spesso vituperata, declassata, ferita, e per quella che sembra essere più una missione che un mestiere. Il giudice è spesso il capro espiatorio di tante situazione e non si pensa coscientemente (almeno fino a quando non si legge questo libro) che il giudice è l’ultimo anello di una lunga catena che porta da un crimine fino alla soluzione (o meno) dello stesso. Il giudice confronta, valuta, ascolta tutto ciò che viene raccolto, collazionato, esposto dagli altri anelli della catena e tira le somme secondo buon senso, “giudizio” e… mestiere.

De Cataldo è scrittore (e persona) di fine ironia e senso dell’umorismo. Riesce a comunicare concetti profondi, riflessioni importanti sempre con la leggerezza e la forza dell’aneddoto di chi ha capito che per comunicare in maniera efficace bisogna prima di tutto intrattenere. Inutile tenere lezioni, salire in cattedra, pur se se ne avrebbe tutto il diritto e la capacità; ha molta più presa (e scava più a fondo, facendo in modo che il messaggio sedimenti una volta e per sempre) una persona – uno scrittore – che ti si siede idealmente accanto e ti racconta di quel processo, di quell’aula di tribunale, di una discussione fra colleghi, di un evento piccolo nel grande evento da cui si acquisisce una informazione, un concetto, un’impressione, un’emozione.

Anche la scelta del titolo è accattivante, un “gioco” che – ci piace immaginare – lo scrittore fa con il lettore: In giustizia alla latina, “dentro la giustizia”, la giustizia vista da un addetto ai lavori, da un uomo che cerca risposte in merito e cerca di esercitarla più possibile; ma, se solo si pronunciasse il titolo tutto d’un fiato? Allora diventerebbe Ingiustizia, la mancanza di giustizia, quello che tante volte, davanti a sentenze per noi inspiegabili, abbiamo evocato, magari aggiungendo un bel punto esclamativo.
Se non altro, questo racconto di De Cataldo ci aiuta ad aspettare un secondo in più per riflettere prima di sentenziare una condanna definitiva e senza appello verso il giudice, ci aiuta a capire “il meccanismo”.

E cercare di capire è un primo passo, forse, per comprendere.

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Un pensiero su “Giancarlo De Cataldo – In giustizia

  1. Silvio Valenti de Widerschaun. Avila, Caracas, Venezuela ha detto:

    LUOGHI NON COMUNI:
    Il diritto nasce vecchio
    La giustizia umana è panno mestruato
    La Giustizia Divina è vera giustizia se non è gestita dall’uomo.

    “Le leggi non si posson dare a chi è padron d’elle” (Benvenuto Cellini, con riferimento alla Fema e al Santo Uffizio, oggi riferibile alle Toghe Rosse)

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