Intervista ad Amara Lakhous

Venerdì 18 marzo, Associazione della Stampa Estera, Roma

Amara Lakhous è l’autore di due libri molto colorati ambientati in due quartieri popolari e multietnici di Roma: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (di cui trovate una recensione qui) e Divorzio all’islamica in Viale Marconi (qui la recensione). Algerino, arrivato in Italia nel 1995, ci parla della sua professione, della sua formazione e delle esperienze che hanno segnato il suo carattere e il suo lavoro.

Lakhous crede profondamente nel suo mestiere di scrittore e lo porta avanti con impegno, disciplina e studio; osserva gli altri e impara da loro, dal grande filosofo come dal barista, dall’insegnante e dal contadino. In questa lunga chiacchierata abbiamo scoperto, fra l’altro, che la scrittura è come il calcio. E come l’edilizia.

Che tipo di scrittore sei?
Metodico, disciplinato. Prendo sul serio la scrittura, non credo all’ispirazione.  Io vengo da una famiglia di contadini, quindi io lavoro come un contadino. Un contadino non può svegliarsi la mattina, piantare un ulivo e il giorno dopo andare a raccogliere. C’è un lavoro in mezzo, annaffiare, potare, aspettare;  io lavoro così.

Per me scrivere è come costruire una casa, un palazzo. Quando vedo che il cantiere ha tutto il materiale – cemento, ferro – solo a quel punto mi sento pronto a iniziare a lavorare. Ho un piano. Non si può iniziare a costruire una casa senza un piano. Questo deriva da un’esperienza che abbiamo fatto quando ero piccolo, e che è stata una grande fortuna. Mio padre nel 1987 è andato in pensione – ha sempre lavorato – e dopo ha cominciato a inventare di tutto. A un certo punto si è messo in testa di costruire una casa in campagna. Io e mio fratello lo abbiamo odiato, d’estate i miei amici andavano al mare e noi ci svegliavamo alle sei e andavamo a lavorare. Dopo ho capito che era un grande dono.
Mio padre ha fatto il contadino prima di andare in Francia, da piccolo ha fatto il pastore, quindi ha applicato i concetti appresi: sveglia la mattina presto perché poi quando si alza il sole fa troppo caldo e ci si deve ritirare; dopo pranzo si ritorna a lavorare fino al tramonto. Ci ha fatto lavorare come dei dannati però è stata una lezione di vita. E noi per costruire quella casa avevamo un piano preciso. Non puoi iniziare senza sapere cosa stai andando a fare. La devi pensare, immaginare e poi dopo, mentre cominci a lavorare, bisogna essere elastici: se sul piano teorico hai pensato a un personaggio, a una storia, devi avere l’elasticità di cambiare.

Qual è il tuo metodo di lavoro? Segui orari o rituali?
Io lavoro su più progetti contemporaneamente. Alcuni progetti vanno avanti una ventina d’anni. Mi viene un’idea, magari da una persona che ho incontrato, la sua storia che mi piacerebbe raccontare. Osservo, aspetto, leggo un libro, leggo un articolo, prendo appunti e piano piano vado ad aggiornare questo cantiere. Quando sento che c’è il materiale sufficiente, a quel punto parte una fase di tre settimane di chiusura, entro in contatto con i miei personaggi. Tre settimane di isolamento. E lì divento pazzo. Sono fuori dal mondo, non faccio la spesa per giorni e sul muro appiccico la trama, l’elenco dei personaggi. Ho già la trama in testa, l’ho già scritto in testa, so come inizia, come finisce. Ho i capitoli, cosa succede di interessante, cosa succede di importante. Penso al titolo, all’incipit, alla conclusione.
Il titolo lo metto alla prova e lo leggo fino alla fine. Se ho dei dubbi, scrivo sotto un altro titolo, per mettere il primo sotto pressione. Come nel calcio; se un giocatore inizia a non impegnarsi, l’allenatore ne mette un altro a bordo campo a riscaldarsi, per mettere sotto pressione il primo.
L’incipit è fondamentale, è importante; in quel momento sono come il regista, che deve trovare il punto da dove iniziano le storie.
Stilo schede dei personaggi; so che lavoro fanno, quanti anni hanno, così evito i doppioni. I personaggi si devono riconoscere, devono essere diversi tra loro. Scriverli bene risparmia la confusione, non puoi avere cinquanta personaggi che sono intercambiabili.
Materialmente, tengo sempre tre pagine attaccate sul muro. Vado a prendere un bicchiere d’acqua, mi fermo un attimo, leggo. Torno, do un’occhiata, mi fisso e con la matita cambio. Se leggendo una scena mi sembra che stia meglio in un altro punto, scrivo la data, lo ristampo, e a matita scrivo sopra.
Dopo circa tre settimane la versione è pronta.

E a questo punto lo passi alla casa editrice?
No, non subito. Prima di arrivare all’editor ho una trentina di amiche, di amici, di persone, non sempre le stesse, a cui faccio leggere il romanzo. A volte le scelgo in base al tema o alla città in cui è ambientato. Per esempio, per la portiera napoletana di Scontro di civiltà mi servivano i napoletani. Scelgo alcuni passaggi e poi chiedo ai miei amici: «In napoletano come si può dire questo proverbio, questa cosa?» Soprattutto per i casi in cui monta la rabbia, e quindi viene fuori il dialetto. E lì viene maronna mia. Io credo nel lavoro di squadra – e qui entra in gioco un’altra esperienza, quella del calciatore. Da ragazzino ho giocato a calcio e quello mi ha insegnato molto più della scuola creativa. Loro lo leggono, ci confrontiamo; io gli do come traccia una scheda di lettura con domande tipo Cosa pensi della trama? I personaggi? Il titolo, cosa ne pensi del titolo?

Tu non fai tradurrei tuoi libri, ma li riscrivi. Come mai?
Anche questo è frutto di una pianificazione. Ho scelto di scriverli in due lingue contemporaneamente: in arabo e in italiano. Per il francese (Divorzio all’islamica a Viale Marconi esce in Francia a novembre)  ho una traduttrice francese bravissima. Mentre traduce, ci incontriamo e mi fa domande; appena finisce mi  fa leggere la versione in francese (lingua che io conosco benissimo) e le do solo qualche suggerimento.
Scrivere in arabo e in italiano è una scelta importante per creare uno stile mio. Scontro l’avevo scritto in arabo e dopo due anni l’ho scritto in italiano. Divorzio l’ho scritto in italiano e poi in arabo. Ho creato un file diviso in due con due tabelle, da una parte l’italiano e dall’altra l’arabo (che si scrive da destra verso sinistra). Prendevo una traccia, e vedevo l’immagine. Non scrivo sceneggiature, ma ho l’occhio di un regista. Vivo la scena come immagine, come mettere la telecamera e inquadrare. Sono libero, se mi immagino un concetto o una situazione in italiano mentre sto scrivendo in arabo cambio anche la tastiera, passo dall’italiano all’arabo e viceversa e intervengo sui testi. Sono come due specchi. Le due lingue si guardano, e se c’è un miglioramento, lo porto da una lingua all’altra. Se c’è un’immagine che in arabo funziona meglio, la riporto anche in italiano; ci sono immagini che in italiano funzionano e in arabo non avrebbero senso. Per esempio tutto il passaggio in Divorzio dove Safia prende in giro il difetto della “p” in arabo non c’è, non avrebbe senso.

Nei paesi arabi si vendono i tuoi libri?
Certo, io ho un grande editore arabo. Escono in coedizione, l’editore algerino e l’editore libanese. Quando vado a fare le presentazioni mi dicono che lo stile arabo è molto particolare, che italianizzo l’arabo.

Hai conosciuto veramente Sofia e Amedeo?
Lì gioco a casa, ho cinque sorelle. Quella società per fortuna la conosco benissimo, non ho perso tempo a studiarla.

Parliamo dei personaggi…
I personaggi sono un po’ come le stanze del palazzo che costruisco. E li metto  anche in prova, come nel calcio. Lo scrittore è un po’ come l’allenatore. Fa giocare il titolare (i protagonisti), mette in campo, e se si accorge che non danno il massimo, fa riscaldare un altro giocatore. Io faccio lo stesso; prendo un personaggio secondario, lo metto in evidenza, vedo come reagisce il personaggio principale, lo metto alla prova e vedo se resiste. Quanti personaggi ho tagliato senza pietà.

È successo che personaggi a cui avevi dato un ruolo minore diventassero protagonisti?
Sì. Anche se i grandi protagonisti non deludono mai. Un grande allenatore costruisce una squadra su tre, quattro giocatori.

Ti faccio una domanda a proposito dei titoli. Come mai Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda è diventato Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio? Per fare apparire Roma meno “selvaggia”?
Ho scelto io il titolo. Alcuni amici e amiche avevano letto il manoscritto in italiano e quando è uscito come Scontro hanno pensato che fosse stato l’editore prepotente a imporre il suo volere. Invece l’ho cambiato io.
Sono molto fortunato ad avere un editore come e/o, tantissimi meriti vanno a loro. Con l’editore ho un rapporto diretto, è lui che legge il libro, lo aggiorno sui progetti, gli parlo di quello a cui sto lavorando. Come farti allattare è uscito in arabo, poi alla fine siccome si parlava di scontro di civiltà ovunque, era un tema di cui si stava anche quasi abusando, mi sono detto: “Anch’io mi faccio uno scontro di civiltà per un ascensore”, era un modo per prendere in giro anche questa cosa, non ce la facevo più. E l’editore lo ha accettato.

Nel 1995, quando sei arrivato a Roma, la lupa ti ha morso o ti ha allattato?
Io direi allattato. Per me è stata una bella esperienza. Non sono arrivato come il figlio dell’ambasciatore algerino, ho trovato le difficoltà di un immigrato che arriva in Italia però le ho affrontate con entusiasmo, come un sogno  – in questo mi riconosco un po’ in Sofia – il sogno di diventare scrittore.

Realizzato, no?
Piano piano. Stiamo ancora camminando e la strada è lunga, molto lunga.

L’emozione della prima pubblicazione? È stato Le cimici e il pirata, vero?
Le cimici e il pirata l’ho pagato io e non è stato nemmeno distribuito. Il primo vero è stato Scontro di civiltà, lo aveva letto Ferri; dopo quindici giorni mi ha chiamato e mi ha detto che lo avrebbero pubblicato. Ed è uscito nella collana Assolo. Quella collana era fuori genere. Andata benissimo, è stata una bellissima sorpresa. Le cimici e il pirata uscirà invece a giugno con e/o, con il titolo Un pirata piccolo piccolo.
E nel 2012 uscirà un romanzo ambientato a Torino, in un quartiere popolare.

A Torino non ci ho mai abitato (a Piazza Vittorio e Viale Marconi invece sì), anche se ci vado spesso. Ci sono andato poco tempo fa, ho trovato casa al mio personaggio, sono maniacale. Ho trovato il bar dove va a fare colazione, il percorso che farà. Ho osservato la vita a Torino, le persone.

E torna il concetto di imparare da altri. La stupidaggine di noi scrittori è quella di pensare di imparare solo da altri scrittori. A me piacerebbe imparare da un barista. Il barista che fa il suo lavoro cerco poi di riportarlo nel mio libro. Anche se su questo principio non ho il copyright; mi ricordo un bellissimo libro che ho letto tanti anni fa quando ho iniziato a studiare filosofia, che io considero un dono enorme; un libro piccolo, Le travail intellectuel di Jean Guitton, filosofo francese che, come a volte capita in Francia e forse negli Stati Uniti, è un maestro che non ha scritto libri ma è stato un grande professore; ha insegnato la filosofia e l’ha fatta amare. In Francia sono due: Allers, i cui allievi hanno pubblicato le lezioni e Guitton.
Jean Guitton diceva che per meditare, per fare il mestiere del filosofo si deve imparare da altri e cita l’esempio del contadino, che io tengo sempre in considerazione: il contadino pianifica il suo lavoro, si alza la mattina, va a lavorare, aspetta la pioggia… il raccolto non dipende solo da lui, c’è un fattore fuori dalla propria volontà, la neve che distrugge tutto, gli animali, il fatalismo.
E io quell’idea l’ho sviluppata; se il consiglio di Guitton vale per un filosofo, perché non lo seguo io che sono scrittore?

La pianificazione, l’importanza di avere un piano preciso, una disciplina nello scrivere, l’ho imparata in America, da un scrittore questa volta.
Sono stato negli Stati Uniti due anni fa, ospite del dipartimento di Stato Americano; ogni anno invitano quattromila persone da tutto il mondo che secondo loro hanno delle potenzialità nel loro campo (letteratura, musica, economia…) e li mettono in contatto con la società americana. Una bellissima esperienza. In tre settimane ho visitato cinque stati, un’occasione straordinaria. Sono stato anche in Vermont, un piccolo stato vicino al Canada, dove è stato in esilio Solženicyn, che sembra la Russia, fa freddo; lì ho conosciuto uno scrittore di origini italiane, Jay Parini. Ha scritto un libro che si chiama L’ultima stazione, è la storia di Tolstoj. Da lui ho imparato il concetto della disciplina.
Per far uscire un libro bisogna dare la possibilità all’editore di lavorare bene. È stupido pensare al libro come una cosa finita, come fanno molti scrittori, quando hai finito di scriverlo; lo scrittore è come una mamma, che fa un figlio e poi non lo abbandona , anzi lo segue.
Dopo l’uscita del libro inizia una fase importante, che è quella della promozione, importante tanto quanto quella della scrittura. In questo e/o ha appreso tantissimo dall’esperienza americana e mette in pratica quanto imparato, visto che ha anche una filiale in America, Europa editions (con cui l’anno prossimo uscirà Divorzio): stampano quattrocento copie del libro e le fanno leggere ai librai. I librai così diventano partecipi, sono già preparati all’uscita e lo aspettano. E la casa editrice ha già i primi riscontri e soprattutto le prenotazioni.

Sai che Scontro è stato preso come libro di lettura in alcune scuole medie. Che ne pensi?
Sono contento. A maggio uscirà il tascabile a colori che costerà 8 euro. Con le scuole mi fa sempre piacere lavorare. Sono stato una volta in Sardegna e ho assistito a una cosa bellissima, una gara di lettura sul libro. I ragazzi erano entusiasti. Rispondevano a delle domande, le prime facili (“Da dove viene Parvis?” “ Iraniano”) fino alle ultime, più elaborate, tipo: “Cosa diresti a qualcuno per fargli leggere il libro?”; e lì altro che critici letterari, sono venute fuori cose bellissime, sono rimasto veramente colpito. Seguendo il libro poi hanno fatto una mostra, hanno ripreso i film citati nel libro, i personaggi politici, è stata una bella esperienza. Una professoressa mi ha detto una cosa che mi è molto molto piaciuta: «Grazie a questo libro siamo riusciti a parlare ai ragazzi di temi per cui era difficile trovare un contesto, un motivo». A maggio partirà un progetto con le scuole molto interessante.

Che rapporto hai con il tuo editor?
Ottimo. Sono molto fortunato. Un editing delicato, non mi hanno mai tagliato un personaggio. In e/o sanno cosa vuol dire traduzione, rispettare la dignità di un testo. Di solito intervengono solo sulla musicalità, sul ritmo.

In Divorzio ringrazi Giancarlo De Cataldo. Che rapporto hai con lui?
Giancarlo è un mio carissimo amico, una persona generosa, veramente generosa. È un grande lettore, uno scrittore di qualità. Confrontarmi con lui è una cosa fantastica. L’ho conosciuto dopo aver letto Romanzo criminale e ho pensato: “Questo è uno scrittore criminale”; tenere tutti quei personaggi non è una cosa facile, bisogna avere una mente fuori dal comune. Anche lui mi ha detto che stila scalette. E poi lui quei personaggi  li ha conosciuti veramente, osservati. Giancarlo è uno che prima di scrivere fa delle inchieste, raccoglie materiale, forse anche per il suo lavoro di magistrato.

Tu hai studiato antropologia. Ti ha condizionato o influenzato nel tuo mestiere di scrittore?
Io ho fatto di tutto. A quindici anni, dopo avere letto Flaubert, dopo aver letto Madame Bovary (Safia è Madame Bovary alla mussulmana) mi sono detto: “Io voglio essere come Flaubert”. C’è stata una fase di pazzia, ho cominciato a indagare su quel romanzo, sono andato a leggere gli atti del processo (lui è stato processato per quel romanzo), le sue corrispondenze. Ci ha messo cinque anni a scriverlo; adesso su internet hanno pubblicato le bozze. Ha raccolto un materiale incredibile partendo da un fatto di cronaca, ancora prima di Capote.
Dai miei studi ho avuto un’altra intuizione: per fare lo scrittore bisogna avere una formazione, imparare, studiare. Io ho studiato filosofia, poi antropologia, ho fatto il dottorato… e ho usato la mia formazione. Prima di scrivere un romanzo faccio praticamente una tesi: ricerca, interviste, raccolgo materiale.
Dopo la tesi di laurea ho deciso che non volevo proseguire, non mi interessava la carriera accademica, volevo solo fare lo scrittore. Avevo gli strumenti e sono andato.
Nel prossimo romanzo ambientato a Torino il protagonista si innamora di una finlandese; io in Finlandia non ci sono mai stato; ho fatto una bellissima intervista di tre ore con una collega finlandese. Mi ha raccontato della sua famiglia in Finlandia, di come vive, i rapporti fra uomini e donne. Magari non userò quel materiale, ma mentre scrivo alcune cose mi vengono fuori. Ho creato familiarità con quel personaggio.

Sei anche giornalista. Com’è la convivenza tra il giornalista e lo scrittore?
Anche in questo caso ho utilizzato quello che ho imparato per il mio mestiere di scrittore. Ho fatto agenzia di stampa per tre anni, praticamente la cucina del giornalismo.
Sono stato anche molto combattuto, il rapporto fra giornalismo e letteratura è un rapporto al massacro. Sono pochi, come Hemingway per esempio, che hanno preso il meglio del giornalismo e il meglio della letteratura. Una cosa che mi ha messo in crisi è che la letteratura lavora sulla qualità, il giornalismo sulla quantità, sulla velocità. E questo a me non piace. Uno scrittore, ma anche un giornalista, deve prendere esempio da un fornaio, che aspetta, va lento. Il giornalismo è istantaneo. Io ho bisogno di tempo, di rivedere il testo. Lì per lì mi sembra perfetto, poi lo riguardo e non mi piace.
Mi piacerebbe anche fare altri mestieri, mi ha sempre colpito la scultura. Uno dei momenti straordinari che ho vissuto è una mostra di Alberto Giacometti a Ginevra, per il centenario della sua nascita. Lo scultore ti insegna a trarre da un blocco i particolari. Pensa che Giacometti soffriva di insonnia e abitava in un albergo; la sera lo vedevano entrare con una statuetta; la mattina usciva con delle statuette bellissime, piccole piccole. Il testo all’inizio è come il marmo; lo scrivi, lo rileggi, ci rifletti, lo fai leggere alle persone e lo cambi, tiri fuori i particolari.

Com’è cambiato il mestiere dello scrittore oggi?
La tecnologia mi ha aiutato molto. Mettere l’indirizzo email nel libro è stata una grandissima intuizione. Assurdo fare lo scrittore come facevano cinquant’anni fa; è cambiato il mondo, io adesso uso l’IPad perché mi facilita il lavoro, serve al mio “cantiere”. Leggo un articolo, lo copio e lo metto in una cartella. Penso una cosa e prendo appunti ovunque mi trovo.

Hai partecipato al film tratto da Scontro?
Io non ho partecipato alla sceneggiatura, hanno fatto tutto loro.

Peccato non far partecipare gli scrittori alla sceneggiatura…
Un rapporto difficile quello fra gli scrittori e il mondo del cinema. Ma io non posso lamentarmi. È stata una bellissima esperienza, girare per le strade di Roma e vedere il manifesto. Hanno messo anche il mio nome sotto il nome del produttore. Ci sono personaggi che non ci sono nel libro, l’hanno ampliato.
Invece ho partecipato come consulente alla sceneggiatura del film Il padre e lo straniero, soprattutto per la parte araba.
Nella scrittura uso l’immaginario del cinema e il montaggio. Divorzio per esempio: avevo scritto due storie che poi ho montato; l’atmosfera è particolarmente familiare ai lettori italiani, mentre in arabo è diverso, quindi ho dovuto pensare a una struttura diversa: ho creato più capitoli, quasi il doppio, e l’ho montato diversamente, per creare più ritmo.

Partecipi invece alla creazione delle copertine dei tuoi libri?  (le copertine riportano, come in uno storyboard, i personaggi del libro)
Io do gli spunti. Per Scontro in casa editrice avevano fatto da soli, e mi è piaciuta tantissimo. Per Divorzio ho chiesto all’editore di seguire questa linea,  ho selezionato i “titolari”, i personaggi che secondo me avevano maggiore importanza. In questo nuovo, Il pirata piccolo piccolo, abbiamo pensato ancora a un disegno e questa volta a un protagonista, isolato e lo mettiamo in copertina da solo.

Nei tuoi romanzi c’è sempre un tono noir, ma si ride tantissimo. È frutto di una scelta?
Io investo sulla commedia nera. Faccio una scelta. La tragedia ormai non colpisce più. Pensa a quello che sta succedendo in Giappone, è una tragedia immane; noi guardiamo il telegiornale e poi ci giriamo dall’altra parte, andiamo a cena, al cinema e non  ci pensiamo più.
Ricordo un saggio di Bodrillard che faceva una riflessione sulla morte; la morte di una persona era anche un evento; oggi vediamo la morte in televisione, sui giornali e diventa normale; ne consegue una banalizzazione, diventa fiction anche la morte.

Chiudiamo con un libro che hai letto e che ti è piaciuto…
Un libro che uscirà con e/o alla fine di marzo. Ho scritto la prefazione (di solito e/o non fa prefazioni). Un libro scritto da una ragazza che ha il padre algerino e la madre francese. Lei si chiama Alis Zeniter e il romanzo si intitola Indovina con chi mi sposo. Racconta la storia di Alis e un ragazzo, amico di infanzia nato nel Mali e arrivato in Francia come lei. A diciotto anni ha problemi di permesso di soggiorno, e le chiede di sposarlo; lei fa un matrimonio bianco e lo racconta in modo straordinario. La comicità prevale, è la conferma che la commedia è più efficace. Lei va dai genitori, dice che vuole sposarlo, loro rimangono perplessi; per lei invece è un gioco. Anche il bacio finale della sposa è come se fosse un gioco tra bambini. Un romanzo stupendo, ambientato nella Francia di Sarcozy, di cui si parla in un modo tremendo.

Ci salutiamo e ci diamo appuntamento all’Auditorium dove il 2 aprile a mezzogiorno Amara Lakhous presenterà Divorzio all’islamica a Viale Marconi nell’ambito della manifestazione Libri come.

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