Amara Lakhous – Divorzio all’islamica a Viale Marconi

Edizioni e/o *Dal Mondo* (2010), 192 pagine, 16 euro

Divorzio all’islamica a Viale Marconi di Amara Lakhous – algerino di nascita e romano di adozione (più romano di tanti romani di nascita) dal 1995 – non si presenta come il precedente in un formato piccolo, color caffellatte e nero della collana di e/o Assolo. Di quella collana però ha mantenuto, nella nuova veste della collana Dal mondo, l’idea originale dei personaggi tratteggiati, come in uno storyboard, sulla copertina che si presentano al lettore ancora prima che le loro storie.

Amara Lakhous conosce benissimo l’Italia e la osserva con uno sguardo lucido e senza pregiudizi o preconcetti. E ne racconta le due facce in maniera perfetta ed equilibrata: quella degli italiani che convivono pacificamente e con curiosità con una miscellanea di culture e quella degli immigrati che lucidamente osservano le incoerenze e le assurdità di certe situazioni.
Le due voci e le due facce sono affidate ai protagonisti-narratori: Safia/Sofia e Christian/Issa. Christian Mazzari è siciliano di origine e arabista (Insomma, la fissazione di dimostrare di conoscere l’altro molto bene, anzi, di doverlo sempre stupire. Ecco in cosa consiste il lavoro dell’arabista! Un mestiere del cazzo, appunto!), si confonde facilmente con un arabo ed è la persona ideale per la missione che costituisce la traccia di partenza della storia. Lavora infatti per i servizi segreti italiani, al fine di sgominare una banda di presunti terroristi che opera nella zona di Viale Marconi a Roma e presumibilmente ha la base al Little Cairo.
Seconda voce e narratrice è Sofia, araba, emancipata, consapevole. Il nome Sofia non è uno pseudonimo scelto da lei come fanno molti extracomunitari per abbattere la barriera insuperabile fra il “noi” e il “voi”, quella distanza che si crea quando si capisce che si sta parlando con uno straniero. Sofia le è stato regalato dagli italiani, perché la gente scambia facilmente (e senza cattiveria) “Safia” con “Sofia” e perché le dicono che assomiglia a Sofia Loren, la donna italiana per antonomasia.
Le strade di Christian e Safia e soprattutto i loro punti di vista si incontreranno, dando una svolta al racconto, arricchito dalla loro vicenda parallela e dai due differenti registri linguistici.

La storia è avvincente, romantica, ironica e leggera, con un tono di giallo; i personaggi sono tutti ben caratterizzati; ci si sorprende e si ride tanto: in perfetto stile Lakhous.
Ma ancora più pregnante della vicenda è il punto di vista di Sofia, il suo sguardo sull’Italia: non saccente e giudicante, ma lucido e consapevole. Sofia ci mette davanti i tanti vizi della nostra nazione senza risultare antipatica, anzi, il suo punto di vista è più che condivisibile. Lei rappresenta la voce del popolo, quella che si rassegna e non si ribella (se non nel suo piccolo, lavorando in segreto per non scontentare un marito mussulmano osservante), che si rende conto di ciò che non va nel paese che la ospita, ma non sa come fare per cambiarlo. Sarà il maktùb, il destino a intervenire.

E noi italiani ci guardiamo attraverso di lei come in uno specchio in cui si riflettono i nostri lati peggiori e ci sorprendiamo ad “ascoltare” cose che sono quasi ovvie ma che non siamo – purtroppo – abituati a sentire:
la televisione, …allora decido di guardare la tv… Sui canali italiani non c’è niente di interessante; la ricerca, Mi racconta che il compagno, un ricercatore nel campo delle nuove tecnologie dei cellulari, non riesce a trovare una sistemazione in Italia nonostante sia molto bravo, Poi mi spiega come funziona il sistema universitario italiano, che assomiglia a quello mafioso: ci sono padrini come don Vito Corleone, ci sono delle famiglie che tengono in mano tutto il potere accademico. …La meritocrazia nel nostro paese non esiste. Esiste la mediocrità; la leggerezza di certe indagini (e qui la realtà supera la fiction), …proprio a causa delle telefonate in questi anni sono stati arrestati e buttati in galera in attesa di processo ….
«Ho intenzione di fare una
màjzara islamica, inschiallah». Qualche interprete, forse per inesperienza o per malafede, ha tradotto la parola “màjzara” con “strage” anziché con “macelleria”.

Dopo Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio un’altra vicenda ambientata in uno dei quartieri popolari di Roma. Quartiere che, come il primo, fa insieme da protagonista e sfondo alla storia, dipinto come solo Amara Lakhous sa fare: attento e mai distratto come spesso i “nativi” possono essere, curioso, ma non fotograficamente superficiale come a volte è quello dei turisti, consapevole ma non cinico, come a volte può essere quello di chi si trova a essere “adottato” dal nostro paese.

Annunci

4 pensieri su “Amara Lakhous – Divorzio all’islamica a Viale Marconi

  1. silvio valenti de Wederschaun ha detto:

    LA PATENTE – Chi scrive certi libri i personaggi se li sogna e poi distribuisce loro la patente di ‘brave persone’. E’ accaduto anche a me in passato. Compatiivo gli immigrati e se potevo li beneficavo. Scrissi anche un raccontino in cui, perdonavo ai marocchini le scelleratezze dei loro padri e nonni che al tempo della ‘liberazione’ stupravano, rapinavano e ammazzavano i miei connazionali. Respingendo lo spirito di vendetta dei seguaci delle religioni del deserto e nello spirito della Pietas Romana (Druso nei rilievi dell’Ara Pacis implora il parcere subiectis, Traiano per l’indulgenza verso i Daci barbari e sanguinari assunto in Paradiso benché non battezzato etc.) ritenevo civile che i figli non dovessero pagare i delitti dei padri. Ed ero dispostissimo anch’io a distribuire patenti di brave (se pur sozzette) persone a figli e nipoti di quegli sciagurati e a quant’altri approvavano sulle nostre ospitali sponde.
    Anch’io ho conseguito la mia brava patente conferitami dal vicinato: esattamente la patente di minchione per aver accolto in casa, su preghiera d’un collotorto della Parrocchia di Torre del Lago, una coppia di ‘Tarponi’ romeni (‘tanto ‘arini, lavorin tutti e ddue’ a detta del padrino) in cambio d’un posto a tavola (sono vedovo e anziano). Il resto è facile da indovinare per chi ha cognizione di causa: tre anni d’inferno, danni, disordine e sudicio fin sopra il tetto, schifezze per me e manicaretti per loro; quanto al lavorare, lui, disoccupato gran parte dell’anno e stravaccato tutto il santo giorno davanti alla TV, lei a mezzo servizio e fra un licenziamento e l’altro, e, benché brutta come la fame… Beh, da due anni che li ho cacciati mi lecco ancora le ferite. Ben mi sta: a ciascuno il suo.
    Non invoco crociate e progrom. Tutte le razze vanno rispettate; ma ad essere giusti, imponiamo alla razza dei ‘tarponi’ regole inflessibili di civilizzazione. Non dico i ‘g u l a g’ di marxistica memoria, non i ‘L a g e r’ (benché il motto ‘Arbeit macht frei’ mi seduca’); ma ben venga l’istituzione di salutari colonie agricole nelle tante campagne incolte in tutta Italia, con rigorosi orari di lavoro, vitto e alloggio meritati. Questa soluzione sarebbe accolta con giubilo dagl’italiani che si guadagnano la vita e, alla fin fine, anche dal ‘tarpone’ che non sarebbe più oggetto di di sprezzo e di motivata emarginazione. Unicuique suum, con buona pace di certi servi di Dio che reggono il sacco alla canaglia perché ‘siamo tutti fratelli’ e da questa ‘fratellanza’ ricavano assai più che i trenta sicli di Giuda . Cristo, sei adorabile! Lo sei per le tue sacrosante funate sulle natiche dei mercanti del tempio! – Silvio Valenti de Wiederschaun/Contrada Guidicciona.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...