Le dodici domande a… Giancarlo De Cataldo

È un onore, oltre che un piacere “ospitare” nel mio blog Giancarlo De Cataldo e porgli le mie “dodici domande”.
Giudice, scrittore, sceneggiatore, autore di saggi e reportage. Tutti lo conoscono per Romanzo criminale. Recentemente dal suo libro Il padre e lo straniero è stato tratto il film omonimo di Ricky Tognazzi, in questi giorni al cinema. Un romanzo delicato sui rapporti umani e le relazioni fra culture e mondi diversi, al di là di ogni pregiudizio, di cui si è parlato qui.

Giancarlo De Cataldo è solare e disponibile, generoso e molto simpatico; le presentazioni, come le interviste, sono esperienze coinvolgenti, si segue con piacere mentre parla dei suoi libri e racconta aneddoti legati alla sua vita personale e professionale.
Con questa piacevole chiacchierata, abbiamo scoperto che tipo di scrittore è:  il suo esordio, le sue letture, i consigli agli aspiranti scrittori e un progetto futuro con due importanti colleghi su un tema a dir poco attuale e controverso.

1. Ci sono scrittori disciplinati, metodici, che stilano scalette e rileggono mille volte i loro scritti; e autori che istintivamente buttano giù frasi su frasi fino a comporre un romanzo. Lei? Che tipo di scrittore è?

In parte metodico, in parte indisciplinato. Nel senso che quando inseguo un’idea mi aggiro per la città come un vagabondo, faccio di tutto per perdere tempo, “tambasio”, come direbbe Camilleri, finché alla fine o l’idea si concretizza o scappa via, e allora si passa alla prossima. Capita anche che l’idea della quale ho bisogno continui a sfuggire, mentre ne viene un’altra, per una storia completamente diversa, e allora bisogna accantonarla e ripromettersi di riprenderla al momento opportuno. Però, quando finalmente l’idea c’è, allora la azzanno e non la mollo più finché non ho un testo con il quale confrontarmi.

2. Segue orari/abitudini?
Una volta molto di più, col tempo sono diventato molto più elastico. In linea generale, però, nel pomeriggio/sera/notte “funziono” meglio che al mattino.

3. Ha un luogo/stanza dove preferisce scrivere?
Ho il mio studio, dove, dopo essermi faticosamente fatto strada fra libri, portachiavi, penne, documenti etc. etc., posso scrivere e fumare il sigaro senza rischiare la denuncia.

4. Ha rituali “propiziatori” che segue?
Non più. Ormai ho una certa età, vado al sodo.

5. Stila una scaletta prima di scrivere un romanzo o un racconto o va dove la porta la storia?
Su questo posso essere più preciso. Preparo sempre scalette, alberi dei personaggi, schede descrittive, pre-testi con intrecci parziali, microdrammaturgie che si evolvono, caso per caso, secondo le necessità di snodo della trama (necessità che non sempre sono presenti sin dal primo momento). Però capita spesso che i personaggi poi “prendano la mano”, obbligandoti a scelte che non avevi previsto.

6. Oltre a scrivere, lei è giudice; come riesce a far convivere le due cose, le sue due anime (preciso e rigido in tribunale, creativo e libero davanti al foglio bianco)?
Benissimo, grazie. Finché, come dicono a Roma, la pompa regge.

7. Che ne pensa di tutti gli aspiranti scrittori che:
– Dicono di leggere poco “per non farsi influenzare” o perché il poco tempo libero che hanno lo impiegano per scrivere
– Pagano per vedere i propri libri pubblicati da una casa editrice
C’è un consiglio che vorrebbe dare?
Questione quanto mai complessa. Ognuno ha le sue strategie di elaborazione: io sono stato sempre un divoratore di libri altrui, ma conosco ottimi scrittori che, effettivamente, leggono pochissimo o niente. Per non farsi influenzare. Atteggiamento che ha la sua logica: non mi appartiene, ma non mi sento di criticarlo, se funziona, e quando funziona. Insomma, ciascuno ha il diritto/dovere di seguire la propria inclinazione, di obbedire al “daimon”, mentre fissare regole comuni troppo rigide significa costruirsi una gabbia che ha tutto l’aspetto della prigione. E nelle prigioni gli scrittori soffrono, come, del resto, gli esseri umani. Anche la questione del tempo libero non sopporta regole: se vuoi scrivere una costruzione complessa, corale, una saga, per esempio, ti si chiedono una dedizione, un’immersione nella materia narrativa (e un’adeguata preparazione) che necessitano di molto tempo ( e di una grande energia). Racconti più rapsodici, occasionali, testi brevi, folgorazioni e illuminazioni possono meglio coesistere con scritture nei ritagli di tempo. Ma, ripeto, non c’è regola: l’unico consiglio che io do sempre è uno e uno soltanto: chiarite con voi stessi che tipo di opera avete intenzione di produrre, e chi ne sono – secondo voi – i destinatari. Volete scrivere un fantasy? Intendete rivolgervi a un pubblico femminile e maturo? Cercate una porta per comunicare coi ragazzi? Ambite ad essere universali? Domande così. Le risposte, secondo me, già selezionano l’aspirante scrittore. Chi dice, ad esempio, scrivo solo per me (sottintendendo 1- disprezzo per un pubblico che non sarà mai in grado di comprendere le vette della sua arte 2- la mafiosità intrinseca di un mercato che lo rifiuterà a priori) commette una serie di gravi errori. In primo luogo, non ne sa un accidente di come funziona il mercato: che ha, sì, certo, le sue zone d’ombra e le sue piccole e grandi cosche letterarie, ma che è pur sempre un’industria fatta da gente che cerca libri per venderli ad altra gente. In secondo luogo, dimentica che l’artista (come diceva Chandler) non ha mai ricevuto da nessuno un assegno in bianco. Si è sempre dovuto guadagnare il suo riconoscimento. C’è sempre un committente, papa, cardinale, regnante, mecenate, manager o editore che sia. In secondo luogo, posso permettermi di essere critico su questi punti perché rivedo, in tanti ragazzi, i miei stessi errori: sono stato convinto per anni che un mercato fasullo non avrebbe mai compreso la mia “sublime arte”. E così mi tenevo il libro nel cassetto. Sapete cosa c’è dietro tutto questo? Un sentimento umanissimo: la paura. Quando mi sono deciso a spedire il mio primo romanzo, ho constatato quasi con sgomento che a) l’avevano letto per davvero; b) erano disposti a pubblicarlo. È stato uno schock. Di colpo ero privato del mio alibi, e la paura del giudizio diventava paura del confronto. La domanda “sarò mai uno scrittore” diventava “sarò mai uno scrittore letto, conosciuto, noto, o semplicemente capace di scrivere altro oltre all’opera prima”? Capirete, dopo tutto questo sproloquio, come la penso sugli editori a pagamento: lasciate perdere, ragazzi. Magari rompetevi la testa, accettate i rifiuti (un mio romanzo- ed ero già edito- ne ha totalizzati non ricordo più se 15 o 16) ma non entrate in questo circuito finto. Diverso è il piccolo editore, l’editore di nicchia, quello che non ha una lira ma che sceglie di pubblicare certe cose (e non altre) per passione e convinzione. Lì si deve andare, può essere un buon trampolino di lancio.

8. Come e quando si è reso conto di essere uno scrittore?
Quando, appunto, ricevetti una lettera che diceva: caro Snoopy, il suo romanzo ci piace. Sarebbe disposto ad apportare qualche modifica, in vista della pubblicazione? Sei scrittore quando sei riconosciuto dagli altri, non prima.

9. Ci racconti l’emozione del suo primo libro (o racconto o storia) pubblicato…
Ah, beh, non ci credevo finché non vidi il volume “in corpore vili”, nella vetrina di una libreria. Allora, finalmente convinto, me ne andai a casa e mi feci tre ore di sonno di piombo. Un’altra declinazione della paura: la fuga.

10. Qual è il libro scritto da lei a cui si sente più legato e perché?
Mai chiedere una cosa simile a uno scrittore
. Che cosa risponderebbe se qualcuno le chiedesse: dei tuoi tre bambini, quale preferisci? Sono tutti ugualmente importanti, i libri che uno scrive, e non ne rinnegherebbe mai nessuno. Almeno, spero.

11. Ci consigli un libro non suo…
Mah! L’ho detto, sono onnivoro. Posso dire che cosa sto leggendo in questo momento. Sto leggendo “Vita avventurosa di Charlie Summers”, di Paul Torday (ed. Elliot). Torday è un signore inglese di sessant’anni che dopo una vita da manager si è scoperto scrittore (vedete? Non è mai troppo tardi!) e come molti inglesi possiede il dono mirabile di una leggerezza che, dietro l’apparente impalpabilità, ti racconta due o tre cose fondamentali sulla vita degli esseri umani.

12. Prossimamente…
Un racconto per un’antologia a tre voci, Camilleri, De Cataldo, Lucarelli. Il tema: la giustizia. Dalla parte dei giudici, una volta tanto.

Frailibri non trova le parole per ringraziare Giancarlo De Cataldo per questa intervista, per essersi raccontato con così tanta generosità, senza risparmiare una parola, una battuta arguta.

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4 pensieri su “Le dodici domande a… Giancarlo De Cataldo

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