Jonathan Coe – I terribili segreti di Maxwell Sim

Feltrinelli *I Narratori* (2010), 363 pagine, 18 euro

I terribili segreti di Maxwell Sim è un libro da scoprire pagina dopo pagina, dall’incipit (Quando vidi la donna cinese e la figlia che giocavano a carte a un tavolo del ristorante, il baluginio dell’acqua e le luci del porto di Sydney che brillavano dietro di loro, mi venne in mente Stuart e il motivo per cui aveva dovuto smettere di guidare) all’ultima sorprendete parola. Un libro che racconteresti tutto, finale compreso.

Un romanzo in cui non c’è il narratore onnisciente – e a volte saccente – che tutto vede e tutto racconta. È Maxwell Sim che dialoga con noi e con se stesso, raccontando come, da una piccola cittadina in Inghilterra sia stato ritrovato in fin di vita in una Toyota Prius con una valigia piena di spazzolini da denti.

Max è un uomo solo. È talmente solo da chiamare per nome il suo navigatore satellitare (Emma) e dialogarci come fosse viva. È talmente solo da cercare spasmodicamente un segno d’affetto nella sua bacheca di Facebook, nelle lettere accumulate dopo una sua assenza, e da farlo sussultare quando, controllando la posta elettronica, trova 1 di 137 messaggi ricevuti. Centotrentasette messaggi! Come la mettiamo allora? Chi l’ha detto che a nessuno importa più niente di Maxwell Sim? Chi l’ha detto che non ho più un vero amico?
E da quella mail di Trevor Paige, un vecchio amico, inizia il suo viaggio di lavoro fino alle Shetland, punto estremo della Scozia, e il percorso alla ricerca di se stesso. A quarantotto anni, separato, si trova a partecipare a un progetto per la promozione di spazzolini da denti ecologici, una sfida a chi porta più lontano un’idea così ambiziosa. Come ambizioso è per Max il riappropriarsi di se stesso.

La macchina narrativa procede a ritroso, scandagliando il passato di Maxwell attraverso documenti che hanno lui come protagonista e con cui lui si trova in contatto man mano che il suo percorso procede in avanti verso la meta e indietro verso la riscoperta di sé. Un racconto della moglie, un saggio di un’amica, una storia del padre, tutto concorre a muovere lo stile della narrazione giocandolo su vari piani stilistici e a mostrarci la terribile privacy (titolo originale. In italiano non esiste ancora parola o concetto che renda il vero senso di privacy) di Maxwell Sim.

Attori coprotagonisti di questa storia quindi sono persone del suo passato (l’amica Alison, un tempo innamorata di lui, i vecchi vicini di casa, la moglie da cui si è separato) e nuovi incontri (Poppy, una ragazza che aiuta per lavoro i fedifraghi a non essere scoperti, e che lui spera di conquistare; i suoi nuovi compagni di lavoro, che gli danno una speranza di riscatto), tutti personaggi ben delineati, corposi, coerenti che arricchiscono senza appesantirla la declinazione della personalità di Max.

Come capita non troppo spesso, si entra talmente nella storia da appropriarsi dei ricordi del protagonista, tanto da precederli, richiamarli alla mente insieme a lui. È il potere di una scena, un’immagine creata ad arte, pur senza artifici letterari, contestualizzata in uno stato d’animo in modo da stabilire con il lettore un’empatia tangibile. Ecco quindi che torna in mente, al momento giusto e un istante prima che allo stesso protagonista, il ricordo di una situazione vissuta tempo (e pagine) prima sottoforma di malinconico richiamo.

Il finale è uno di quelli che meriterebbero di essere raccontati; ma siccome non sono così cattiva da rovinarvi la sorpresa, dico solo che se la scelta di fondo di Coe non è delle più originali, il processo narrativo e stilistico dell’ultima parte è portato avanti con una estrema consapevolezza autorale che in questo caso ha pienamente ragione di essere.

Ero rimasta con un po’ di amaro in bocca dopo Donna per caso, non ero pronta a rileggere Coe. Se un amico non mi avesse consigliato di leggerlo, mi sarei persa un grande libro! Tnx G!

 

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