Gabriele Romagnoli – Un tuffo nella luce

Mondadori *Scrittori italiani* (2010), 196 pagine, euro 18,50

La storia inizia già dalla copertina: una poltrona sistemata di fronte a una vetrata aperta sull’imponente skyline che scopriremo essere quello di New York. La poltrona non è rivolta verso l’esterno, sta ferma e muta verso la stanza, con le spalle al mondo.

È questo che Benny Deveraux, dopo la morte simultanea dei genitori, vuole fare: chiudersi, dare le spalle al mondo per cercare di non soffrire, per evitare i pericoli.
E Benny è solo. Un uomo solo che aspetta. …Anche se ha regolato la propria esistenza come voleva, con tutte le precauzioni per non soffrire mai più, non sorride.

Rimane chiuso nel suo attico di duecentoventi metri quadrati con vista sul World Trade Center, cuore pulsante della città, non ancora ferito a morte;  paga un affitto spropositato (tanto, l’intento di Benny è di spendere tutti i soldi che si è ritrovato all’improvviso in un paio d’anni, e poi “sparire”); ordina il cibo e tutto ciò che gli serve e gli piace online; riduce i contatti umani all’incontro – sempre e solo attraverso il citofono – con il portiere sudamericano che lo informa sulle condizioni meteorologiche e che lui per questo chiama el niño e la visita di Kim, una prostituta che lo va a trovare sempre lo stesso giorno della settimana e sempre alla stessa ora.

Ha bisogno di certezze Benny, niente che lo destabilizzi un’altra volta; si vuole riparare da possibili sciagure, non vuole più soffrire.
E siccome nella vita Non c’è difesa contro l’impossibile. Puoi chiuderti in una torre per non soffrire e te l’abbattono, assiste all’inimmaginabile. Fermo alla sua finestra, con il telescopio comprato da poco, assiste al crollo delle Torri Gemelle. E al crollo di tutte le sue certezze conquistate con l’isolamento, allo sgretolarsi della sua corazza.

E da qui inizia la seconda parte del libro, un cammino spirituale e personale di ricerca di sé, di un senso, di uno scopo per rendere la vita meno inutile, cercare di governarla, a costo anche di morire, ma per una ragione valida. Benny si converte all’islam, si ricostruisce un’identità, come sta succedendo sotto quella che era la finestra della sua casa:
Dove c’erano macerie ci sono fondamenta. Dove c’erano pompieri ci sono carpentieri. Tutto risorge.
Ma la rinascita dalle ceneri non è semplice né per le Torri, né per Benny.

Gabriele Romagnoli è un grande osservatore e un perfetto ascoltatore. Sulle pagine di un settimanale ha raccolto le storie della gente comune, le ha raccontate; a New York ha sentito gli abitanti di Fulton Street, popolata da etnie, ceti e caratteri diversi, dandone un profilo sentito e personale, pur rispettando e comprendendo, non solo ascoltando, la gente.
E Benny Deveraux, el niño, Kim sono frutto di quella attenzione, tanto sono personaggi intensi, interessanti e vissuti, fin dal battito delle ciglia.
Romagnoli ne racconta la vita, i sentimenti complessi, le speranze non con il piglio del narratore onnisciente che osserva, racconta e giudica, ma tramite immagini, gesti, azioni. E le sue storie diventano ricordi condivisi con chi legge.

C’è l’immagine di un momento, quello in cui le Torri stanno per crollare e Benny osserva con il telescopio un elemento in particolare (che non oso svelare), che spiega più di mille parole il pregresso, i sentimenti, i pensieri dei personaggi e rimane impresso in mente come se anche noi fossimo in quell’appartamento, su quella poltrona.
Perfino un ficus benjamin,  presenza apparentemente incidentale, diventa un’immagine simbolica e significativa nello srotolarsi della storia e nello sviluppo del personaggio principale.
In tutta la seconda parte seguiamo Benny, mentre Il treno della sua esistenza ha deragliato e continua a sferragliare nel vuoto e ci chiediamo se troverà la pace, se troverà se stesso, in una vita – o una morte – che ha voluto e che non ha subìto.

 

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2 pensieri su “Gabriele Romagnoli – Un tuffo nella luce

  1. francesca giannetto ha detto:

    Grazie moniq. Trovo la scelta azzeccatissima anche da parte della casa editrice e dell’autore. Veramente penso che la storia inizi da qui. E non è frequente nei libri

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