Bernard Malamud – Gli inquilini

minimum fax *minimum classics” (2008), 199 pagine, 10 euro

Finalmente due figure di scrittori fuori da ogni cliché, lontani dallo scrittore chino sulla macchina da scrivere, con un bicchiere di whisky, mozziconi di sigarette ovunque e musica jazz in sottofondo. Malamud ci presenta due personaggi assolutamente sopra le righe che instaurano un rapporto altrettanto interessante.
Harry Lesser, giovane scrittore ebreo, si è rinchiuso nel suo appartamento in un edificio che deve essere demolito per far posto a uno più moderno; e non vuole lasciarlo finché il suo terzo romanzo non sarà finito, con (non sempre) buona pace del padrone di casa, che lo “disturba” con continue visite e proposte per convincerlo ad andarsene.
Ah, questa terra viva, quest’isola sovrana su un mare argentato, quest’angolo fra la Trentunesima Strada e la Terza Avenue. Questa casa dimenticata. Questo felice infelice Lesser che deve scrivere.

Disciplinato, scrive come se fosse in ufficio, a orari fissi ed evitando ogni distrazione. Il suo libro è la sua ragione di vita. E la sua unica ricchezza. Tanto da spingerlo a stilare due copie del manoscritto e depositarne una in banca, in una cassetta di sicurezza.

Ma nel palazzo non è solo. Il secondo degli inquilini appare a Lesser, anticipato dal ticchettio della sua macchina da scrivere.
…udì lo smorzato ticchettio di una macchina da scrivere, inconfondibile.
Nella cucina di Holzheimer, davanti alle finestre gelate, un uomo di colore stava seduto a un tavolo di legno dando le spalle a Lesser, e scriveva a macchina.

È un grande omone di colore, Bill – Willie – Spearmint, che occupa uno degli appartamenti abbandonati dai proprietari; clandestino nel palazzo, scrittore anche lui e altra figura originale e interessante. Scrive di istinto, vomitando senza sosta la sua anima sulle pagine dattiloscritte. Bill nasconde la macchina da scrivere a casa di Lesser, inquilino “ufficiale”, per non farsi scoprire. Occasione questa per i due non solo per farsi compagnia nonostante le abissali differenze di provenienza, cultura, pensiero (la prima edizione è del 1971, la piena integrazione era ancora lontana), ma per confrontarsi come scrittori.
Bill scopre che Lesser ha pubblicato con successo due libri e gli chiede di leggere il suo manoscritto e dargli un’opinione. Ciò causa in Lesser (che intanto intrattiene rapporti anche con gli amici e la bella fidanzata di Bill) un sentimento misto fra gelosia (per il diretto concorrente) e orgoglio (per il riconoscimento avuto); il dilemma si scioglie in un pezzo di letteratura che difficilmente ha pari e Lesser si mette a leggere il prodotto di un istinto così forte da “materializzarsi” sulla carta:

Harry lesse lentamente il maleodorante manoscritto di quell’uomo così suscettibile

Da qui è un susseguirsi concitatissimo di eventi che mettono in contatto i due mondi, i due tipi di scrittura, e l’orgoglio dei due uomini; l’uno esaltato dal nuovo compito (e dal fatto che il romanzo di Bill non sia granché) e l’altro ferito da commenti non troppo positivi e da un’ingerenza pesante nella sua vita privata.

Malamud appare, nella sua prosa essenziale, senza troppi fronzoli e metafore, ma con immagini concrete, asciutte ed efficaci, come un perfetto mix fra i due tipi di scrittore che descrive. La disciplina nel costruire una storia articolata senza sbavature e tre personaggi perfetti (oltre ai due protagonisti, spicca Levenspiel, curvo padrone di casa, quasi dominato dal suo inquilino); l’istinto nelle immagini fortissime, soprattutto sul finale, fisiche, distruttive, laceranti e nel non rispettare i tempi verbali del racconto, alternando – pur narrando l’hic et nunc – passato e presente.

Notevole il pezzo critico introduttivo in questa curatissima edizione di minimum fax di Aleksandar Hemon, che offre un’ottima chiave di lettura per la storia, i personaggi, il periodo storico e sociale in cui si sviluppa.

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