Silvia Avallone – Acciaio

Rizzoli (2010), 357 pagine, 18 euro

Un esordio. Questo è. Non ci si può aspettare il capolavoro (in rari casi succede) ma va bene così. Intervistatissima, recensitissima, molto presente in radio, tv, magazine e quotidiani, Silvia Avallone è il sogno di tutti gli aspiranti scrittori: lei che invia il suo romanzo e che una sera qualunque, in una stanza di una casa dello studente a Bologna riceve la chiamata dell’editor della grande casa editrice che la vuole pubblicare. Ed ecco Acciaio, storia adolescenziale di due ragazzine poco più che dodicenni, delle loro famiglie disastrate, con i sogni nel cassetto e le speranze ormai accantonate, gli amici annoiati, tutto all’ombra di una fabbrica a Piombino. Ci si aspetterebbe che questa fabbrica d’acciaio, la Lucchini, a cui fa riferimento il titolo, fosse un po’ più presente; invece è un mostro che influisce sulle coscienze e sull’umore di chi ci lavoro, ma non più di tanto poi, tranne che in un ritmato e dirompente prefinale.

Filo conduttore principale di Acciaio, è la storia di Anna e Francesca: adolescenti, vicine di casa, compagne di scuola, inseparabili, che vivono una simbiosi che non ha bisogno di essere definita (amicizia? Amore saffico? Desiderio di completare il vuoto che le circonda in un rapporto che le riempia completamente?)
Un legame profondo e dalle tante sfaccettature, che coinvolge tutti gli atri personaggi che sembrano attratti da loro come verso un centro magnetico.
Un mondo – quello degli adolescenti – troppo spesso dimenticato, idealizzato, stereotipato, interpretato che in questo romanzo è semplicemente raccontato.

In parallelo, scorre la vita di una provincia (in questo caso Piombino) fra l’ipocrisia – famiglie perfette agli occhi dei condomini, che invece nascondono mancanza di rispetto, trame buie, sogni seppelliti che ogni tanto riaffiorano, ma che vengono ingoiati insieme alla speranza di un cambiamento vero – e la noia, che conduce i ragazzi su percorsi alternativi e fa fare loro scelte che in quel contesto sembrano le uniche possibili.

La fabbrica di acciaio giace grigia e fredda sullo sfondo; non è mai la protagonista diretta, si racconta poco della quotidianità del lavoro, poco dei dirigenti, poco dei soprusi. È piuttosto l’atmosfera plumbea che pesa sulle vite di chi ci lavora, che copre come una coltre l’intera cittadina, come soffocandola. Appare maestosa nella sua potenza distruttiva solo nel finale, crudo, pesante, disperato, gestito dalla scrittrice al meglio in una sceneggiatura viva e pulsante, con un ritmo che incalza fino al parossismo per poi rilassarsi nelle ultime pagine.

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