Giancarlo De Cataldo – Il padre e lo straniero

Einaudi *Einaudi. Stile libero big* (2010), 141 pagine, 14 euro

In una Roma multietnica, con il mercato di Piazza Vittorio, il bagno turco di Mustafa e il night club di Michael a fare da set a scene molto ben costruite, si muovono Diego e Walid.

In breve, nasce un’amicizia senza connotati – Diego non conosce il lavoro, lo status sociale, il passato di Walid e viceversa. L’unica cosa certa è che i loro figli – Giacomino e Yousuf – sono il trait d’union principale fra i due e il motore di tutta la storia. È in un istituto per bambini affetti da gravi handicap, infatti, che i due si incontrano, una volta a settimana, e iniziano un cammino insieme che parte dalla condivisione di un dolore e si punteggia in momenti di un’amicizia profonda, in cui si è disposti anche a rischiare la vita; una fratellanza, di dolori, di intenti, che accompagna e protegge.

La storia è semplice: un uomo comune si trova coinvolto, per un incontro fortuito, in un giallo al di fuori della sua stessa comprensione. Circondato da personaggi che rivelano il loro vero volto solo in un secondo momento, si trova da solo ad affrontare un mondo che non conosce e non gli appartiene – per lui semplice impiegato al Ministero di Grazia e Giustizia con una famiglia e una vita “normale”- una Roma “sotterranea”, fatta di ambiguità e malaffare.

Ciò che è sorprendente di questo romanzo, forse più che la storia, è il modo stesso di affrontarla e tutto ciò che rimane sullo sfondo è un elemento notevole da cui partire per scoprire un altro aspetto del giallo.

“Il padre e lo straniero” è un romanzo sensibile, una dichiarazione di amicizia contro ogni pregiudizio e giudizio, una presa di coscienza e la consapevolezza di un padre, insieme alla sua lacerazione interiore, costretto ad affrontare un handicap grave nella creatura che ama di più. Ed è nel momento in cui Diego trova se stesso e suo figlio Giacomino come riflessi in uno specchio in Walid e Yousuf che la ferita inizia a guarire, a rimarginarsi nella ricerca di un rapporto nuovo e diverso che accetta e va avanti, impara e costruisce.

Dolcissime immagini rimangono impresse: i padri che soffiano sul viso dei loro bambini all’uscita dall’istituto per capire da un cenno la risposta alla domanda di rito “Com’è andata?”, come il “Che hai fatto a scuola oggi?” di tante quotidianità; il dialogo cercato in piccolissimi segnali; la rabbia che assale in un impeto, così reale e così lontano da ipocrisie perbeniste.

Ecco quindi che mentre si legge si abbandona spesso il tracciato che porta alla soluzione dell’enigma e ci si perde fra i sentieri di una storia che coinvolge per l’onestà e l’apertura di cuore e di mente con cui è raccontata e condivisa.
Un romanzo dove finalmente i buoni non sono completamente buoni e i “cattivi” non hanno cucito addosso un abito su misura, ma sono solo uomini che si rapportano con altri uomini e come tali capaci di azioni deplorevoli come grandi atti d’amore e di amicizia. Soprattutto quando non vengono giudicati per lo stereotipo che rappresentano, ma visti con il candore di chi nell’altro cerca una risorsa di crescita, un aiuto e non vede necessariamente e a priori una minaccia.

Mi capita di vedere spesso Giancarlo De Cataldo; è una persona gentile. E un romanzo come questo non poteva essere scritto che da una persona gentile.

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