Filippo Timi – Peggio che diventare famoso

Garzanti Libri *Narratori moderni* (2008), 332 pagine, euro 15,60

timi_peggio Ho incrociato Filippo Timi – quando ancora non sapevo chi fosse – alla Fiera del Libro di Torino nel 2007; ero appoggiata a un water (parte dell’allestimento dello stand di Toilet – 80144 edizioni) e questo ragazzo si avvicina e ovviamente mi prende in giro. Solo dopo mi comunicano che era Filippo Timi, a Torino per presentare “Tutt’al più muoio”, suo romanzo d’esordio. Prima di allora aveva vinto il premio Ubu come miglior attore under 30 e dopo avrebbe continuato con il teatro, scritto “E lasciamole cadere queste stelle” e “Peggio che diventare famoso” e recitato per Ozpetek, Salvatores e Bellocchio.

Lo rivedo una sera, seduto di fronte a Daria Bignardi, con lo sguardo limpido e un’emozione che, nonostante lo schermo, vibra; e mi incuriosisce.
Spinta più dal desiderio di “conoscere” la persona che i romanzi, scelgo “Peggio che diventare famoso”, basato su un momento importante della sua vita: Salvatores lo sceglie come protagonista per il film “Come dio comanda”.

Il libro inizia con il suo primo ruolo da protagonista in un film, “Filipput e la musica”, ideato e girato dalle sue maestre di seconda elementare. Da quel giorno sono passati circa trent’anni e Filippo racconta con generosità e umiltà la sua “avventura” sul set di “Come dio comanda”; un’avventura fisica, emotiva, umana. Lui interpreta Rino, padre di un figlio adolescente e costretto a badare a un amico scemo; interpretazione difficile, che richiede consapevolezza di sé e disciplina, un set che impegna soprattutto emotivamente, un periodo della vita particolarmente brillante (sarà scelto subito dopo da Marco Bellocchio per interpretare il duce nel film “Vincere”).
Dai primi ciak all’ultimo giorno di riprese, Filippo racconta le sue sensazioni, la vita sul set (mostrandoci il “work in progress” dell’attore, che ogni giorno si spoglia di sé per vestire i panni di un altro che lo accompagnerà per settimane) e si lascia andare a ricordi che lo legano alla sua infanzia a Perugia, alla madre, che sente al telefono tutti i giorni, agli amici e al suo percorso professionale.

Timi in questo libro si spoglia completamente davanti ai lettori, mette a nudo le sue emozioni, i pensieri, le debolezze e le paure, attraverso un percorso che oscilla quindi tra il presente e il passato.
Lo stile è perfetto per lo scopo; si sente Timi che parla, se ne percepiscono le pause, le flessioni della voce, il calcare sulle parole.
Da artista che conosce bene teatro, cinema, letteratura, riesce a creare delle immagini molto fisiche, carnali, che rimangono impresse come ricordi propri, scene d’amore, scene di sesso, rabbia e passione, allegria e tensione.

Difficile da dimenticare il ritorno a casa di Filippo, che vicino a una madre con cui ha un rapporto stretto e teneramente quotidiano a distanza, si ritrova a essere lo stesso “cucciolo di lupo” a cui la mamma (È la mia mamma, la mamma di quando ero bambino) canta ancora la ninnananna, sciogliendo il freddo, la fatica, i dispiaceri; lei dimentica che ha partorito un lupo, una bestia feroce, per lei Filippo è ancora un cucciolo, un cucciolo di lupo… e anche se le mostro i denti… lei vede un cucciolo che cerca di acchiappare le farfalle.
E come un transfert alla rovescia, Filippo si ritrova a pensare al sé che è stato fino a quel momento – Rino – e al “figlio” Cristiano che una mamma non ce l’ha avuta.
Dire che queste pagine sono il culmine di un ottimo libro, che ti accompagna e ti scuote dentro, non è abbastanza; soprattutto per Filippo Timi, che non si fida delle parole “tanto da incespicarci sopra” e che preferisce ricevere abbracci invece che – o insieme a – complimenti.

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