David Leavitt – La lingua perduta delle gru

Mondadori – *Oscar Scrittori del Novecento* (1998), 344 pagine, 8,40 euro

leavitt_gruLa lingua perduta delle gru è una sindrome che porta chi ne è affetto a identificarsi, ad assomigliare all’oggetto del suo desiderio, alla cosa che più ama. Questa definizione nasce da un caso, raccontato da David Leavitt in un piccolo capitolo centrale del romanzo, di un bambino molto piccolo che rimaneva spesso solo a casa in un appartamento dei sobborghi di New York. Di fronte alla sua finestra, le gru lavorano alla costruzione di un palazzo. Lui le osservava tutto il giorno, trasportato da una passione e da un amore così profondi da fargli dimenticare di essere un bambino e trasformarlo, nei gesti e nei suoni che emette, in una di quelle gru.

Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo”.

 

Come in un gioco di specchi, i personaggi principali di questo romanzo si relazionano tra di loro e come in uno specchio si riflettono le loro storie personali. Amano ciò che è simile a loro, hanno storie a volte parallele, che si incrociano e a volte differenti e contrapposte.

 

Philip è omosessuale, vive le sue storie d’amore con intensità e passione e vuole confidarlo ai genitori; Owen, padre di Philip e sposato con Rose, è, in una sorta di vita parallela, vissuta prevalentemente nel buio dei cinema a luci rosse, omosessuale, e vive questa sua condizione come una crocifissione per sé e per la sua famiglia.

Accanto a loro, Eliot, amico di Philip, cresciuto da due intellettuali gay, è sereno con la sua omosessualità, che ha da sempre fatto parte del suo quotidiano e Jerene, lesbica, rifiutata dai genitori appena appresa la notizia.

 

Se si dimentica per un attimo che “La lingua perduta delle gru”, pubblicato nel 1986, assurge a romanzo simbolo della cultura gay, si rimane avvolti dalle storie personali dei personaggi che prescindono la loro condizione di omosessuali. Philip è un ragazzo innamorato, che soffre e si strugge per un uomo che pian piano lo allontana da sé; Owen rischia insieme a Rose di perdere la casa in cui ha vissuto per 25 anni e si stringe a lei per cercare di superare l’ostacolo; Eliot sta vicino a Philip e cerca di introdurlo nel suo ambiente “illuminato”.

 

Fin dalla prima pagina David Leavitt si dimostra un ottimo narratore, capace di portare il lettore per mano dentro le sue storie; come in una sequenza cinematografica lenta, nella prima pagina siamo sulla Terza Avenue, trafficata e vitale; ci spostiamo lungo gli isolati fino ad arrivare dentro un appartamento, attraverso la finestra, in cui una donna – Rose – sta diligentemente svolgendo il suo lavoro di redattrice sussurrando le parole che legge su un libro senza emettere suoni. Rose incontrerà, qualche pagina dopo, Owen – il marito – durante una passeggiata (loro trascorrono la domenica separati) e quell’incontro li turberà entrambi profondamente. E innescherà nel lettore la curiosità di addentrarsi in quel rapporto fatto di rispetto, dedizione e condivisione, che in qualche angolo però scricchiola.

 

Momenti memorabili come l’istante dell’incontro sono sparsi fra le pagine del libro; intensi e profondamente “vissuti”, sorprendono quando meno ci si aspetta di leggerli, rimangono scolpiti come i macigni che ognuno dei personaggi, a modo suo, porta nel cuore.

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