‘Ala Al-Aswani – Palazzo Yacoubian

Feltrinelli *Universale Economica* (2007), 216 pagine, 7,50 euro

Dimenticate l’Egitto che vi hanno fatto studiare a scuola, con i grandi faraoni sempre di profilo e le sfingi immobili; non pensate alle lunghe crociere sul Nilo e agli artigiani che intrecciano papiri.
Nel libro di Al-Aswani troverete un Egitto racchiuso fra le finestre delle case dei ricchi, i ballatoi dove la gente si incontra e si scruta e i terrazzi abitati dai poveri che punta in alto di Palazzo Yacoubian.

Istantanea sociologica di una terra a maggioranza musulmana che fa dell’ambiguità e delle contraddizioni il suo pane quotidiano, l’immagine che ci viene offerta, a noi, nuovi inquilini di questo palazzo costruito negli anni Trenta, e dove lo scrittore stesso aveva il suo studio dentistico, è una varietà di tipi e personaggi che ruotano tutti attorno a questo blocco di cemento.

‘Ala Al-Aswani è nato nel 1954 al Cairo; la sua carriera primaria è la professione di dentista, ma in contemporanea scrive per quotidiani e riviste pezzi in cui esamina con lucidità e sarcasmo una società egiziana ormai senza scrupoli.
Il suo punto di vista sull’Egitto contemporaneo (senza cadere nella generalizzazione, ma estrapolando un certo ambiente egiziano, seppur trasversale, dal ricco e affermato al povero e ambzioso) si ritrova perfettamente in questo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2002.

Come in tutti i palazzi i nuovi inquilini – in questo caso noi – provano confusione ed estraneità alle dinamiche di condominio; fino a quando il condomino più aperto – in questo caso l’autore – ne svela rapporti, caratteri, relazioni.
Sarà dura per noi da accettare la storia di Taha, figlio del portiere, protagonista “morale” del romanzo, snobbato per la sua posizione sociale di “inferiore”, invidiato per le sue ambizioni negli studi premiate da ottimi risultati, andato ad arruolarsi poi nelle schiere di chi ama la morte come “loro” amano la vita.
Assisteremo inermi al ripudio di una donna, “colpevole” di aver fatto bruciare di passione un uomo che per la sua nuova posizione sociale non può permettersi una giovane e “inferiore” amante (“Come un uomo che rimuove con le dita i granelli di polvere che sono rimasti attaccati sulla sua giacca elegante e prosegue il cammino come se nulla fosse”).
E conosceremo un musulmano che arriverà a giustificare perfino l’aborto in nome di una sua personale interpretazione della religione.

C’è l’Egitto della tradizione, delle regole dettate dalla religione, ma interpretate in chiave moderna e di moderna convenienza; e c’è l’Egitto moderno, la corruzione, il tradimento, la prepotenza, l’ipocrisia. Tutto giocato attraverso personaggi che mai appaiono “esagerati”, simbolici, smaccatamente connotati, ma che al contrario di come si potrebbe pensare in una rappresentazione letteraria del vizio, sono “umani”, vivi, pericolosamente tratti dalla realtà che Al-Aswani osserva e ci introduce.

Alla fine ci ambientiamo in quella giostra di caratteri e, come nella vita di condominio, per un attimo dimentichiamo il negativo e lasciamo che ci invitino alla loro festa in una scena finale solare e catartica che sembra per un attimo spegnere i riflettori sul marcio di questa nuova società egiziana che per molto tempo ha rifiutato perfino di leggere un libro come “Palazzo Yacoubian”.

Da leggere quanto prima, “Chicago”, ultimo romanzo di Al-Aswani.

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