Zadie Smith e “Tre vite” di Rick Moody

Libreria Giufà, Roma, mercoledì 4 giugno

Zadie Smith, bella, filiforme, con un accento british smaccato, nonostante viva a Roma con Nick Laird da tempo ormai (si dice), ha aperto l’incontro con un suo spunto su Rick Moody, tradotto “all’impronta, come al liceo”, timidamente e magistralmente da Martina Testa. Lo stile e la stilizzazione, gli scrittori, da Hemingway e Carver, la genialità e l’unicità di Moody.

Rick Moody, sguardo basso, braccia conserte con le mani strette attorno ai gomiti, cappello simil gondoliere appoggiato sulla testa, pronto a leggere per noi.
E cosa ha letto? Il finale del terzo racconto e quindi la fine del suo libro. Spiazzante. In pochi l’avrebbero fatto. In due minuti aveva già scolpito sui volti di tutti lo stupore.
Non avevo idea di quale fosse il prologo di quell’epilogo che lui, con una voce calda e profonda che era una carezza, ha letto, vissuto e recitato per noi (l’avrei saputo dopo, quando il suo traduttore, Francesco Pacifico, che tanto pacifico non era, visto il caldo che lo affogava, ci avrebbe raccontato trama e caratteristiche dei tre racconti di “Tre Vite”).

In fondo, non importava la trama; la vera rivelazione, l’“epifania” che il lettore cerca fra le righe della storia, la svolta, il cambiamento del personaggio, nelle storie di Moody è il linguaggio (lui stesso ci offre questa chiave di lettura). Linguaggio che cresce, si svela piano piano, fino al suo punto più alto, l’apoteosi. Noi tutti, nella bellissima libreria con gli scaffali rossi, eravamo con lui in una New York che si andava sgretolando, insieme con le parole, i suoni, gli accenti modulati in un americano pulito, essenziale ed espressivo.

Come sarà il Moody “oltre lo scrittore”? Contravvenendo a qualunque logica dettata dal buon senso, dalla frequentazione di autori essenziali e dai manuali di scrittura, utilizzo alcuni aggettivi. Ironico – cercava invano fra la folla la moglie Amy, probabilmente inghiottita fra le teste che affollavano l’ingresso della libreria; sarcastico con estrema eleganza – un “Yes!” a una domanda complessa e articolata, lunga e forse autorispondente; avviluppante – la voce che calava, strisciava, portava dietro i detriti del paesaggio distrutto; saggio e presente nel parlare del suo “metodo”, del suo essere uno scrittore che non pensa troppo alla scrittura; profondo e generoso – nel dare una lunga e articolata risposta, cruda per certi versi, a una bellissima domanda di Elena Stancanelli sullo stile e sulla scrittura – e sull’impegno a tutti i costi – post 11 settembre. Lui che trova nell’amministrazione Clinton il periodo migliore della politica degli ultimi anni, lui che fredda con “non c’era più spazio per l’ironia” e riapre sull’oggi in cui si scrive di nuovo di tutto.

Timido e riservato, ci saluta perché “la sua timidezza e la sua ritrosia a stare al centro dell’attenzione gli impongono di fermarsi” e si dà in pasto ai lettori, completamente. Tutti vogliono prendersi un piccolo pezzo di lui, prima che, sottobraccio a Amy, se ne vada via; magari voltandosi a guardare ancora una volta la libreria “molto più piena di tante librerie a New York”, teatro di precedenti reading.

Per un’altra dose di Rick Moody, “Scrivere New York – Rick Moody”, “passeggiata” attraverso le strade di New York e fra le righe della scrittura (da minimum fax media)

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