frailibri

Melania G. Mazzucco – Un giorno perfetto

Pubblicato da: francesca giannetto su: 23 Settembre 2008

BUR *Bur Extra* (2008), 409 pagine, 12 euro

Un giorno perfetto. Ventiquattro ore per ribaltare, rivedere, vivere fino allo stremo delle forze una vita che non appartiene, che si vorrebbe diversa, che sta appena per cominciare, o per finire.
Chissà che vita sogna Emma, giovane mamma squattrinata e svampita, per il piccolo Kevin, il suo secondogenito affetto da un problema a un occhio che lo fa andare in giro con una benda. Non la benda dei pirati, dei bambini sfrontati; la benda bianca che i bambini goffi e timidi portano con vergogna e che lo rende ancora più buffo e ridicolo agli occhi dei bambini “pariolini” della scuola costosa che frequenta suo malgrado.Papà Antonio non lo sa nemmeno che lui ha un problema all’occhio; non lo vede da tanto, da quando Emma, stanca dei soprusi psicologici che subisce e che fanno male più delle botte, è andata via e si è trasferita, a malincuore, da nonna Olimpia, donna ormai invecchiata e gretta che critica il suo lavoro troppo precario e le rende difficile perfino provare a rifarsi una vita.

Antonio è un ex poliziotto che vive di frustrazioni, proprie e altrui; lasciato dalla moglie e mai rassegnatosi a vedere i figli Kevin e Valentina in rare occasioni e sempre sotto controllo, è la scorta dell’onorevole Fioravanti, depresso e in declino, abbandonato dagli stessi uomini che gli hanno dato il potere proprio alla vigilia delle elezioni. È un declino il suo che va di pari passo con il cammino verso una vita più vera, meno patinata, della moglie Maja, che festeggia il settimo compleanno della sua Camilla in un palazzo sontuoso ai Parioli e sogna invece il Battello Ubriaco, posto totemico e fetido che Aris cerca di salvare dall’abbattimento. Aris, detto Zero, è il primo figlio scapestrato di Fioravanti, writer e idealista, giovane e ribelle in cui Maja si rispecchia, e rivede se stessa com’era e come vorrebbe essere.

Ai personaggi principali fanno da contorno uomini e donne con ruoli minori ma che hanno la funzione di completare il perfetto equilibrio che Melania Mazzucco crea nella definizione dei personaggi, uno dopo l’altro, presentandoli e lasciando che siamo noi a seguirli, dalla prima all’ultima ora, in apnea e mai desiderosi di ossigeno; piuttosto con la necessità di immergerci sempre di più in una storia intensa, acuta, appassionante.
Storia che culmina in un finale che mette i brividi addosso e fa entrare l’inverno romano, il gelo dell’anima e l’atrofia dei sentimenti nelle nostre case, fin sui divani dove magari stiamo leggendo, circondati dalla normalità di una famiglia in cui odio, rancore, follia non hanno mai fatto capolino.

Il mito di Medea, rovesciato e trasposto in un nuovo scioccante e fin troppo realistico significato in questa storia che ha meritato a pieni voti il premio Hemingway e il premio Roma. Un’emozione che difficilmente si dimentica e con cui con difficoltà a volte ci si misura.

Da questo romanzo è stato tratto il film di Ferzan Ozpetek; difficile pensare come un libro fatto di sottintesi, sentimenti che arroventano i cuori e aggrovigliano le budella sia stato trasposto, senza toglierne il soffio dell’anima, in poco più di due ore di immagini e dialoghi.

Se la lettura ha i suoi luoghi ideali, fra questi c’è il terrazzo di una casa a Riposto (Giarre) sempre lambita e cullata dal mare.

Marco Lodoli – Isole

Pubblicato da: francesca giannetto su: 2 Settembre 2008

Einaudi *Tascabili* (2008), 148 pagine, euro 9,50

“Isole” di Marco Lodoli è, come da sottotitolo, una “guida vagabonda di Roma”.
Ti invita a vagabondare nella Capitale, lasciarti andare per vicoli, piazze e angoli della città senza seguire alcuna guida “ufficiale”, allontanandoti un po’ dalle vie dei monumenti presi d’assalto dai turisti.

Propedeutica, o complementare a una guida classica dove Colosseo, Pantheon, Fontana di Trevi e Piazza Navona sono tappe d’obbligo, invita a perdersi e a stupirsi delle tante piccole grandi cose che Roma conserva, custodisce e mostra a un occhio più attento e curioso. E forse più lirico, come quello di Lodoli, che in un susseguirsi di “poesie in prosa” (tanto sono delicate, brevi ed efficaci le immagini piene d’amore che ci offre, e che sono state pubblicate su Repubblica in un percorso periodico) invita a fermarsi davanti al sasso di Orlando in Piazza di Pietra, i piccoli ponti sull’Aniene, le Chiese fatte con le ossa dei defunti.

Lodoli immagina Roma come fatta da isole – non solo luoghi fisici, ma anche abitudini, aneddoti, persone – la cui isola per eccellenza, nel cui racconto si legge la chiave poetica di Lodoli, la sua intensità, è l’Isola Tiberina: “…in mezzo al Tevere, ancorata da millenni come un bastimento che aspetta di salpare e non si decide perché l’acqua del porto che la sostiene racconta ogni giorno qualcosa di nuovo”… “Ora l’acqua del fiume è scarsa e l’isola pare arenata in una malinconia. È un buon posto per sedersi e riflettere su tutto e su niente, lasciando che il vento ci mangi la sigaretta e ci scompigli i pensieri”.

Curiosità – sapete cosa rappresentano i numeri dell’Obelisco di luce alla stazione Termini?; punti di osservazione diversi su luoghi rappresentativi della città – il Verano, uno fra tutti; giochi letterari – Germano Quaranta che risponde idealmente e ironicamente a un Leopardi che lamenta l’eccessivo fervore dei napoletani, più che per la battaglia, per i maccheroni; viaggi gastronomici – nell’“antro” di Dolce Maniera, dove i romani vanno a rifocillarsi dopo le notti brave in giro per locali) o la difesa del bombolone ormai quasi scomparso. Tutto questo fa scoprire Roma in modo completamente diverso dal solito; viene voglia di prendere questa “guida vagabonda”, uscire, aprire una pagina a caso e andare a vedere con gli occhi di Lodoli posti che magari vediamo – ma non osserviamo – tutti i giorni.

Iniziato e finito a Lampedusa, durante una bella vacanza. Viene voglia di tornare a Roma (quasi!).

Francesco Piccolo – L’Italia spensierata e…

Pubblicato da: francesca giannetto su: 7 Agosto 2008

Laterza *Contromano* (2007), 182 pagine, 9 euro

…Storie di primogeniti e figli unici
Feltrinelli *Universale Economica* (2007), 133 pagine, euro 6,50

Di solito non leggo mai due libri di uno stesso autore, anche se l’ho amato e non me ne vorrei separare, di seguito. E invece per Francesco Piccolo ho fatto uno strappo alla mia regola. Appena finito “L’Italia spensierata” sono passata da Pasquale e Mattia (in Feltrinelli) e ho preso “Storie di primogeniti e figli unici”; il primo recente, del 2007, il secondo pubblicato per la prima volta nel 1996.

Piccolo mi ricorda i libri di Peter Bichsel e di Philippe Delerm che leggevo anni fa; situazioni quotidiane, piccole, che diventavano abitudini e caratteristiche di un popolo, di un gruppo, da osservare e leggere con una chiave originale e molto personale.
Il “popolo” che Piccolo presenta non è la Francia con la baguette sotto al braccio o la Svizzera che aspetta il lattaio la mattina, ma è L’Italia spensierata, quella che va a Mirabilandia sulla giostra più pericolosa e muore di paura, ma si stampa in faccia un sorriso da joker; è l’Italia che sgomita per assistere a una trasmissione televisiva e poi viene accantonata e trattata male solo perché è reale e tangibile con la sua noia, con l’insofferenza di assistere alla farsa più farsa di tutte; è l’Italia che a Natale si rimbambisce di fronte a De Sica e Boldi, con quelle scatole cinesi di stupidi equivoci che Piccolo cerca ironicamente di sbrogliare e ci fa ridere molto più che se guardassimo il film. Il libro si chiude con la Notte Bianca di Roma, a cui tutta quell’Italia spensierata sembra quasi che partecipi ogni anno, andando in cerca di qualcosa che pensa di non poter trovare in tutte le altre notti, in tutti gli altri giorni.

Domenico Starnone ha scritto: “Francesco Piccolo è uno che, per vedere ben oltre il proprio naso, il naso se lo guarda e se lo tasta con comica volontà esplorativa… Il metodo di questo giovane cantastorie, insomma, è di partire dal naso per imparare a vedere il più lontano possibile”.

“Storie di primogeniti e figli unici” mette in primo piano il Piccolo-cantastorie che narra storie di adolescenti, che ti trascinano in piccole grandi realtà quotidiane e ti fanno abbassare all’altezza dei bambini, vedere il mondo con i loro occhi, porsi le loro domande con candore e innocenza. Sarà capitato a tutti i figli maggiori di sentirsi dire: “mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c’è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili” per proteggere il fratello minore. Chissà perché mamma dice sempre questa cosa, preferisce che muoia io? è quello che si chiede il primo “primogenito” della raccolta e tutti i primogeniti a cui sarà capitato.
Problema grande quanto quello di Santino, mandato dalla mamma ogni notte al bar per prendere e portare a casa il papà che si trattiene fin troppo a giocare a carte con gli amici.

Ritroviamo un piccolo pezzo di noi adolescenti nei racconti, di quando andavamo al mare e avevamo l’amico del cuore da cui non ci separavamo mai e che col tempo rimane un bel ricordo che si sbiadisce sempre di più e diventa quasi un volto nuovo nella nostra esistenza.

La sensazione che rimane è di aver ascoltato tante favole quotidiane, narrate con la delicatezza con cui una mamma legge le favole della buonanotte a un figlio irrequieto e con la maestria e la cercata ingenuità di uno scrittore talmente forte da poter iniziare un racconto con “E poi…” e acchiappare il lettore da subito, e tenerlo stretto, fermo sulle pagine fino all’ultima parola.
Anche l’amarezza, la tristezza, stemperata da uno stile dolce e delicato, si trasforma in un sentimento di profonda malinconia.

Ho incrociato Francesco Piccolo tante volte, a reading, quando cercavo – invano – “Scrivere è un tic”, ristampato solo di recente; ho avuto la fortuna di scambiarci poche parole poco tempo fa, con grande emozione.

Alice Munro – Nettles, Ortiche

Pubblicato da: francesca giannetto su: 7 Agosto 2008

La Biblioteca di Repubblica-L’Espresso (2008), 93 pagine

Ottima operazione di La Repubblica e L’Espresso; allegare alla rivista un piccolo libro con una short story di un autore contemporaneo. La particolarità è che le storie si presentano con “testo a fronte”, italiano e inglese.
Una delle prime uscite è stata Nettles (Ortiche) di Alice Munro.

Ortiche è uno di quei racconti che ti sorprende per la schiettezza e la durezza degli argomenti che prendono il sopravvento in un’atmosfera all’apparenza serena.
È una storia di adolescenza, di due ragazzini – lei e Mike – che si sono conosciuti da piccoli, si sono legati di quell’amore che lega due adolescenti e si sono persi di vista. Fin qui, tutto abbastanza “regolare”.
Anche quando Alice e Mike si incontrano, ormai da adulti, lei con un divorzio alle spalle, e trovano insieme un’alchimia particolare che fa battere di nuovo il cuore di lei, inaridito da una vicenda matrimoniale finita male, potrebbe non rappresentare nulla di particolarmente originale.

Finché la spensieratezza dell’adolescenza, di quel legame senza pensieri che sembra ricrearsi proprio in un campo di ortiche, svanisce sotto il colpo di una confessione, di un dolore talmente forte da lasciare un grande senso di vuoto.

Lo stile della Munro, anche quando il tema cresce in intensità e drammaticità, è leggero e fluente, senza eccessivi melodrammi; asciuga in poche parole i sentimenti più sfaccettati, lasciando al lettore la pura e vera sensazione.

‘Ala Al-Aswani – Palazzo Yacoubian

Pubblicato da: francesca giannetto su: 16 Luglio 2008

Feltrinelli *Universale Economica* (2007), 216 pagine, 7,50 euro

Dimenticate l’Egitto che vi hanno fatto studiare a scuola, con i grandi faraoni sempre di profilo e le sfingi immobili; non pensate alle lunghe crociere sul Nilo e agli artigiani che intrecciano papiri.
Nel libro di Al-Aswani troverete un Egitto racchiuso fra le finestre delle case dei ricchi, i ballatoi dove la gente si incontra e si scruta e i terrazzi abitati dai poveri che punta in alto di Palazzo Yacoubian.

Istantanea sociologica di una terra a maggioranza musulmana che fa dell’ambiguità e delle contraddizioni il suo pane quotidiano, l’immagine che ci viene offerta, a noi, nuovi inquilini di questo palazzo costruito negli anni Trenta, e dove lo scrittore stesso aveva il suo studio dentistico, è una varietà di tipi e personaggi che ruotano tutti attorno a questo blocco di cemento.

‘Ala Al-Aswani è nato nel 1954 al Cairo; la sua carriera primaria è la professione di dentista, ma in contemporanea scrive per quotidiani e riviste pezzi in cui esamina con lucidità e sarcasmo una società egiziana ormai senza scrupoli.
Il suo punto di vista sull’Egitto contemporaneo (senza cadere nella generalizzazione, ma estrapolando un certo ambiente egiziano, seppur trasversale, dal ricco e affermato al povero e ambzioso) si ritrova perfettamente in questo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2002.

Come in tutti i palazzi i nuovi inquilini – in questo caso noi – provano confusione ed estraneità alle dinamiche di condominio; fino a quando il condomino più aperto – in questo caso l’autore – ne svela rapporti, caratteri, relazioni.
Sarà dura per noi da accettare la storia di Taha, figlio del portiere, protagonista “morale” del romanzo, snobbato per la sua posizione sociale di “inferiore”, invidiato per le sue ambizioni negli studi premiate da ottimi risultati, andato ad arruolarsi poi nelle schiere di chi ama la morte come “loro” amano la vita.
Assisteremo inermi al ripudio di una donna, “colpevole” di aver fatto bruciare di passione un uomo che per la sua nuova posizione sociale non può permettersi una giovane e “inferiore” amante (“Come un uomo che rimuove con le dita i granelli di polvere che sono rimasti attaccati sulla sua giacca elegante e prosegue il cammino come se nulla fosse”).
E conosceremo un musulmano che arriverà a giustificare perfino l’aborto in nome di una sua personale interpretazione della religione.

C’è l’Egitto della tradizione, delle regole dettate dalla religione, ma interpretate in chiave moderna e di moderna convenienza; e c’è l’Egitto moderno, la corruzione, il tradimento, la prepotenza, l’ipocrisia. Tutto giocato attraverso personaggi che mai appaiono “esagerati”, simbolici, smaccatamente connotati, ma che al contrario di come si potrebbe pensare in una rappresentazione letteraria del vizio, sono “umani”, vivi, pericolosamente tratti dalla realtà che Al-Aswani osserva e ci introduce.

Alla fine ci ambientiamo in quella giostra di caratteri e, come nella vita di condominio, per un attimo dimentichiamo il negativo e lasciamo che ci invitino alla loro festa in una scena finale solare e catartica che sembra per un attimo spegnere i riflettori sul marcio di questa nuova società egiziana che per molto tempo ha rifiutato perfino di leggere un libro come “Palazzo Yacoubian”.

Da leggere quanto prima, “Chicago”, ultimo romanzo di Al-Aswani.

Mohsin Hamid – Il fondamentalista riluttante

Pubblicato da: francesca giannetto su: 18 Giugno 2008

Einaudi (2007), 134 pagine, 14 euro

Fin dal principio, ancora prima di iniziare a sfogliare il romanzo del giovane autore pakistano Mohsin Hamid si nota una contraddizione, un’ambiguità. Come può un fondamentalista, per antonomasia spinto da valori inoppugnabili e da una fede cieca nel proprio credo (proprio o indotto), essere riluttante, dubbioso, incerto?

Questo è il dilemma che coglie Changez, pakistano laureato a Princeton con il massimo dei voti e “adottato” da New York e da una delle maggiori società di consulenza che ne fa uno dei suoi fiori all’occhiello.
Changez gode della sua vita, del suo successo; lavora sempre di più, contribuisce alla crescita della Società, rendendo un servizio al paese che lo ospita.
E questo è un altro dilemma del romanzo. Perché contribuire, con le proprie risorse, il proprio valore, come un giannizzero al servizio dell’impero, alla crescita di un Paese che forse non “merita” tanti sforzi e tante risorse, che non sa ripagare in termini di tolleranza, ricerca della pace e degli equilibri, un paese pronto a gettare bombe e istigare conflitti?

Il punto di rottura per Changez arriva con una delle fratture forse più grandi per il mondo intero: il crollo delle Torri Gemelle.
Ciò non significa che “Il fondamentalista riluttante” è l’ennesimo libro che dispensa teorie, racconta storie, risolve quesiti sull’atto terroristico più eclatante e “definitivo” degli ultimi decenni. L’evento si risolve in termini di narrazione in una spaccatura, un’evoluzione nel personaggio. Morale, civica, fisica.

Evoluzione che seguiamo attraverso un lungo dialogo sviluppato a una voce tra Changez e un interlocutore americano che lui incontra a Lahore, sua città natale.
È un racconto liquido, riflessivo, molto lucido, con una punta di malinconia. Changez ripercorre le fasi della sua vita in America, la vita lavorativa, quella sentimentale – che lo vede coinvolto in una bellissima storia con Erica, ragazza anch’essa destinata a un “crollo” psico-fisico, il rapporto con le sue origini in maniera semplice e tangibile.
E nonostante il tema non proprio sereno, lo stile è rasserenante, come una favola della buonanotte che lui racconta al suo compagno di tavola.

Non ci si aspetta, leggendolo mentre racconta dei suoi successi, della sua scalata nell’azienda e nella fiducia dei superiori, che dopo l’11 Settembre, gradualmente, Changez si allontani da quel Paese che lo ha accolto, adottato e nutrito. Segno tangibile della scelta di abbandonare il suo ruolo di “giannizzero”, un sorriso di fronte alla scena agghiacciante che tutti abbiamo visto e la barba che cresce incolta sul viso, alla maniera degli arabi, e gli attacca addosso il “sospetto”, fino alla consapevolezza estrema che “Un’America come quella andava fermata”.
Il suo interlocutore, e noi con lui, stiamo ad ascoltare cercando di capire. E di non avere pregiudizi, per questa volta.

Ringrazio i ragazzi della Feltrinelli Giulio Cesare che me lo hanno vivamente consigliato.

Zadie Smith e “Tre vite” di Rick Moody

Pubblicato da: francesca giannetto su: 9 Giugno 2008

Libreria Giufà, Roma, mercoledì 4 giugno

Zadie Smith, bella, filiforme, con un accento british smaccato, nonostante viva a Roma con Nick Laird da tempo ormai (si dice), ha aperto l’incontro con un suo spunto su Rick Moody, tradotto “all’impronta, come al liceo”, timidamente e magistralmente da Martina Testa. Lo stile e la stilizzazione, gli scrittori, da Hemingway e Carver, la genialità e l’unicità di Moody.

Rick Moody, sguardo basso, braccia conserte con le mani strette attorno ai gomiti, cappello simil gondoliere appoggiato sulla testa, pronto a leggere per noi.
E cosa ha letto? Il finale del terzo racconto e quindi la fine del suo libro. Spiazzante. In pochi l’avrebbero fatto. In due minuti aveva già scolpito sui volti di tutti lo stupore.
Non avevo idea di quale fosse il prologo di quell’epilogo che lui, con una voce calda e profonda che era una carezza, ha letto, vissuto e recitato per noi (l’avrei saputo dopo, quando il suo traduttore, Francesco Pacifico, che tanto pacifico non era, visto il caldo che lo affogava, ci avrebbe raccontato trama e caratteristiche dei tre racconti di “Tre Vite”).

In fondo, non importava la trama; la vera rivelazione, l’“epifania” che il lettore cerca fra le righe della storia, la svolta, il cambiamento del personaggio, nelle storie di Moody è il linguaggio (lui stesso ci offre questa chiave di lettura). Linguaggio che cresce, si svela piano piano, fino al suo punto più alto, l’apoteosi. Noi tutti, nella bellissima libreria con gli scaffali rossi, eravamo con lui in una New York che si andava sgretolando, insieme con le parole, i suoni, gli accenti modulati in un americano pulito, essenziale ed espressivo.

Come sarà il Moody “oltre lo scrittore”? Contravvenendo a qualunque logica dettata dal buon senso, dalla frequentazione di autori essenziali e dai manuali di scrittura, utilizzo alcuni aggettivi. Ironico – cercava invano fra la folla la moglie Amy, probabilmente inghiottita fra le teste che affollavano l’ingresso della libreria; sarcastico con estrema eleganza – un “Yes!” a una domanda complessa e articolata, lunga e forse autorispondente; avviluppante – la voce che calava, strisciava, portava dietro i detriti del paesaggio distrutto; saggio e presente nel parlare del suo “metodo”, del suo essere uno scrittore che non pensa troppo alla scrittura; profondo e generoso – nel dare una lunga e articolata risposta, cruda per certi versi, a una bellissima domanda di Elena Stancanelli sullo stile e sulla scrittura – e sull’impegno a tutti i costi – post 11 settembre. Lui che trova nell’amministrazione Clinton il periodo migliore della politica degli ultimi anni, lui che fredda con “non c’era più spazio per l’ironia” e riapre sull’oggi in cui si scrive di nuovo di tutto.

Timido e riservato, ci saluta perché “la sua timidezza e la sua ritrosia a stare al centro dell’attenzione gli impongono di fermarsi” e si dà in pasto ai lettori, completamente. Tutti vogliono prendersi un piccolo pezzo di lui, prima che, sottobraccio a Amy, se ne vada via; magari voltandosi a guardare ancora una volta la libreria “molto più piena di tante librerie a New York”, teatro di precedenti reading.

Per un’altra dose di Rick Moody, “Scrivere New York – Rick Moody”, “passeggiata” attraverso le strade di New York e fra le righe della scrittura (da minimum fax media)

David Grossman – Che tu sia per me il coltello

Pubblicato da: francesca giannetto su: 3 Giugno 2008

Mondadori – *Oscar* (2000), 330 pagine, 8,80 euro

Fra i tvb e qlc nn va, risulta piacevolmente dissonante una lettera; un’epistola, scritta a mano, a macchina, a caratteri graziati o asciutti è un’esperienza insolita.
E ancora più insolito è un rapporto intenso, struggente, vero fatto solo ed esclusivamente di parole, che come coltelli scavano dentro i due interlocutori alla ricerca di una verità, di un cuore che pulsa, di uno spiraglio di speranza.

David Grossman scrive “Che tu sia per me il coltello” nel 1999, partendo da un espediente che potrebbe essere stato attuale nell’‘800 come può continuare ad esserlo nel 2020: lui vede lei per un attimo e rimane talmente affascinato dai suoi occhi, dai suoi gesti morbidi da scriverle una lettera. E da lì in poi tutto il loro rapporto sarà scandito da un lungo scambio epistolare di cui noi conosciamo direttamente, per tre quarti del libro, solo la parte di Yair e scopriamo attraverso di essa la risposta di Myriam.

Andando avanti, dopo alcuni mesi, le storie si fanno sempre più intense e private; da un gioco partito fra i due, un’attrazione, un desiderio di conoscenza, si va piano piano a scavare verso un desiderio di comunicazione, rivalsa, riscatto. I due protagonisti si legano sempre di più, scoprono i fianchi alla lama affilata delle parole.
Dallo svelamento di sé, l’illusione che esista un mondo sospeso nella dimensione della passione si va alla famiglia, ai figli, ai problemi quotidiani che pesano, oltre che sulle persone, sulle parole, sempre più stanche, sempre più aspre. Fino a prendere corpo, come era auspicato, come forse non avrebbe dovuto essere.

La persona che mi ha consigliato questo libro ha detto che chi avesse una relazione stabile e si fosse avvicinato a questo libro, ne avrebbe sicuramente risentito.

(L)ode alla libreria Feltrinelli

Pubblicato da: francesca giannetto su: 13 Maggio 2008

Viale Giulio Cesare – Roma

Le librerie Feltrinelli le conosciamo tutti; io in particolare conosco bene quelle di Roma, ma non credo siano molto diverse da tutte le altre. Enormi, stra-fornite, sconti pazzeschi e raccolte punti molto allettanti. Ben organizzate, con scaffali di Novità, Libri consigliati, Saggistica, Autori sistemati in ordine alfabetico e quant’altro. E poi CD, DVD, libri di fotografia, guide, cucina… insomma, tutto, ma proprio tutto ciò che vuoi o potresti volere e anche la caffetteria, in alcune sedi.

Grandi, immense, stile supermercato. E non lo dico in senso spregiativo, anzi; credo che tutte le librerie hanno un’anima, dalla più piccola alla più avveniristica. In tutte batte il cuore di chi con passione sistema, spolvera, cerca, consiglia, indica, indirizza, lavora.

La Feltrinelli di viale Giulio Cesare ha però un cuore che batte più forte delle altre (intendo fra le “Grandi”); o forse batte come tutte le altre, ma si sente soltanto più forte perché c’è meno gente, meno “confusione” che alla Feltrinelli di Largo Argentina o di Mel Bookstore in Via Nazionale per esempio.

Io stamattina ho visto solo un ventricolo di quel cuore, ed è stato bello.
Due ragazzi che lavorano in Feltrinelli si sono fermati a chiacchierare di libri come se fossimo in un salotto, in una “piccola libreria” (perché in genere è quello che succede nelle piccole librerie più che nelle grandi e affollate). Come le barzellette quando inizi a raccontarle, da un libro ce ne veniva in mente un altro; opinioni, impressioni, consigli… bellissime chiacchiere su una passione condivisa nel posto più adatto per coltivarla e alimentarla.
Per me questo dovrebbe essere una libreria: un posto dove perderti fra ciò che ami e dove chi ha un panorama senza dubbio più ampio del tuo è in grado di metterti in mano un libro (in senso proprio fisico) e di “indurti” a comprarlo non per vendere, ma per condividere una cosa bella, anche tenendo conto di quello che leggi.

In fondo, che cosa c’è di meglio per un lettore che parlare di libri, toccare i libri, comprare i libri, guidata, accompagnata da chi lavora in mezzo alla carta con passione e competenza… e voglia di “perdere tempo” e allargare gli orizzonti di lettura a una malata di libri?

Aspettando di leggere “Il fondamentalista riluttante”, intanto ringrazio.

Daniel Pennac – Diario di scuola

Pubblicato da: francesca giannetto su: 8 Maggio 2008

Feltrinelli *I Narratori* (2008), 241 pagine, 16 euro

Chi l’avrebbe mai detto che Daniel Pennac, scrittore dalla fantasia fervida e funambolico maestro di parole, sia stato da piccolo un Daniel Pennacchioni somaro.
Un vero asino sui banchi di scuola, che inizia la sua disastrosa carriera scolastica arrancando perfino nell’apprendimento dell’alfabeto, in una esilarante lotta combattuta fra la “a” e la “z”.

Non era uno “studente leccornia”, come lui definisce gli studenti modello, orgoglio degli insegnanti. Vero è che, come Pennac rileva nella sua lunga riflessione fra autobiografia e studio sociologico sul ruolo della scuola e soprattutto degli alunni, meglio se scansafatiche, il vero orgoglio del professore o del maestro dovrebbe essere il somaro.
E se ci si pensa bene il discorso fila perfettamente; che soddisfazione c’è per un insegnante insegnare a chi non vede l’ora di imparare? È un compito troppo semplice se paragonato al voler instillare il sapere a chi va a scuola solo per scaldare il banco.
Sbalorditivo il paragone fra lo studente “difficoltoso” e una rondine che vada a sbattere contro un vetro e abbia bisogno di essere rianimata, seguita, curata.

Intenerisce leggere, col senno di poi e con la consapevolezza di chi sia diventato Pennac, che uno dei pochi compiti a casa assegnatigli da un insegnante e svolto con successo ed estremo piacere fosse proprio la stesura di un romanzo, in corretto francese e che raccontasse una storia.

“Diario di scuola” è un diario della scuola, di quello che è e forse, fra le righe e senza superbia, di ciò che dovrebbe essere se solo alcuni insegnanti ricordassero di essere stati anche loro studenti, “leccornia” o “rondine” che fossero. Anzi, forse una rondine salvata riesce a portare a volare di nuovo molte più rondini di chi è sempre stato al sicuro e “protetto” dalla sua bravura.