David Sedaris – Mi raccomando: tutti vestiti bene
Mondadori *Piccola Biblioteca Oscar* (2007), 236 pagine, 9 euro
Immaginate una bella foto di famiglia, con gli uomini di casa in cravatta e camicia inamidata, la mamma con il vestito della domenica, la figlia che si sforza di stare composta. Tutti vestiti bene, come recita il titolo, tutti perfetti e smaglianti.
E David (Sedaris) che disegna i baffi sulle foto, scompone la camicetta alla sorella, stropiccia la gonna alla mamma.
Mette a nudo difetti, tic e assurdità della sua normalissima famiglia di città, dei suoi vicini di casa, dei suoi conoscenti.
È divertente vederlo dibattersi fra il ruolo di figlio, fratello, vicino di casa e il ruolo di “reporter”. Guardato come un intruso – perché gay e artista e quindi “strano” per la sua famiglia piccolo borghese – viene compatito, incompreso; ma soprattutto è guardato con sospetto da una famiglia consapevole di essere il soggetto delle sue storie esilaranti, che a volte gli chiede esplicitamente di tralasciare questo o quell’episodio nel momento stesso in cui viene condiviso. È proprio da queste dinamiche che nascono i pezzi più dissacranti e divertenti.
Un pregio dello stile di Sedaris è la freschezza, la semplicità della narrazione; lo scrittore racconta i tic, le stranezze della sua famiglia e del mondo che lo circonda con sarcasmo pulito, che intrattiene e diverte; non certamente con l’intento di mettere alla gogna, puntare il dito contro, né tantomeno di compiere un’indagine sociologica.
Grazie alla mia amica Michela che mi ha regalato 236 pagine di risate.
Cinque serate frailibri
Oblique Studio e Fandango propongono – finalmente – un concorso senza altisonanti pretese e con invitanti premesse, sia per quelli che si divertono a scrivere, che per quelli che si divertono a leggere.
Concorso letterario 8×8 si presenta nuovo e originale dal prologo all’epilogo, dalla denominazione al premio, che non è un’alta onorificenza con il nome di un liquore, non è un assegno, non è una pubblicazione per una casa editrice (che spesso è proprio quella che indice il concorso). Il premio finale è rappresentato da una selezione di libri (scelti dal catalogo Fandango), oggetti di culto per chi legge e per chi scrive. C’è poi un altro premio, che viene assegnato a tutti i partecipanti: l’occasione e la possibilità di essere letti e ascoltati dagli addetti ai lavori e da un pubblico di lettori.
Perché “8×8”? Perché in ognuna delle 5 serate in cui si sviluppa il concorso, al caffè Fandango in Piazza di Pietra 32 (a Roma) a partire dalle 21.00 si sfideranno 8 scrittori (non solo esordienti) con racconti della durata esatta di 8 minuti.
I racconti saranno ascoltati, valutati e giudicati dalla ormai classica coppia di giurie: la giuria popolare (costituita dal pubblico in sala) e la giuria di qualità (rappresentata da editori, editor, redattori e altre figure professionali provenienti dal mondo dell’editoria).
Come in tutti i concorsi, ogni serata avrà una madrina, una casa editrice di Roma.
Questo il calendario:
martedì 21 aprile (minimum fax);
martedì 5 maggio (Playground);
martedì 25 maggio (Fanucci);
martedì 9 giugno (Nutrimenti);
martedì 16 giugno (Fandango).
Per partecipare dovrete inviare un racconto inedito in lingua italiana a tema libero che possa essere letto in 8 minuti (comunque non superiore a 8000 battute) e i vostri dati essenziali (nome, domicilio, telefono, email) a:
Oblique Studio
Concorso 8×8
via Arezzo, 18
00161 Roma
oppure inviare una mail a 8×8@oblique.it
Il comitato di lettura formato dalla redazione di Oblique e Fandango selezionerà gli autori; se siete fra i prescelti, sarete avvisati una decina di giorni prima di ogni serata.
Potete inviare i vostri racconti fino al 25 maggio, ma se avete già pronta la vostra opera affrettatevi e avrete più occasioni di essere letti e selezionati.
Tutti quelli che verranno selezionati per partecipare alle serate saranno pubblicati sul web.
David Leavitt – La lingua perduta delle gru
La lingua perduta delle gru è una sindrome che porta chi ne è affetto a identificarsi, ad assomigliare all’oggetto del suo desiderio, alla cosa che più ama. Questa definizione nasce da un caso, raccontato da David Leavitt in un piccolo capitolo centrale del romanzo, di un bambino molto piccolo che rimaneva spesso solo a casa in un appartamento dei sobborghi di New York. Di fronte alla sua finestra, le gru lavorano alla costruzione di un palazzo. Lui le osservava tutto il giorno, trasportato da una passione e da un amore così profondi da fargli dimenticare di essere un bambino e trasformarlo, nei gesti e nei suoni che emette, in una di quelle gru.
“Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo”.
Come in un gioco di specchi, i personaggi principali di questo romanzo si relazionano tra di loro e come in uno specchio si riflettono le loro storie personali. Amano ciò che è simile a loro, hanno storie a volte parallele, che si incrociano e a volte differenti e contrapposte.
Philip è omosessuale, vive le sue storie d’amore con intensità e passione e vuole confidarlo ai genitori; Owen, padre di Philip e sposato con Rose, è, in una sorta di vita parallela, vissuta prevalentemente nel buio dei cinema a luci rosse, omosessuale, e vive questa sua condizione come una crocifissione per sé e per la sua famiglia.
Accanto a loro, Eliot, amico di Philip, cresciuto da due intellettuali gay, è sereno con la sua omosessualità, che ha da sempre fatto parte del suo quotidiano e Jerene, lesbica, rifiutata dai genitori appena appresa la notizia.
Se si dimentica per un attimo che “La lingua perduta delle gru”, pubblicato nel 1986, assurge a romanzo simbolo della cultura gay, si rimane avvolti dalle storie personali dei personaggi che prescindono la loro condizione di omosessuali. Philip è un ragazzo innamorato, che soffre e si strugge per un uomo che pian piano lo allontana da sé; Owen rischia insieme a Rose di perdere la casa in cui ha vissuto per 25 anni e si stringe a lei per cercare di superare l’ostacolo; Eliot sta vicino a Philip e cerca di introdurlo nel suo ambiente “illuminato”.
Fin dalla prima pagina David Leavitt si dimostra un ottimo narratore, capace di portare il lettore per mano dentro le sue storie; come in una sequenza cinematografica lenta, nella prima pagina siamo sulla Terza Avenue, trafficata e vitale; ci spostiamo lungo gli isolati fino ad arrivare dentro un appartamento, attraverso la finestra, in cui una donna – Rose – sta diligentemente svolgendo il suo lavoro di redattrice sussurrando le parole che legge su un libro senza emettere suoni. Rose incontrerà, qualche pagina dopo, Owen – il marito – durante una passeggiata (loro trascorrono la domenica separati) e quell’incontro li turberà entrambi profondamente. E innescherà nel lettore la curiosità di addentrarsi in quel rapporto fatto di rispetto, dedizione e condivisione, che in qualche angolo però scricchiola.
Momenti memorabili come l’istante dell’incontro sono sparsi fra le pagine del libro; intensi e profondamente “vissuti”, sorprendono quando meno ci si aspetta di leggerli, rimangono scolpiti come i macigni che ognuno dei personaggi, a modo suo, porta nel cuore.
Agota Kristof – Trilogia della città di K.
Se si dovesse provare a definire questo poderoso romanzo della scrittrice ungherese, non si troverebbe concetto migliore di quello già espresso da critici e lettori: “favola nera”.
Il primo capitolo potrebbe iniziare con il classico “C’era una volta” e continuare con una favola che ha l’atmosfera dei momenti più neri delle fiabe e delle favole (Cappuccetto Rosso mangiata dal lupo, Biancaneve sola nel bosco, Hansel e Gretel nella gabbia alla mercè della nonna).
È tempo di guerra in Ungheria e la città di K. – città immaginaria che si prova ad associare con le città dell’Europa dell’Est – è martoriata dalle vicissitudini che non vengono esplicitamente descritte ma di cui se ne percepisce la gravità, l’odore di morte e di distruzione.
Due gemelli, Lucas e Claus, vengono portati fuori città, e vanno ad abitare con la nonna; donna anziana, cinica, priva di sentimenti, somigliante alla classica strega delle fiabe. I bambini si aiutano l’un l’altro a sopportare le difficoltà, la fame, il freddo e vanno avanti di espedienti, piccole furbate, amicizie particolari.
Si sottopongono a “giochi masochisti”, si impongono di non mangiare, di stare all’aperto nudi, tutto per istruire il corpo alla sopportazione fisica e psicologica delle avversità.
Sul loro cammino si succedono eventi, incontri importanti con personaggi estremi, da piccole mendicanti a importanti generali e tutto viene pedissequamente annotato su una serie di quaderni che costituiranno le memorie dei ragazzi e il fulcro dei primi due capitoli della trilogia.
Il secondo capitolo rappresenta un punto di passaggio fra la “favola” del primo capitolo e la “concretezza” del terzo capitolo. I ragazzi si misurano con il loro stesso essere di fronte alle persone che incontrano e si ritrovano capaci di grande generosità come di un assoluto cinismo.
Il terzo capitolo non può essere raccontato, non si immagina se non si legge. Aperto da sempre a interpretazioni di ogni sorta, è forse la parte meno “nera” ma più oscura di tutto il romanzo; parte in cui la realtà si mescola e si trasfigura con il ricordo, in cui i bambini sono ormai adulti, in cui il lettore scava insieme ai protagonisti alla ricerca di un senso.
I tre capitoli sono molto diversi come stile, come atmosfera delle storie: dalla favola asciutta e veloce del primo capitolo, a una prosa fluida e ampia che segna il passaggio dalle fantasie dei bambini alla realtà di adulti che si confrontano con il passato, i ricordi e un presente ostico e difficile con cui si chiude la storia.
Tre parti distinte, che nascono separate in tre libri, scritti da Agota Kristof in tre momenti diversi nella sua seconda lingua, il francese, più “letteraria” e diffusa dell’ungherese, che Agota impara in Svizzera, dove si trasferisce con marito e figlia nel 1956 in seguito all’intervento dell’Armata Rossa per sedare la rivolta antisovietica.
Dell’Ungheria che lei lascia a malincuore rimane un segno tangibilissimo nella prima parte della Trilogia, quella che in origine era “Le grand cahier” (Il grande quaderno). Agota lavorava in fabbrica e teneva accanto a sé un foglio su cui scriveva i suoi versi, i suoi appunti, cullata e concentrata dal ritmo incalzante delle macchine, che ritroviamo nella prima parte del romanzo.
In questo “quaderno” c’è anche la trasposizione, in Claus e Lucas, di lei e del fratello, legatissimi e complici come i due gemelli del romanzo, che cresceranno, diventeranno adulti e si separeranno per poi provare a ritrovarsi (nella realtà? nel ricordo? nella fantasia?) nelle altre due parti, “La preuve” (La prova) e “Le troisième mensogne” (La terza menzogna), che con “il quaderno” confluiscono nella “Trilogia della città di K.”
Letto a Tulum, in ottobre, mentre pioggia incessante e vento forte battevano sui vetri della nostra “capanna”.
Don Winslow – L’inverno di Frankie Machine
Frank Machianno ha sessant’anni e vive a San Diego. Lo si può incontrare nel suo negozio di esche, da dove gestisce anche la fornitura di tessili per alberghi.
Oppure vederlo mentre cavalca le onde sulla sua tavola da surf a quell’ora in cui i surfisti più scalmanati sono lontani dalle spiagge e i “Gentiluomini” possono godersi in pace il loro mondo fatto d’acqua.
Frank ha una ex moglie, una figlia e una nuova compagna che ama di un amore passionale e totalizzante, che lo fa sentire vivo e giovane.
Una vita apparentemente tranquilla e comune, con il problema di mantenere buoni rapporti con la ex moglie e poter mandare la figlia all’università; il lavoro, il surf, i pochi ma buoni amici. La caratteristica più fuori dall’ordinario di Frank, iniziando a leggere il romanzo, è senza dubbio che lui sia un “attempato” e affascinante surfista di San Diego.
Finché Mouse Junior lo cerca per chiedergli un favore molto particolare. Una richiesta che lo porta improvvisamente indietro di più di vent’anni, a una vita che aveva abbandonato e che gli si ripresenta davanti per chiedergli il conto. Fino all’ultimo centesimo.
Una vita in cui lui non era il mite Frank Machianno, ma Frankie Machine, “la macchina”; una macchina da guerra, sicario spietato, invincibile, quasi immortale, capace di far fuori 4 persone nel giro di 10 minuti senza riportare nemmeno una ferita.
Adesso si trova a fare i conti con un passato di omicidi e faide fra gruppi organizzati che lo usano come macchina da guerra; un passato di complotti, tradimenti, interessi in cui non aveva nulla da perdere e che invece adesso mette in gioco il frutto più grande della sua stessa vita.
Paradossalmente – perché nella vita fuori dai libri ciò non succederebbe mai – Frankie affascina chi ne segue passo passo le corse in auto, l’approvvigionamento di armi, le incursioni nei club dove al suo arrivo non può che scoppiare una carneficina.
Deciso, spietato, forte e cinico, non ha paura di fronte alla morte; è sicuro di sé, sa che dove c’è lui la possibilità per i rivali di spuntarla è pressoché nulla.
Frankie è un personaggio “grandissimo” in un romanzo che si regge sulla sua fortissima personalità e che si fa seguire per lo stile accattivante e il ritmo incalzante, che solo in alcuni punti diventa troppo diretto e didascalico, “tagliando” la suspence con soluzioni servite e non raccontate.
Aspettiamo il Robert De Niro-Frankie Machine di Michael Mann.
Walter Siti – Il contagio
Uno di quei libri di cui senti parlare varie volte, vedi la foto dell’autore che ammicca dalle pagine di un giornale, ma che alla fine Daria Bignardi, dalle pagine di Vanity Fair, ti convince a comprare.
“Il contagio” di Walter Siti è un libro d’amore; amore verso la sua città, Roma, soprattutto nelle periferie che piano piano cambiano faccia e personaggi; e amore puro, quello fisico, carnale, che scorre come veleno nelle vite dei protagonisti.Libro corale, dove i personaggi si muovono tutti nelle borgate in palazzine fatiscenti, fra l’odore dei soldi, la puzza di spazzatura e il bagliore accecante della cocaina, presenta una realtà che ha cambiato la periferia romana. Una realtà fatta dai “borgatari” ormai arricchiti, che partecipano alle trasmissioni televisive, spesso coacervo di malaffare, che si nutrono di droga, furti, spacconerie e tradimento. Come un virus che si spande fra i piani dei palazzi, contagiando tutti gli abitanti e risparmiandone pochi, la cultura della droga, dell’apparire, dell’avere sempre anche più di quanto si desideri imprime un marchio forte a questo romanzo. Paragonato a “Gomorra”, ma forse più narrativo e meno documentaristico – nonostante le storie e i personaggi appartengano alla realtà. Forse una realtà che crea meno clamore di quella di Scampia e Secondigliano, ma che ci porta dentro meccanismi malati che stanno trasformando non solo le borgate, ma tutti noi.
Per capire veramente di cosa si parla quando Siti fa riferimento al “contagio” dobbiamo aspettare (e l’attesa è premiata da un pezzo di letteratura lirico, magistrale, d’effetto) fino al lungo monologo di Mauro, che innamorato del rude ma gentile Marcello, tanto da rinunciare perfino a se stesso, ci lascia senza parole. Il suo discorso scorre dentro come un fiume in piena, che man mano calma la sua furia e inizia ad avanzare lento, portandosi dietro i ricordi di una vita sottoforma di detriti e di pietruzze colorate. Una vita a cui l’amore ha dato tanto, ma ha tolto altrettanto; forse la dignità, forse la volontà.
Mauro, nella lunga “confessione” su questo “viaggio” nella cultura di borgata che ci regala senza risparmiare nemmeno un briciolo del suo cuore e del suo struggimento, dice:
“Più che un inseguimento, è stato un contagio: sono tornato da una spedizione etnografica e i bacilli si sono incistati nel mio sangue. Ero predisposto, naturalmente, le mie difese immunitarie erano già bassissime, anzi forse è stato proprio per contagiarmi che sono partito; è ovvio che per me possedere Marcello aveva poco a che fare col dato biologico, concretamente fisico – era una rivelazione, un’apparizione di senso, che avevo bisogno di ripetere incessantemente perché quel senso mi consentiva di escludere l’intera piramide di significati che mi erano stati imposti da giovane. Ogni volta mi persuadevo che evadere fosse possibile, e ogni volta la prigione si richiudeva su di me. L’incontro con Marcello ha prodotto una lenta contrazione dei miei tentacoli culturali, che si atrofizzavano uno a uno per difetto di funzionalità: non volevo più conferenze, film, non studiavo più…” e l’unico desiderio, l’unica necessità, diventava possedere Marcello.
C’è molta amarezza fra le pagine di questo monologo, malinconia, rassegnazione. Gli stessi sentimenti che a volte si incontrano nelle donne, rassegnate a mariti che le sposano per convenzione e poi vanno a trans; le stesse suggestioni che vengono anche dalla metropoli, così piena, in continuo movimento, eppure immobile e arido “…il mondo a quell’ora è disordinato, intontito, e consente di fantasticare qualsiasi cosa – poi anche il mondo fa colazione, le sue spore si chiudono e la giornata torna a essere un deserto da attraversare”.
Nessuno si erga a giudice, tutti abbiamo i nostri piccoli o grandi virus contro cui forse abbiamo scelto di non combattere nemmeno più, come i personaggi di questo libro. In fondo, “Siamo tutti onesti a responsabilità limitata”.
Melania G. Mazzucco – Un giorno perfetto
Un giorno perfetto. Ventiquattro ore per ribaltare, rivedere, vivere fino allo stremo delle forze una vita che non appartiene, che si vorrebbe diversa, che sta appena per cominciare, o per finire.
Chissà che vita sogna Emma, giovane mamma squattrinata e svampita, per il piccolo Kevin, il suo secondogenito affetto da un problema a un occhio che lo fa andare in giro con una benda. Non la benda dei pirati, dei bambini sfrontati; la benda bianca che i bambini goffi e timidi portano con vergogna e che lo rende ancora più buffo e ridicolo agli occhi dei bambini “pariolini” della scuola costosa che frequenta suo malgrado.Papà Antonio non lo sa nemmeno che lui ha un problema all’occhio; non lo vede da tanto, da quando Emma, stanca dei soprusi psicologici che subisce e che fanno male più delle botte, è andata via e si è trasferita, a malincuore, da nonna Olimpia, donna ormai invecchiata e gretta che critica il suo lavoro troppo precario e le rende difficile perfino provare a rifarsi una vita.
Antonio è un ex poliziotto che vive di frustrazioni, proprie e altrui; lasciato dalla moglie e mai rassegnatosi a vedere i figli Kevin e Valentina in rare occasioni e sempre sotto controllo, è la scorta dell’onorevole Fioravanti, depresso e in declino, abbandonato dagli stessi uomini che gli hanno dato il potere proprio alla vigilia delle elezioni. È un declino il suo che va di pari passo con il cammino verso una vita più vera, meno patinata, della moglie Maja, che festeggia il settimo compleanno della sua Camilla in un palazzo sontuoso ai Parioli e sogna invece il Battello Ubriaco, posto totemico e fetido che Aris cerca di salvare dall’abbattimento. Aris, detto Zero, è il primo figlio scapestrato di Fioravanti, writer e idealista, giovane e ribelle in cui Maja si rispecchia, e rivede se stessa com’era e come vorrebbe essere.
Ai personaggi principali fanno da contorno uomini e donne con ruoli minori ma che hanno la funzione di completare il perfetto equilibrio che Melania Mazzucco crea nella definizione dei personaggi, uno dopo l’altro, presentandoli e lasciando che siamo noi a seguirli, dalla prima all’ultima ora, in apnea e mai desiderosi di ossigeno; piuttosto con la necessità di immergerci sempre di più in una storia intensa, acuta, appassionante.
Storia che culmina in un finale che mette i brividi addosso e fa entrare l’inverno romano, il gelo dell’anima e l’atrofia dei sentimenti nelle nostre case, fin sui divani dove magari stiamo leggendo, circondati dalla normalità di una famiglia in cui odio, rancore, follia non hanno mai fatto capolino.
Il mito di Medea, rovesciato e trasposto in un nuovo scioccante e fin troppo realistico significato in questa storia che ha meritato a pieni voti il premio Hemingway e il premio Roma. Un’emozione che difficilmente si dimentica e con cui con difficoltà a volte ci si misura.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Ferzan Ozpetek; difficile pensare come un libro fatto di sottintesi, sentimenti che arroventano i cuori e aggrovigliano le budella sia stato trasposto, senza toglierne il soffio dell’anima, in poco più di due ore di immagini e dialoghi.
Se la lettura ha i suoi luoghi ideali, fra questi c’è il terrazzo di una casa a Riposto (Giarre) sempre lambita e cullata dal mare.
Marco Lodoli – Isole
“Isole” di Marco Lodoli è, come da sottotitolo, una “guida vagabonda di Roma”.
Ti invita a vagabondare nella Capitale, lasciarti andare per vicoli, piazze e angoli della città senza seguire alcuna guida “ufficiale”, allontanandoti un po’ dalle vie dei monumenti presi d’assalto dai turisti.
Propedeutica, o complementare a una guida classica dove Colosseo, Pantheon, Fontana di Trevi e Piazza Navona sono tappe d’obbligo, invita a perdersi e a stupirsi delle tante piccole grandi cose che Roma conserva, custodisce e mostra a un occhio più attento e curioso. E forse più lirico, come quello di Lodoli, che in un susseguirsi di “poesie in prosa” (tanto sono delicate, brevi ed efficaci le immagini piene d’amore che ci offre, e che sono state pubblicate su Repubblica in un percorso periodico) invita a fermarsi davanti al sasso di Orlando in Piazza di Pietra, i piccoli ponti sull’Aniene, le Chiese fatte con le ossa dei defunti.
Lodoli immagina Roma come fatta da isole – non solo luoghi fisici, ma anche abitudini, aneddoti, persone – la cui isola per eccellenza, nel cui racconto si legge la chiave poetica di Lodoli, la sua intensità, è l’Isola Tiberina: “…in mezzo al Tevere, ancorata da millenni come un bastimento che aspetta di salpare e non si decide perché l’acqua del porto che la sostiene racconta ogni giorno qualcosa di nuovo”… “Ora l’acqua del fiume è scarsa e l’isola pare arenata in una malinconia. È un buon posto per sedersi e riflettere su tutto e su niente, lasciando che il vento ci mangi la sigaretta e ci scompigli i pensieri”.
Curiosità – sapete cosa rappresentano i numeri dell’Obelisco di luce alla stazione Termini?; punti di osservazione diversi su luoghi rappresentativi della città – il Verano, uno fra tutti; giochi letterari – Germano Quaranta che risponde idealmente e ironicamente a un Leopardi che lamenta l’eccessivo fervore dei napoletani, più che per la battaglia, per i maccheroni; viaggi gastronomici – nell’“antro” di Dolce Maniera, dove i romani vanno a rifocillarsi dopo le notti brave in giro per locali) o la difesa del bombolone ormai quasi scomparso. Tutto questo fa scoprire Roma in modo completamente diverso dal solito; viene voglia di prendere questa “guida vagabonda”, uscire, aprire una pagina a caso e andare a vedere con gli occhi di Lodoli posti che magari vediamo – ma non osserviamo – tutti i giorni.
Iniziato e finito a Lampedusa, durante una bella vacanza. Viene voglia di tornare a Roma (quasi!).
Francesco Piccolo – L’Italia spensierata e…
…Storie di primogeniti e figli unici
Feltrinelli *Universale Economica* (2007), 133 pagine, euro 6,50
Di solito non leggo mai due libri di uno stesso autore, anche se l’ho amato e non me ne vorrei separare, di seguito. E invece per Francesco Piccolo ho fatto uno strappo alla mia regola. Appena finito “L’Italia spensierata” sono passata da Pasquale e Mattia (in Feltrinelli) e ho preso “Storie di primogeniti e figli unici”; il primo recente, del 2007, il secondo pubblicato per la prima volta nel 1996.
Piccolo mi ricorda i libri di Peter Bichsel e di Philippe Delerm che leggevo anni fa; situazioni quotidiane, piccole, che diventavano abitudini e caratteristiche di un popolo, di un gruppo, da osservare e leggere con una chiave originale e molto personale.
Il “popolo” che Piccolo presenta non è la Francia con la baguette sotto al braccio o la Svizzera che aspetta il lattaio la mattina, ma è L’Italia spensierata, quella che va a Mirabilandia sulla giostra più pericolosa e muore di paura, ma si stampa in faccia un sorriso da joker; è l’Italia che sgomita per assistere a una trasmissione televisiva e poi viene accantonata e trattata male solo perché è reale e tangibile con la sua noia, con l’insofferenza di assistere alla farsa più farsa di tutte; è l’Italia che a Natale si rimbambisce di fronte a De Sica e Boldi, con quelle scatole cinesi di stupidi equivoci che Piccolo cerca ironicamente di sbrogliare e ci fa ridere molto più che se guardassimo il film. Il libro si chiude con la Notte Bianca di Roma, a cui tutta quell’Italia spensierata sembra quasi che partecipi ogni anno, andando in cerca di qualcosa che pensa di non poter trovare in tutte le altre notti, in tutti gli altri giorni.
Domenico Starnone ha scritto: “Francesco Piccolo è uno che, per vedere ben oltre il proprio naso, il naso se lo guarda e se lo tasta con comica volontà esplorativa… Il metodo di questo giovane cantastorie, insomma, è di partire dal naso per imparare a vedere il più lontano possibile”.
“Storie di primogeniti e figli unici” mette in primo piano il Piccolo-cantastorie che narra storie di adolescenti, che ti trascinano in piccole grandi realtà quotidiane e ti fanno abbassare all’altezza dei bambini, vedere il mondo con i loro occhi, porsi le loro domande con candore e innocenza. Sarà capitato a tutti i figli maggiori di sentirsi dire: “mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c’è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili” per proteggere il fratello minore. Chissà perché mamma dice sempre questa cosa, preferisce che muoia io? è quello che si chiede il primo “primogenito” della raccolta e tutti i primogeniti a cui sarà capitato.
Problema grande quanto quello di Santino, mandato dalla mamma ogni notte al bar per prendere e portare a casa il papà che si trattiene fin troppo a giocare a carte con gli amici.
Ritroviamo un piccolo pezzo di noi adolescenti nei racconti, di quando andavamo al mare e avevamo l’amico del cuore da cui non ci separavamo mai e che col tempo rimane un bel ricordo che si sbiadisce sempre di più e diventa quasi un volto nuovo nella nostra esistenza.
La sensazione che rimane è di aver ascoltato tante favole quotidiane, narrate con la delicatezza con cui una mamma legge le favole della buonanotte a un figlio irrequieto e con la maestria e la cercata ingenuità di uno scrittore talmente forte da poter iniziare un racconto con “E poi…” e acchiappare il lettore da subito, e tenerlo stretto, fermo sulle pagine fino all’ultima parola.
Anche l’amarezza, la tristezza, stemperata da uno stile dolce e delicato, si trasforma in un sentimento di profonda malinconia.
Ho incrociato Francesco Piccolo tante volte, a reading, quando cercavo – invano – “Scrivere è un tic”, ristampato solo di recente; ho avuto la fortuna di scambiarci poche parole poco tempo fa, con grande emozione.
Alice Munro – Nettles, Ortiche
Ottima operazione di La Repubblica e L’Espresso; allegare alla rivista un piccolo libro con una short story di un autore contemporaneo. La particolarità è che le storie si presentano con “testo a fronte”, italiano e inglese.
Una delle prime uscite è stata Nettles (Ortiche) di Alice Munro.
Ortiche è uno di quei racconti che ti sorprende per la schiettezza e la durezza degli argomenti che prendono il sopravvento in un’atmosfera all’apparenza serena.
È una storia di adolescenza, di due ragazzini – lei e Mike – che si sono conosciuti da piccoli, si sono legati di quell’amore che lega due adolescenti e si sono persi di vista. Fin qui, tutto abbastanza “regolare”.
Anche quando Alice e Mike si incontrano, ormai da adulti, lei con un divorzio alle spalle, e trovano insieme un’alchimia particolare che fa battere di nuovo il cuore di lei, inaridito da una vicenda matrimoniale finita male, potrebbe non rappresentare nulla di particolarmente originale.
Finché la spensieratezza dell’adolescenza, di quel legame senza pensieri che sembra ricrearsi proprio in un campo di ortiche, svanisce sotto il colpo di una confessione, di un dolore talmente forte da lasciare un grande senso di vuoto.
Lo stile della Munro, anche quando il tema cresce in intensità e drammaticità, è leggero e fluente, senza eccessivi melodrammi; asciuga in poche parole i sentimenti più sfaccettati, lasciando al lettore la pura e vera sensazione.