frailibri

Brendan O’Carroll – Agnes Browne mamma

Pubblicato da: francesca giannetto su: 28 Luglio 2009

Neri Pozza *I narratori delle tavole* (2008), 176 pagine, euro 14,50

AgnesBrownMammaAgnes Browne mamma. Mamma, vedova, amica, lavoratrice.
Mamma di 7 “marmocchi” (che hanno dato il titolo al secondo libro della saga). Vedova di Rosso, che se ne va lasciandola nei guai. Amica inseparabile di Marion, con cui trascorre le sue lunghe giornate che iniziano alle 5 del mattino che iniziano con un grido lanciato a Dio dalla porta di una Chiesa. Lavoratrice, in un banco di frutta in un mercato della periferia di Dublino.
Agnes non è la mamma come si immagina una “mamma”, ma è la mamma che molti ragazzi e ragazze sognerebbero di aver avuto. Simpatica, sfacciata, corpulenta, a cui capita di ubriacarsi di birra nei pub e vomitare per strada nei momenti meno consoni.
Orgogliosa del figlio maggiore, in realtà troppo piccolo per lavorare, ma che alla morte del padre si rimbocca le maniche per dare una mano alla famiglia. Non ha paura davanti alla fatica, alla sofferenza, a cui cerca di reagire sempre con un sorriso e una buona dose di ironia.

Tutto il romanzo, nonostante i temi trattati a volte facciano sparire il sorriso dalle labbra di chi legge, è giocato sulla linea della leggerezza, dell’ironia, della simpatia; capita tutt’al più di scorgere una vena malinconica che accompagna Agnes nella perdita, nella scoperta, nella sua nuova vita da giovane vedova con 7 figli da tirare su, sani e allegri come lei.

Tutta la saga di Agnes Browne: Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes, Agnes Browne nonna e il “prequel” Agnes Browne ragazza.

Libreria Minimum Fax, Roma

Pubblicato da: francesca giannetto su: 6 Luglio 2009

Roma, Trastevere, Via della Lungaretta 90/e

libreria_minimumLa libreria minimum fax odora di carta. Come quando apri un libro e infili il naso fra le pagine. Si sente l’odore della carta patinata dei fumetti e dei libri di foto sistemati nello scaffale all’ingresso, vicino alle borsette di una Mafalda “esaurita”, “stanca”, con un diavolo per capello.
Si percepisce il gusto di chi con amore cura la libreria fin dal primo giorno, alla fine del 2005.
Non ci sono colonne di libri con facce da televisione sopra, non ti sbattono in faccia il best seller che se non lo leggi sei out. E ti propongono i libri che amano, lì, in prima fila, davanti alla cassa.

C’è spazio per le piccole e medie case editrici; alcune settimane fa un tavolo all’ingresso era vestito del bianco e rosso di ISBN, quella diretta da Massimo Coppola, che ha lanciato Michela Murgia e “adottato” Richard Brautigan.
Ci sono tutti i libri di minimum fax in evidenza, ma non “in invadenza”. E ci sono i libri “gemellati”, relazioni stabilite – mi piace pensare, conoscendo un pochino la casa editrice – non in nome del commercio, ma di un percorso comune; Marcos y Marcos per esempio, i cui libri sono stati per un periodo sugli scaffali con lo sconto del 15%.

Tappa fissa nello struscio trasteverino, la libreria minimum fax è un’isola per chi ancora dedica tempo alla scelta del libro, lo sfoglia con calma, lo annusa, chiede consiglio al libraio che sa sempre cosa dire, aiuta nella scelta.
Meta “casuale” delle passeggiate o tappa cercata, la libreria propone appuntamenti periodici con gli scrittori. In un momento spariscono i tavoli colmi di libri e le piccole scaffalature mobili e si apre un salotto intimo e confortevole dove il perfetto anfitrione è il libraio che presenta ai suoi ospiti i suoi amici speciali.

Shalom Auslander – Il lamento del prepuzio

Pubblicato da: francesca giannetto su: 2 Giugno 2009

Guanda *Narratori della Fenice” (2009), 267 pagine, euro 15,50 

auslander_lamento“Shalom” in lingua ebraica significa “pace” ed è il marchio che i genitori di Auslander hanno attaccato addosso al loro bambino, 8 giorni prima di fargli recidere il prepuzio, in modo che fosse chiara, quasi più che i segni della circoncisione, la sua appartenenza religiosa e culturale.
Ebrei ferventi e osservanti, ligi a ogni regola, precetto, tradizione, rituale che in questo romanzo vengono citati, descritti, spiegati fin nei dettagli, valutano abitudini e potenzialità del figlio in modo direttamente proporzionale alla sua devozione al Dio Supremo.
Dio che da “lassù … si sporge oltre l’orlo della sedia per guardare giù, gomiti sulle ginocchia, telecomando in mano, il pollice appoggiato leggermente su UCCIDERE” se durante lo Shabbat accendi la luce, se mangi un panino non kosher, se cedi ai tuoi istinti.

Il senso di colpa insito nella pratica di quasi tutte le religioni e per antonomasia nella religione ebraica è palpabile e leggibile. Shalom, fin da piccolo teme che Dio possa “rendergli pan per focaccia” per le marachelle che combina, crede di poter indirizzarne la sete di vendetta verso un padre forse troppo rigido; e adesso che è adulto e sta scrivendo un libro su di Lui e la moglie Orli aspetta un bambino, ha paura che a ogni parola sbagliata nei confronti dell’Altissimo il bambino possa subire atroci punizioni, addirittura morire.

L’ansia della morte improvvisa delle persone care, in situazioni tragiche lo ossessiona da sempre; come lo ossessiona il doversi controllare sempre, perennemente; lo ossessiona la famiglia che gli impone regole e proibizioni. E che gli ha fatto tagliare il prepuzio a soli otto giorni di vita. Prepuzio che paradossalmente in età adulta diventa simbolo stesso del suo essere ebreo, pur non riconoscendosi completamente nella religione ebraica: “Cominciavo a sentirmi anch’io un po’ come un prepuzio… Proprio come un prepuzio. Reciso dal mio passato, incerto sul mio futuro, insanguinato, pestato, buttato via. Mi chiesi se esistesse un posto dove i prepuzi possono andare, un posto in cui possono vivere insieme in pace, amati, voluti, una nazione di prepuzi, fatta dai prepuzi, per i prepuzi”.

Straniero fra la sua stessa gente, sfrutta questo contrasto per sviluppare il suo romanzo in una narrazione che oscilla tra il passato (il bambino desideroso di trasgressione), il presente (lo scrittore sposato, in attesa di un bambino), il futuro (il tramandare le tradizioni al figlio in maniera meno restrittiva di quanto abbiano fatto con lui).
Certo, se Shalom Auslander non fosse vissuto all’ombra di questo Dio che aspetta al varco un suo errore per riderne e punirlo, forse noi non avremmo avuto l’occasione di leggere un romanzo piacevole, divertente e mette in luce le tradizioni della religione ebraica in modo tutt’altro che manualistico, per quanto preciso.

C’è un po’ del sarcasmo e della dissacrante ironia di Woody Allen in Auslander; non puoi non trovarlo simpatico; e non puoi fare a meno di parlarne agli amici come se lo conoscessi, come se non vedessi l’ora di presentarlo.

Michael Zadoorian – Second Hand

Pubblicato da: francesca giannetto su: 20 Maggio 2009

Marcos y Marcos *Gli Alianti” (2000), 288 pagine, 15 euro

zadoorian_secondhandQui non si butta via niente. Almeno finché Richard è nei paraggi.
Richard è un junker per passione e per professione. Romantico robivecchi che di mattina se ne va alle svendite di garage (in America sono frequentissime, quasi una ogni trasloco o ogni morte di proprietari di casa) a raccattare cianfrusaglie e roba usata che il pomeriggio espone e vende al Satori Junk, il suo negozio.

Affascinato dalle cose acquistate, usate, amate e poi dimesse, ma ancor di più dalle storie che ogni vaso art déco, ogni soprammobile kitsch, ogni poltrona con i braccioli rovinati potrebbero raccontare, dedica le sue giornate a mettersi in ascolto degli oggetti, collezionarli, venderli, scambiarli.
E in mano sua, nel suo negozio, ogni cosa continua a vivere, si carica di un nuovo significato, diventa protagonista di una storia completamente nuova.
Storia che a volte lo coinvolge – e stravolge – direttamente.
Ed è così che due vecchie sedie smettono di impolverarsi in un garage e iniziano ad essere simbolo della sua storia complicata con Theresa, una donna che per lavoro sopprime gli animali che nessuno vuole più e a cui lui starà accanto nel bene e nel male; storia che costituisce la spina dorsale di questo romanzo, come lo stesso sottotitolo (“una storia d’amore”) lascia intendere fin dall’esordio.

E, come un paradosso, i genitori di Richard muoiono, lasciando un’intera casa piena di oggetti fra cui spulciare, da smistare, di cui appropriarsi, che iniziano a raccontare a storie che Richard avrebbe preferito non sentire. Una normale attività per lui, scavare fra le cianfrusaglie, diventa quindi un cammino dentro la vita, i segreti, l’altro volto delle due persone che lo hanno messo al mondo e che lui ha sempre visto come mamma e papà e che adesso è costretto a vedere come un uomo e una donna, con vizi e virtù.

“Ci sono tante emozioni e sensazioni che non ho nemmeno finito di provarle tutte”; riassunta in una frase, la poetica di un romanzo fatto di storie e di emozioni, di curiosità che accompagnano nel cammino fatto pagina dopo pagina accanto a Richard, che non risparmia ai lettori la sua timidezza, la tenerezza, la sofferenza. Richard è un’anima pulita, altruista, mosso da passioni. Una persona che fa dell’accumulo di beni l’accumulo di emozioni.

Finale ideale del libro (che può essere quindi svelato) si trova oltre l’ultima pagina, nell’aletta che chiude il volume:
“Non è difficile immaginarsi Michael Zadoorian che passeggia con la fidanzata Rita per Detroit – dove è nato una quarantina di anni fa – con in mano un vaso art déco, otto portatovaglioli in bachelite, un sacchetto pieno di smalti & cornici da sistemare”.

Aspettiamo con ansia “The Leisure Seeker”, che ancora Marcos y Marcos sta per pubblicare.

David Sedaris – Mi raccomando: tutti vestiti bene

Pubblicato da: francesca giannetto su: 18 Aprile 2009

 Mondadori *Piccola Biblioteca Oscar* (2007), 236 pagine, 9 euro

sedaris_miraccomandoImmaginate una bella foto di famiglia, con gli uomini di casa in cravatta e camicia inamidata, la mamma con il vestito della domenica, la figlia che si sforza di stare composta. Tutti vestiti bene, come recita il titolo, tutti perfetti e smaglianti.
E David (Sedaris) che disegna i baffi sulle foto, scompone la camicetta alla sorella, stropiccia la gonna alla mamma.
Mette a nudo difetti, tic e assurdità della sua normalissima famiglia di città, dei suoi vicini di casa, dei suoi conoscenti.

È divertente vederlo dibattersi fra il ruolo di figlio, fratello, vicino di casa e il ruolo di “reporter”. Guardato come un intruso – perché gay e artista e quindi “strano” per la sua famiglia piccolo borghese – viene compatito, incompreso; ma soprattutto è guardato con sospetto da una famiglia consapevole di essere il soggetto delle sue storie esilaranti, che a volte gli chiede esplicitamente di tralasciare questo o quell’episodio nel momento stesso in cui viene condiviso. È proprio da queste dinamiche che nascono i pezzi più dissacranti e divertenti.

Un pregio dello stile di Sedaris è la freschezza, la semplicità della narrazione; lo scrittore racconta i tic, le stranezze della sua famiglia e del mondo che lo circonda con sarcasmo pulito, che intrattiene e diverte; non certamente con l’intento di mettere alla gogna, puntare il dito contro, né tantomeno di compiere un’indagine sociologica.

Grazie alla mia amica Michela che mi ha regalato 236 pagine di risate.

Cinque serate frailibri

Pubblicato da: francesca giannetto su: 22 Marzo 2009

Dove: Roma, caffè Fandango. Quando: da martedì 21 aprile

8Oblique Studio e Fandango propongono – finalmente – un concorso senza altisonanti pretese e con invitanti premesse, sia per quelli che si divertono a scrivere, che per quelli che si divertono a leggere.
Concorso letterario 8×8 si presenta nuovo e originale dal prologo all’epilogo, dalla denominazione al premio, che non è un’alta onorificenza con il nome di un liquore, non è un assegno, non è una pubblicazione per una casa editrice (che spesso è proprio quella che indice il concorso). Il premio finale è rappresentato da una selezione di libri (scelti dal catalogo Fandango), oggetti di culto per chi legge e per chi scrive. C’è poi un altro premio, che viene assegnato a tutti i partecipanti: l’occasione e la possibilità di essere letti e ascoltati dagli addetti ai lavori e da un pubblico di lettori.

Perché “8×8”? Perché in ognuna delle 5 serate in cui si sviluppa il concorso, al caffè Fandango in Piazza di Pietra 32 (a Roma) a partire dalle 21.00 si sfideranno 8 scrittori (non solo esordienti) con racconti della durata esatta di 8 minuti.
I racconti saranno ascoltati, valutati e giudicati dalla ormai classica coppia di giurie: la giuria popolare (costituita dal pubblico in sala) e la giuria di qualità (rappresentata da editori, editor, redattori e altre figure professionali provenienti dal mondo dell’editoria).

Come in tutti i concorsi, ogni serata avrà una madrina, una casa editrice di Roma.

Questo il calendario:
martedì 21 aprile (minimum fax);
martedì 5 maggio (Playground);
martedì 25 maggio (Fanucci);
martedì 9 giugno (Nutrimenti);
martedì 16 giugno (Fandango).

Per partecipare dovrete inviare un racconto inedito in lingua italiana a tema libero che possa essere letto in 8 minuti (comunque non superiore a 8000 battute) e i vostri dati essenziali (nome, domicilio, telefono, email) a:
Oblique Studio
Concorso 8×8
via Arezzo, 18
00161 Roma

oppure inviare una mail a 8×8@oblique.it

Il comitato di lettura formato dalla redazione di Oblique e Fandango selezionerà gli autori; se siete fra i prescelti, sarete avvisati una decina di giorni prima di ogni serata.
Potete inviare i vostri racconti fino al 25 maggio, ma se avete già pronta la vostra opera affrettatevi e avrete più occasioni di essere letti e selezionati.

Tutti quelli che verranno selezionati per partecipare alle serate saranno pubblicati sul web.

David Leavitt – La lingua perduta delle gru

Pubblicato da: francesca giannetto su: 10 Marzo 2009

Mondadori – *Oscar Scrittori del Novecento* (1998), 344 pagine, 8,40 euro

leavitt_gruLa lingua perduta delle gru è una sindrome che porta chi ne è affetto a identificarsi, ad assomigliare all’oggetto del suo desiderio, alla cosa che più ama. Questa definizione nasce da un caso, raccontato da David Leavitt in un piccolo capitolo centrale del romanzo, di un bambino molto piccolo che rimaneva spesso solo a casa in un appartamento dei sobborghi di New York. Di fronte alla sua finestra, le gru lavorano alla costruzione di un palazzo. Lui le osservava tutto il giorno, trasportato da una passione e da un amore così profondi da fargli dimenticare di essere un bambino e trasformarlo, nei gesti e nei suoni che emette, in una di quelle gru.

Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo”.

 

Come in un gioco di specchi, i personaggi principali di questo romanzo si relazionano tra di loro e come in uno specchio si riflettono le loro storie personali. Amano ciò che è simile a loro, hanno storie a volte parallele, che si incrociano e a volte differenti e contrapposte.

 

Philip è omosessuale, vive le sue storie d’amore con intensità e passione e vuole confidarlo ai genitori; Owen, padre di Philip e sposato con Rose, è, in una sorta di vita parallela, vissuta prevalentemente nel buio dei cinema a luci rosse, omosessuale, e vive questa sua condizione come una crocifissione per sé e per la sua famiglia.

Accanto a loro, Eliot, amico di Philip, cresciuto da due intellettuali gay, è sereno con la sua omosessualità, che ha da sempre fatto parte del suo quotidiano e Jerene, lesbica, rifiutata dai genitori appena appresa la notizia.

 

Se si dimentica per un attimo che “La lingua perduta delle gru”, pubblicato nel 1986, assurge a romanzo simbolo della cultura gay, si rimane avvolti dalle storie personali dei personaggi che prescindono la loro condizione di omosessuali. Philip è un ragazzo innamorato, che soffre e si strugge per un uomo che pian piano lo allontana da sé; Owen rischia insieme a Rose di perdere la casa in cui ha vissuto per 25 anni e si stringe a lei per cercare di superare l’ostacolo; Eliot sta vicino a Philip e cerca di introdurlo nel suo ambiente “illuminato”.

 

Fin dalla prima pagina David Leavitt si dimostra un ottimo narratore, capace di portare il lettore per mano dentro le sue storie; come in una sequenza cinematografica lenta, nella prima pagina siamo sulla Terza Avenue, trafficata e vitale; ci spostiamo lungo gli isolati fino ad arrivare dentro un appartamento, attraverso la finestra, in cui una donna – Rose – sta diligentemente svolgendo il suo lavoro di redattrice sussurrando le parole che legge su un libro senza emettere suoni. Rose incontrerà, qualche pagina dopo, Owen – il marito – durante una passeggiata (loro trascorrono la domenica separati) e quell’incontro li turberà entrambi profondamente. E innescherà nel lettore la curiosità di addentrarsi in quel rapporto fatto di rispetto, dedizione e condivisione, che in qualche angolo però scricchiola.

 

Momenti memorabili come l’istante dell’incontro sono sparsi fra le pagine del libro; intensi e profondamente “vissuti”, sorprendono quando meno ci si aspetta di leggerli, rimangono scolpiti come i macigni che ognuno dei personaggi, a modo suo, porta nel cuore.

Agota Kristof – Trilogia della città di K.

Pubblicato da: francesca giannetto su: 1 Febbraio 2009

Einaudi *Super ET* (2005), 384 pagine, euro 10,50

kristof_trilogia3Se si dovesse provare a definire questo poderoso romanzo della scrittrice ungherese, non si troverebbe concetto migliore di quello già espresso da critici e lettori: “favola nera”.
Il primo capitolo potrebbe iniziare con il classico “C’era una volta” e continuare con una favola che ha l’atmosfera dei momenti più neri delle fiabe e delle favole (Cappuccetto Rosso mangiata dal lupo, Biancaneve sola nel bosco, Hansel e Gretel nella gabbia alla mercè della nonna).

È tempo di guerra in Ungheria e la città di K. – città immaginaria che si prova ad associare con le città dell’Europa dell’Est – è martoriata dalle vicissitudini che non vengono esplicitamente descritte ma di cui se ne percepisce la gravità, l’odore di morte e di distruzione.
Due gemelli, Lucas e Claus, vengono portati fuori città, e vanno ad abitare con la nonna; donna anziana, cinica, priva di sentimenti, somigliante alla classica strega delle fiabe. I bambini si aiutano l’un l’altro a sopportare le difficoltà, la fame, il freddo e vanno avanti di espedienti, piccole furbate, amicizie particolari.
Si sottopongono a “giochi masochisti”, si impongono di non mangiare, di stare all’aperto nudi, tutto per istruire il corpo alla sopportazione fisica e psicologica delle avversità.

Sul loro cammino si succedono eventi, incontri importanti con personaggi estremi, da piccole mendicanti a importanti generali e tutto viene pedissequamente annotato su una serie di quaderni che costituiranno le memorie dei ragazzi e il fulcro dei primi due capitoli della trilogia.

Il secondo capitolo rappresenta un punto di passaggio fra la “favola” del primo capitolo e la “concretezza” del terzo capitolo. I ragazzi si misurano con il loro stesso essere di fronte alle persone che incontrano e si ritrovano capaci di grande generosità come di un assoluto cinismo.

Il terzo capitolo non può essere raccontato, non si immagina se non si legge. Aperto da sempre a interpretazioni di ogni sorta, è forse la parte meno “nera” ma più oscura di tutto il romanzo; parte in cui la realtà si mescola e si trasfigura con il ricordo, in cui i bambini sono ormai adulti, in cui il lettore scava insieme ai protagonisti alla ricerca di un senso.

I tre capitoli sono molto diversi come stile, come atmosfera delle storie: dalla favola asciutta e veloce del primo capitolo, a una prosa fluida e ampia che segna il passaggio dalle fantasie dei bambini alla realtà di adulti che si confrontano con il passato, i ricordi e un presente ostico e difficile con cui si chiude la storia.
Tre parti distinte, che nascono separate in tre libri, scritti da Agota Kristof in tre momenti diversi nella sua seconda lingua, il francese, più “letteraria” e diffusa dell’ungherese, che Agota impara in Svizzera, dove si trasferisce con marito e figlia nel 1956 in seguito all’intervento dell’Armata Rossa per sedare la rivolta antisovietica.

Dell’Ungheria che lei lascia a malincuore rimane un segno tangibilissimo nella prima parte della Trilogia, quella che in origine era “Le grand cahier” (Il grande quaderno). Agota lavorava in fabbrica e teneva accanto a sé un foglio su cui scriveva i suoi versi, i suoi appunti, cullata e concentrata dal ritmo incalzante delle macchine, che ritroviamo nella prima parte del romanzo.
In questo “quaderno” c’è anche la trasposizione, in Claus e Lucas, di lei e del fratello, legatissimi e complici come i due gemelli del romanzo, che cresceranno, diventeranno adulti e si separeranno per poi provare a ritrovarsi (nella realtà? nel ricordo? nella fantasia?) nelle altre due parti, “La preuve” (La prova) e “Le troisième mensogne” (La terza menzogna), che con “il quaderno” confluiscono nella “Trilogia della città di K.”

Letto a Tulum, in ottobre, mentre pioggia incessante e vento forte battevano sui vetri della nostra “capanna”.

Don Winslow – L’inverno di Frankie Machine

Pubblicato da: francesca giannetto su: 27 Gennaio 2009

Einaudi *Stile libero big* (2008), 320 pagine, 16 euro

winslow_frankiemachine1Frank Machianno ha sessant’anni e vive a San Diego. Lo si può incontrare nel suo negozio di esche, da dove gestisce anche la fornitura di tessili per alberghi.
Oppure vederlo mentre cavalca le onde sulla sua tavola da surf a quell’ora in cui i surfisti più scalmanati sono lontani dalle spiagge e i “Gentiluomini” possono godersi in pace il loro mondo fatto d’acqua.

Frank ha una ex moglie, una figlia e una nuova compagna che ama di un amore passionale e totalizzante, che lo fa sentire vivo e giovane.

Una vita apparentemente tranquilla e comune, con il problema di mantenere buoni rapporti con la ex moglie e poter mandare la figlia all’università; il lavoro, il surf, i pochi ma buoni amici. La caratteristica più fuori dall’ordinario di Frank, iniziando a leggere il romanzo, è senza dubbio che lui sia un “attempato” e affascinante surfista di San Diego.

Finché Mouse Junior lo cerca per chiedergli un favore molto particolare. Una richiesta che lo porta improvvisamente indietro di più di vent’anni, a una vita che aveva abbandonato e che gli si ripresenta davanti per chiedergli il conto. Fino all’ultimo centesimo.
Una vita in cui lui non era il mite Frank Machianno, ma Frankie Machine, “la macchina”; una macchina da guerra, sicario spietato, invincibile, quasi immortale, capace di far fuori 4 persone nel giro di 10 minuti senza riportare nemmeno una ferita.
Adesso si trova a fare i conti con un passato di omicidi e faide fra gruppi organizzati che lo usano come macchina da guerra; un passato di complotti, tradimenti, interessi in cui non aveva nulla da perdere e che invece adesso mette in gioco il frutto più grande della sua stessa vita.

Paradossalmente – perché nella vita fuori dai libri ciò non succederebbe mai – Frankie affascina chi ne segue passo passo le corse in auto, l’approvvigionamento di armi, le incursioni nei club dove al suo arrivo non può che scoppiare una carneficina.
Deciso, spietato, forte e cinico, non ha paura di fronte alla morte; è sicuro di sé, sa che dove c’è lui la possibilità per i rivali di spuntarla è pressoché nulla.

Frankie è un personaggio “grandissimo” in un romanzo che si regge sulla sua fortissima personalità e che si fa seguire per lo stile accattivante e il ritmo incalzante, che solo in alcuni punti diventa troppo diretto e didascalico, “tagliando” la suspence con soluzioni servite e non raccontate.

Aspettiamo il Robert De Niro-Frankie Machine di Michael Mann.

Walter Siti – Il contagio

Pubblicato da: francesca giannetto su: 21 Ottobre 2008

Mondadori *Scrittori italiani e stranieri* (2008), 339 pagine, 18 euro

Uno di quei libri di cui senti parlare varie volte, vedi la foto dell’autore che ammicca dalle pagine di un giornale, ma che alla fine Daria Bignardi, dalle pagine di Vanity Fair, ti convince a comprare.
“Il contagio” di Walter Siti è un libro d’amore; amore verso la sua città, Roma, soprattutto nelle periferie che piano piano cambiano faccia e personaggi; e amore puro, quello fisico, carnale, che scorre come veleno nelle vite dei protagonisti.Libro corale, dove i personaggi si muovono tutti nelle borgate in palazzine fatiscenti, fra l’odore dei soldi, la puzza di spazzatura e il bagliore accecante della cocaina, presenta una realtà che ha cambiato la periferia romana. Una realtà fatta dai “borgatari” ormai arricchiti, che partecipano alle trasmissioni televisive, spesso coacervo di malaffare, che si nutrono di droga, furti, spacconerie e tradimento. Come un virus che si spande fra i piani dei palazzi, contagiando tutti gli abitanti e risparmiandone pochi, la cultura della droga, dell’apparire, dell’avere sempre anche più di quanto si desideri imprime un marchio forte a questo romanzo. Paragonato a “Gomorra”, ma forse più narrativo e meno documentaristico – nonostante le storie e i personaggi appartengano alla realtà. Forse una realtà che crea meno clamore di quella di Scampia e Secondigliano, ma che ci porta dentro meccanismi malati che stanno trasformando non solo le borgate, ma tutti noi.

Per capire veramente di cosa si parla quando Siti fa riferimento al “contagio” dobbiamo aspettare (e l’attesa è premiata da un pezzo di letteratura lirico, magistrale, d’effetto) fino al lungo monologo di Mauro, che innamorato del rude ma gentile Marcello, tanto da rinunciare perfino a se stesso, ci lascia senza parole. Il suo discorso scorre dentro come un fiume in piena, che man mano calma la sua furia e inizia ad avanzare lento, portandosi dietro i ricordi di una vita sottoforma di detriti e di pietruzze colorate. Una vita a cui l’amore ha dato tanto, ma ha tolto altrettanto; forse la dignità, forse la volontà.

Mauro, nella lunga “confessione” su questo “viaggio” nella cultura di borgata che ci regala senza risparmiare nemmeno un briciolo del suo cuore e del suo struggimento, dice:
Più che un inseguimento, è stato un contagio: sono tornato da una spedizione etnografica e i bacilli si sono incistati nel mio sangue. Ero predisposto, naturalmente, le mie difese immunitarie erano già bassissime, anzi forse è stato proprio per contagiarmi che sono partito; è ovvio che per me possedere Marcello aveva poco a che fare col dato biologico, concretamente fisico – era una rivelazione, un’apparizione di senso, che avevo bisogno di ripetere incessantemente perché quel senso mi consentiva di escludere l’intera piramide di significati che mi erano stati imposti da giovane. Ogni volta mi persuadevo che evadere fosse possibile, e ogni volta la prigione si richiudeva su di me. L’incontro con Marcello ha prodotto una lenta contrazione dei miei tentacoli culturali, che si atrofizzavano uno a uno per difetto di funzionalità: non volevo più conferenze, film, non studiavo più…” e l’unico desiderio, l’unica necessità, diventava possedere Marcello.

C’è molta amarezza fra le pagine di questo monologo, malinconia, rassegnazione. Gli stessi sentimenti che a volte si incontrano nelle donne, rassegnate a mariti che le sposano per convenzione e poi vanno a trans; le stesse suggestioni che vengono anche dalla metropoli, così piena, in continuo movimento, eppure immobile e arido “…il mondo a quell’ora è disordinato, intontito, e consente di fantasticare qualsiasi cosa – poi anche il mondo fa colazione, le sue spore si chiudono e la giornata torna a essere un deserto da attraversare”.

Nessuno si erga a giudice, tutti abbiamo i nostri piccoli o grandi virus contro cui forse abbiamo scelto di non combattere nemmeno più, come i personaggi di questo libro. In fondo, “Siamo tutti onesti a responsabilità limitata”.