Archivio delle categorie
Quella seguente è una lista di tutte le voci dal libri categoria.
Giancarlo De Cataldo – Il padre e lo straniero
In una Roma multietnica, con il mercato di Piazza Vittorio, il bagno turco di Mustafa e il night club di Michael a fare da set a scene molto ben costruite, si muovono Diego e Walid.
In breve, nasce un’amicizia senza connotati – Diego non conosce il lavoro, lo status sociale, il passato di Walid e viceversa. L’unica cosa certa è che i loro figli – Giacomino e Yousuf – sono il trait d’union principale fra i due e il motore di tutta la storia. È in un istituto per bambini affetti da gravi handicap, infatti, che i due si incontrano, una volta a settimana, e iniziano un cammino insieme che parte dalla condivisione di un dolore e si punteggia in momenti di un’amicizia profonda, in cui si è disposti anche a rischiare la vita; una fratellanza, di dolori, di intenti, che accompagna e protegge.
La storia è piuttosto classica: un uomo comune si trova coinvolto, per un incontro fortuito, in un giallo al di fuori della sua stessa comprensione. Circondato da personaggi che rivelano il loro vero volto solo in un secondo momento, si trova da solo ad affrontare un mondo che non conosce e non gli appartiene – per lui semplice impiegato al Ministero di Grazia e Giustizia con una famiglia e una vita “normale”- una Roma “sotterranea”, fatta di ambiguità e malaffare.
Se la storia non sorprende, non rappresenta una novità nel suo genere, il modo di affrontarla e tutto ciò che rimane sullo sfondo è un elemento notevole da cui partire per scoprire un altro aspetto del giallo.
“Il padre e lo straniero” è un romanzo sensibile, una dichiarazione di amicizia contro ogni pregiudizio e giudizio, una presa di coscienza e la consapevolezza di un padre, insieme alla sua lacerazione interiore, costretto ad affrontare un handicap grave nella creatura che ama di più. Ed è nel momento in cui Diego trova se stesso e suo figlio Giacomino come riflessi in uno specchio in Walid e Yousuf che la ferita inizia a guarire, a rimarginarsi nella ricerca di un rapporto nuovo e diverso che accetta e va avanti, impara e costruisce.
Dolcissime immagini rimangono impresse: i padri che soffiano sul viso dei loro bambini all’uscita dall’istituto per capire da un cenno la risposta alla domanda di rito “Com’è andata?”, come il “Che hai fatto a scuola oggi?” di tante quotidianità; il dialogo cercato in piccolissimi segnali; la rabbia che assale in un impeto, così reale e così lontano da ipocrisie perbeniste.
Ecco quindi che mentre si legge si abbandona spesso il tracciato che porta alla soluzione dell’enigma e ci si perde fra i sentieri di una storia che coinvolge per l’onestà e l’apertura di cuore e di mente con cui è raccontata e condivisa.
Mi capita di vedere spesso Giancarlo De Cataldo; è una persona gentile. E un romanzo come questo non poteva essere scritto che da una persona gentile.
Yari Selvetella – Uccidere ancora
Gianni Guido è libero, per il giudice ha finito di scontare la sua pena. Pena per aver massacrato, insieme con altri due mostri, ragazzini spocchiosi e cinici della Roma “bene” degli anni Settanta, massacrato a morte una ragazza e ridotto in fin di vita un’altra.Sono loro – Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira – i protagonisti di uno dei fatti di cronaca più tristi della storia, il massacro del Circeo del 1975.
Guido, Izzo e Ghira sono anche gli antagonisti, uniti idealmente in un unico personaggio che racchiude la storia e le caratteristiche di tutti e tre, di Antonio Coletti, giovane cronista in cerca di scoop, protagonista del nuovo romanzo di Yari Selvetella.
Selvetella ci aveva abituato a un modo di trattare i fatti di cronaca avvolgente e interessante. Soprattutto in “Roma criminale”, scritto con Cristiano Armati e in “Banditi, criminali e fuorilegge di Roma” partiva dai fatti di cronaca nera (dai duelli di strada agli omicidi) per descrivere angoli bui della capitale e della società dell’ultimo secolo. La narrazione precisa, quasi giornalistica, frutto di studio e ricerca di documenti, veniva stemperata da una capacità descrittiva di luoghi, ambienti, persone che affascinano e rimangono impressi nella memoria.
In “Uccidere ancora” la cronaca è un fondale teatrale davanti a cui Selvetella fa muovere i suoi personaggi e ne governa le storie. Antonio cerca lo scoop che darà una svolta alla sua carriera; gli viene offerta un’opportunità rischiosa che non può rifiutare: infiltrarsi in una comunità e scovare il pericoloso latitante che forse si nasconde fra gli internati. Un uomo che ha ucciso, è sparito, si è nascosto per anni e adesso è capace di uccidere ancora (Ghira è stato latitante, Izzo è stato in galera e ha ucciso di nuovo, Guido ha appena finito di scontare la sua pena).
Fra piccole storie quotidiane e personaggi che ruotano attorno ad Antonio, testimoni di un sistema particolare di equilibri fra “guardie e ladri”, un micromondo dove il confine è così sottile da creare ambiguità, confondere le certezze, indurre il giovane giornalista (e con lui i lettori) a proseguire in una ricerca continua di segni, indizi, anche i più piccoli. E questo rende avvincente il romanzo, nella curata edizione dai tagli di pagina rossi, della Newton Compton. Più che una soluzione di un giallo, appassiona seguirne lo sviluppo, la trama che Selvetella tesse magistralmente, in cui si muove sicuro e tranquillo, anche senza la “rete di protezione” della cronaca.
Aspettiamo il nuovo romanzo di Yari Selvetella, magari ne ha un altro pronto nel cassetto…
Michael Zadoorian – In viaggio contromano (The Leisure Seeker)
Non sta a noi giudicare.
Non sta a noi giudicare se sia o meno opportuno che una coppia di anziani malandati parta a bordo di un vecchio camper – il Leisure Seeker – e percorra la ormai poco battuta “Historic Route 66”, highway rimpiazzata negli anni Ottanta e che una volta collegava l’Est con l’Ovest, Chicago con Santa Monica, per arrivare da Detroit a Disneyland.
A noi sta solo leggerli, ascoltare la voce narrante di Ella e appassionarsi alla loro storia.
Fra vecchi negozi di souvenir che suggeriscono gli antichi fasti della Route 66 e strani personaggi, i due anziani coniugi si sentono, per la prima volta dopo tanto tempo – e tante visite mediche – liberi di decidere la strada da percorrere.
John è malato di demenza senile, Ella ha mille malattie fra cui un cancro con cui ha imparato a convivere. John a volte non ricorda nemmeno il nome della moglie, parla al telefono con i figli – preoccupati per l’“imprudenza” dei genitori, convinti che non fosse il caso – come se avessero ancora dieci anni, si fomenta per piccole cose; la sua malattia fa di lui una figura tenera e indifesa, che solo Ella può stimolare con il suo bisogno di cure e protezione e con la sua forza.
Una storia molto dolce, in cui la voce di Michael Zadoorian scompare e viene prestata completamente a questa donna fantastica, che non si perde mai d’animo.
Ella è simpatica, sarcastica e decisa. Un personaggio estremamente forte; si sentono il peso e la responsabilità che porta sulle spalle, la fragilità fisica in contrasto con la possenza morale. Il suo carattere estremamente combattivo e positivo regala leggerezza anche ai momenti più drammatici. A un muscoloso barelliere che vuole portarla via dopo un malore lei, ancora a terra, intima minacciosa di non portarla via e le viene spontaneo prenderlo in giro: Ci mancava solo di dover discutere con un culturista adesso. La sua testa è montata direttamente sulle spalle. Cerco il collo, ma non ce n’è traccia nella sua tuta da soccorritore.
Zadoorian conferma anche in questo suo secondo romanzo le sue qualità di narratore che tesse le trame piano, con dolcezza e massima attenzione ai suoi personaggi, che cura e fa crescere con rispetto e coerenza.
In “The Leisure Seeker” ritroviamo anche un’altra caratteristica di Zadoorian, che ha dato vita al suo primo romanzo (“Second Hand – Una storia d’amore”, Marcos y Marcos): la passione per il junk, l’usato, le “cianfrusaglie” (sul suo spazio Facebook, foto della sua collezione) anche in quel senso di ciò che ricorda il passato e racconta delle storie.
Questa passione si legge prima di tutto nel camper stesso, un vecchio Leisure Seeker, che ha ospitato Ella e John, i figli, gli amici in innumerevoli vacanze.
La Route 66, con tutti i suoi negozi di souvenir, targhe, modellini di pompe di benzina e cimeli celebrativi di una “autostrada che fu”.
E infine, al centro dei momenti fra i più intensi del romanzo, le diapositive con le foto di una vita, che Ella e John seduti sotto le stelle ripercorrono, proiettata su un lenzuolo bianco steso all’aria aperta o sul fianco del camper, quando cala la sera e stende sui due avventurieri un velo di malinconia: È come guardare la televisione, salvo che va in onda la nostra vita. O un manto di consapevolezza, che fa cercare nel passato un significato per la vita presente e forse futura; sul paradiso dice: …forse è un luogo dove siamo già stati, il luogo dove eravamo prima di nascere, e la morte è soltanto un ritorno… Probabilmente è quello che sto tentando di fare in questo viaggio: cercare un luogo della memoria, annidato in un anfratto profondo del mio essere.
Filippo Timi – Peggio che diventare famoso
Ho incrociato Filippo Timi – quando ancora non sapevo chi fosse – alla Fiera del Libro di Torino nel 2007; ero appoggiata a un water (parte dell’allestimento dello stand di Toilet – 80144 edizioni) e questo ragazzo si avvicina e ovviamente mi prende in giro. Solo dopo mi comunicano che era Filippo Timi, a Torino per presentare “Tutt’al più muoio”, suo romanzo d’esordio. Prima di allora aveva vinto il premio Ubu come miglior attore under 30 e dopo avrebbe continuato con il teatro, scritto “E lasciamole cadere queste stelle” e “Peggio che diventare famoso” e recitato per Ozpetek, Salvatores e Bellocchio.
Lo rivedo una sera, seduto di fronte a Daria Bignardi, con lo sguardo limpido e un’emozione che, nonostante lo schermo, vibra; e mi incuriosisce.
Spinta più dal desiderio di “conoscere” la persona che i romanzi, scelgo “Peggio che diventare famoso”, basato su un momento importante della sua vita: Salvatores lo sceglie come protagonista per il film “Come dio comanda”.
Il libro inizia con il suo primo ruolo da protagonista in un film, “Filipput e la musica”, ideato e girato dalle sue maestre di seconda elementare. Da quel giorno sono passati circa trent’anni e Filippo racconta con generosità e umiltà la sua “avventura” sul set di “Come dio comanda”; un’avventura fisica, emotiva, umana. Lui interpreta Rino, padre di un figlio adolescente e costretto a badare a un amico scemo; interpretazione difficile, che richiede consapevolezza di sé e disciplina, un set che impegna soprattutto emotivamente, un periodo della vita particolarmente brillante (sarà scelto subito dopo da Marco Bellocchio per interpretare il duce nel film “Vincere”).
Dai primi ciak all’ultimo giorno di riprese, Filippo racconta le sue sensazioni, la vita sul set (mostrandoci il “work in progress” dell’attore, che ogni giorno si spoglia di sé per vestire i panni di un altro che lo accompagnerà per settimane) e si lascia andare a ricordi che lo legano alla sua infanzia a Perugia, alla madre, che sente al telefono tutti i giorni, agli amici e al suo percorso professionale.
Timi in questo libro si spoglia completamente davanti ai lettori, mette a nudo le sue emozioni, i pensieri, le debolezze e le paure, attraverso un percorso che oscilla quindi tra il presente e il passato.
Lo stile è perfetto per lo scopo; si sente Timi che parla, se ne percepiscono le pause, le flessioni della voce, il calcare sulle parole.
Da artista che conosce bene teatro, cinema, letteratura, riesce a creare delle immagini molto fisiche, carnali, che rimangono impresse come ricordi propri, scene d’amore, scene di sesso, rabbia e passione, allegria e tensione.
Difficile da dimenticare il ritorno a casa di Filippo, che vicino a una madre con cui ha un rapporto stretto e teneramente quotidiano a distanza, si ritrova a essere lo stesso “cucciolo di lupo” a cui la mamma (È la mia mamma, la mamma di quando ero bambino) canta ancora la ninnananna, sciogliendo il freddo, la fatica, i dispiaceri; lei dimentica che ha partorito un lupo, una bestia feroce, per lei Filippo è ancora un cucciolo, un cucciolo di lupo… e anche se le mostro i denti… lei vede un cucciolo che cerca di acchiappare le farfalle.
E come un transfert alla rovescia, Filippo si ritrova a pensare al sé che è stato fino a quel momento – Rino – e al “figlio” Cristiano che una mamma non ce l’ha avuta.
Dire che queste pagine sono il culmine di un ottimo libro, che ti accompagna e ti scuote dentro, non è abbastanza; soprattutto per Filippo Timi, che non si fida delle parole “tanto da incespicarci sopra” e che preferisce ricevere abbracci invece che – o insieme a – complimenti.
Giorgio Vasta – Il tempo materiale
“Il tempo materiale” di Giorgio Vasta – giornalista e scrittore palermitano nato nel 1970, nuovo “nichel” di minimum fax – è un romanzo diverso, la cui complessità e originalità di stile e temi colpisce fin dall’incipit:
Ho undici anni, sto in mezzo a gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna.
Sono scheletri storti, poca pelle tritata sopra; infetti, a toccarli si può morire. Ogni pomeriggio lo Spago gli porta da mangiare in fondo al giardino di fronte casa. Io a volte la accompagno.
Ci vengono incontro lenti, sbandando laterali, ci guardano con gli occhi che sono gocce d’acqua e fango. Tra i morenti mi sono legato al peggiore, quello che sul bitume dei vialetti se ne sta in fondo, immerso nell’abisso; sente i passi e muove la testa piano, come un cieco che segue una canzone…
Come unghie che graffiano una tavola di legno, la rabbia incide uno stile ricercato e non lezioso, non ridondante (semmai, in alcuni punti, “abbondante”) che accompagna in perfetta sintonia un tema importante.
Tutta la prima parte in cui conosciamo i personaggi principali – ragazzini di undici anni, di scuola media – e l’ambientazione – una torrida Palermo di un 1978 fra il reale e cronachistico e la sua interpretazione storica e simbolica – serve per abituarci al suo modo di scrivere, certamente non semplice e scorrevole, ma che offre tantissimi spunti di discussione per chi ama la lingua italiana forgiata da uno stile consapevole e piegata a immagini che vorresti sottolineare e ricordare a memoria, tanto sono piene di vita; e questo grazie a un uso magistrale della lingua. Giorgio Vasta è “mitopoietico” (come viene definito Nimbo, il personaggio principale dalla sua maestra di scuola), impasta parole, suoni, immagini e forme incantando il lettore, straniandolo, avvolgendolo in una lingua che raramente si legge.
Circa a metà del romanzo, quando ti sei abituato alla scrittura e riesci a seguire, tanto che ti sembra di leggere Vasta da sempre, si sviluppa il clou della storia, con la tensione, da parte di Nimbo e dei suoi compagni di scuola e di avventure, a comprendere e poi di emulare, nella loro privatissima maniera, attraverso simboli, un linguaggio inventato, nomi di battaglia, le gesta delle Brigate Rosse.
Iniziano, parallelamente alla preparazione da parte delle BR del rapimento di Aldo Moro, discussioni e attacchi a quel sistema che per loro è la scuola, sono i banchi su cui tutti i giorni studiano; azioni di lotta che li portano a sviscerare una questione che nessuno di noi troverebbe adatta a bambini di quell’età (così come il linguaggio che utilizzano per comunicare). L’aspetto straniante di ascoltare bambini discettare di un certo tipo di ideali e pianificare azioni “terroristiche” nella loro piccola realtà ci mette davanti a un nuovo punto di vista, che cerca un motivo, una ragione, un simbolo, un codice di lotta e lo porta alla sua altezza.
Vasta riesce a tenere alto il tono – e lo stile – per tutto il romanzo, senza stancarsi, senza abbandonare neanche per un attimo i suoi personaggi, dal principale ai secondari, portandoci in un mondo che ormai non ci appartiene più, che dovremmo forse visitare con un punto di vista un po’ più “innocente”.
Se leggiamo “Il tempo materiale” è grazie a minimum fax, che investe nel talento dei giovani da molto tempo e a Nicola Lagioia, responsabile della collana Nichel.
Brendan O’Carroll – Agnes Browne mamma
Agnes Browne mamma. Mamma, vedova, amica, lavoratrice.
Mamma di 7 “marmocchi” (che hanno dato il titolo al secondo libro della saga). Vedova di Rosso, che se ne va lasciandola nei guai. Amica inseparabile di Marion, con cui trascorre le sue lunghe giornate che iniziano alle 5 del mattino che iniziano con un grido lanciato a Dio dalla porta di una Chiesa. Lavoratrice, in un banco di frutta in un mercato della periferia di Dublino.
Agnes non è la mamma come si immagina una “mamma”, ma è la mamma che molti ragazzi e ragazze sognerebbero di aver avuto. Simpatica, sfacciata, corpulenta, a cui capita di ubriacarsi di birra nei pub e vomitare per strada nei momenti meno consoni.
Orgogliosa del figlio maggiore, in realtà troppo piccolo per lavorare, ma che alla morte del padre si rimbocca le maniche per dare una mano alla famiglia. Non ha paura davanti alla fatica, alla sofferenza, a cui cerca di reagire sempre con un sorriso e una buona dose di ironia.
Tutto il romanzo, nonostante i temi trattati a volte facciano sparire il sorriso dalle labbra di chi legge, è giocato sulla linea della leggerezza, dell’ironia, della simpatia; capita tutt’al più di scorgere una vena malinconica che accompagna Agnes nella perdita, nella scoperta, nella sua nuova vita da giovane vedova con 7 figli da tirare su, sani e allegri come lei.
Tutta la saga di Agnes Browne: Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes, Agnes Browne nonna e il “prequel” Agnes Browne ragazza.
Libreria Minimum Fax, Roma
La libreria minimum fax odora di carta. Come quando apri un libro e infili il naso fra le pagine. Si sente l’odore della carta patinata dei fumetti e dei libri di foto sistemati nello scaffale all’ingresso, vicino alle borsette di una Mafalda “esaurita”, “stanca”, con un diavolo per capello.
Si percepisce il gusto di chi con amore cura la libreria fin dal primo giorno, alla fine del 2005.
Non ci sono colonne di libri con facce da televisione sopra, non ti sbattono in faccia il best seller che se non lo leggi sei out. E ti propongono i libri che amano, lì, in prima fila, davanti alla cassa.
C’è spazio per le piccole e medie case editrici; alcune settimane fa un tavolo all’ingresso era vestito del bianco e rosso di ISBN, quella diretta da Massimo Coppola, che ha lanciato Michela Murgia e “adottato” Richard Brautigan.
Ci sono tutti i libri di minimum fax in evidenza, ma non “in invadenza”. E ci sono i libri “gemellati”, relazioni stabilite – mi piace pensare, conoscendo un pochino la casa editrice – non in nome del commercio, ma di un percorso comune; Marcos y Marcos per esempio, i cui libri sono stati per un periodo sugli scaffali con lo sconto del 15%.
Tappa fissa nello struscio trasteverino, la libreria minimum fax è un’isola per chi ancora dedica tempo alla scelta del libro, lo sfoglia con calma, lo annusa, chiede consiglio al libraio che sa sempre cosa dire, aiuta nella scelta.
Meta “casuale” delle passeggiate o tappa cercata, la libreria propone appuntamenti periodici con gli scrittori. In un momento spariscono i tavoli colmi di libri e le piccole scaffalature mobili e si apre un salotto intimo e confortevole dove il perfetto anfitrione è il libraio che presenta ai suoi ospiti i suoi amici speciali.
Shalom Auslander – Il lamento del prepuzio
“Shalom” in lingua ebraica significa “pace” ed è il marchio che i genitori di Auslander hanno attaccato addosso al loro bambino, 8 giorni prima di fargli recidere il prepuzio, in modo che fosse chiara, quasi più che i segni della circoncisione, la sua appartenenza religiosa e culturale.
Ebrei ferventi e osservanti, ligi a ogni regola, precetto, tradizione, rituale che in questo romanzo vengono citati, descritti, spiegati fin nei dettagli, valutano abitudini e potenzialità del figlio in modo direttamente proporzionale alla sua devozione al Dio Supremo.
Dio che da “lassù … si sporge oltre l’orlo della sedia per guardare giù, gomiti sulle ginocchia, telecomando in mano, il pollice appoggiato leggermente su UCCIDERE” se durante lo Shabbat accendi la luce, se mangi un panino non kosher, se cedi ai tuoi istinti.
Il senso di colpa insito nella pratica di quasi tutte le religioni e per antonomasia nella religione ebraica è palpabile e leggibile. Shalom, fin da piccolo teme che Dio possa “rendergli pan per focaccia” per le marachelle che combina, crede di poter indirizzarne la sete di vendetta verso un padre forse troppo rigido; e adesso che è adulto e sta scrivendo un libro su di Lui e la moglie Orli aspetta un bambino, ha paura che a ogni parola sbagliata nei confronti dell’Altissimo il bambino possa subire atroci punizioni, addirittura morire.
L’ansia della morte improvvisa delle persone care, in situazioni tragiche lo ossessiona da sempre; come lo ossessiona il doversi controllare sempre, perennemente; lo ossessiona la famiglia che gli impone regole e proibizioni. E che gli ha fatto tagliare il prepuzio a soli otto giorni di vita. Prepuzio che paradossalmente in età adulta diventa simbolo stesso del suo essere ebreo, pur non riconoscendosi completamente nella religione ebraica: “Cominciavo a sentirmi anch’io un po’ come un prepuzio… Proprio come un prepuzio. Reciso dal mio passato, incerto sul mio futuro, insanguinato, pestato, buttato via. Mi chiesi se esistesse un posto dove i prepuzi possono andare, un posto in cui possono vivere insieme in pace, amati, voluti, una nazione di prepuzi, fatta dai prepuzi, per i prepuzi”.
Straniero fra la sua stessa gente, sfrutta questo contrasto per sviluppare il suo romanzo in una narrazione che oscilla tra il passato (il bambino desideroso di trasgressione), il presente (lo scrittore sposato, in attesa di un bambino), il futuro (il tramandare le tradizioni al figlio in maniera meno restrittiva di quanto abbiano fatto con lui).
Certo, se Shalom Auslander non fosse vissuto all’ombra di questo Dio che aspetta al varco un suo errore per riderne e punirlo, forse noi non avremmo avuto l’occasione di leggere un romanzo piacevole, divertente e mette in luce le tradizioni della religione ebraica in modo tutt’altro che manualistico, per quanto preciso.
C’è un po’ del sarcasmo e della dissacrante ironia di Woody Allen in Auslander; non puoi non trovarlo simpatico; e non puoi fare a meno di parlarne agli amici come se lo conoscessi, come se non vedessi l’ora di presentarlo.
Michael Zadoorian – Second Hand
Qui non si butta via niente. Almeno finché Richard è nei paraggi.
Richard è un junker per passione e per professione. Romantico robivecchi che di mattina se ne va alle svendite di garage (in America sono frequentissime, quasi una ogni trasloco o ogni morte di proprietari di casa) a raccattare cianfrusaglie e roba usata che il pomeriggio espone e vende al Satori Junk, il suo negozio.
Affascinato dalle cose acquistate, usate, amate e poi dimesse, ma ancor di più dalle storie che ogni vaso art déco, ogni soprammobile kitsch, ogni poltrona con i braccioli rovinati potrebbero raccontare, dedica le sue giornate a mettersi in ascolto degli oggetti, collezionarli, venderli, scambiarli.
E in mano sua, nel suo negozio, ogni cosa continua a vivere, si carica di un nuovo significato, diventa protagonista di una storia completamente nuova.
Storia che a volte lo coinvolge – e stravolge – direttamente.
Ed è così che due vecchie sedie smettono di impolverarsi in un garage e iniziano ad essere simbolo della sua storia complicata con Theresa, una donna che per lavoro sopprime gli animali che nessuno vuole più e a cui lui starà accanto nel bene e nel male; storia che costituisce la spina dorsale di questo romanzo, come lo stesso sottotitolo (“una storia d’amore”) lascia intendere fin dall’esordio.
E, come un paradosso, i genitori di Richard muoiono, lasciando un’intera casa piena di oggetti fra cui spulciare, da smistare, di cui appropriarsi, che iniziano a raccontare a storie che Richard avrebbe preferito non sentire. Una normale attività per lui, scavare fra le cianfrusaglie, diventa quindi un cammino dentro la vita, i segreti, l’altro volto delle due persone che lo hanno messo al mondo e che lui ha sempre visto come mamma e papà e che adesso è costretto a vedere come un uomo e una donna, con vizi e virtù.
“Ci sono tante emozioni e sensazioni che non ho nemmeno finito di provarle tutte”; riassunta in una frase, la poetica di un romanzo fatto di storie e di emozioni, di curiosità che accompagnano nel cammino fatto pagina dopo pagina accanto a Richard, che non risparmia ai lettori la sua timidezza, la tenerezza, la sofferenza. Richard è un’anima pulita, altruista, mosso da passioni. Una persona che fa dell’accumulo di beni l’accumulo di emozioni.
Finale ideale del libro (che può essere quindi svelato) si trova oltre l’ultima pagina, nell’aletta che chiude il volume:
“Non è difficile immaginarsi Michael Zadoorian che passeggia con la fidanzata Rita per Detroit – dove è nato una quarantina di anni fa – con in mano un vaso art déco, otto portatovaglioli in bachelite, un sacchetto pieno di smalti & cornici da sistemare”.
Aspettiamo con ansia “The Leisure Seeker”, che ancora Marcos y Marcos sta per pubblicare.
Tutti almeno una volta nella vita abbiamo visto un porno. E letto un racconto in bagno. Ma “dietro le quinte” pochi, anzi pochissimi ci sono stati, sia di una casa di produzione cinematografica che di una casa editrice che pubblica “racconti brevi e lunghi da leggere in bagno”. “Backstage” dove nascono le idee, si discutono progetti, si butta tutto all’aria a volte, si cuciono e scuciono rapporti lavorativi e umani.