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Melania G. Mazzucco – Un giorno perfetto

BUR *Bur Extra* (2008), 409 pagine, 12 euro

Un giorno perfetto. Ventiquattro ore per ribaltare, rivedere, vivere fino allo stremo delle forze una vita che non appartiene, che si vorrebbe diversa, che sta appena per cominciare, o per finire.
Chissà che vita sogna Emma, giovane mamma squattrinata e svampita, per il piccolo Kevin, il suo secondogenito affetto da un problema a un occhio che lo fa andare in giro con una benda. Non la benda dei pirati, dei bambini sfrontati; la benda bianca che i bambini goffi e timidi portano con vergogna e che lo rende ancora più buffo e ridicolo agli occhi dei bambini “pariolini” della scuola costosa che frequenta suo malgrado.Papà Antonio non lo sa nemmeno che lui ha un problema all’occhio; non lo vede da tanto, da quando Emma, stanca dei soprusi psicologici che subisce e che fanno male più delle botte, è andata via e si è trasferita, a malincuore, da nonna Olimpia, donna ormai invecchiata e gretta che critica il suo lavoro troppo precario e le rende difficile perfino provare a rifarsi una vita.

Antonio è un ex poliziotto che vive di frustrazioni, proprie e altrui; lasciato dalla moglie e mai rassegnatosi a vedere i figli Kevin e Valentina in rare occasioni e sempre sotto controllo, è la scorta dell’onorevole Fioravanti, depresso e in declino, abbandonato dagli stessi uomini che gli hanno dato il potere proprio alla vigilia delle elezioni. È un declino il suo che va di pari passo con il cammino verso una vita più vera, meno patinata, della moglie Maja, che festeggia il settimo compleanno della sua Camilla in un palazzo sontuoso ai Parioli e sogna invece il Battello Ubriaco, posto totemico e fetido che Aris cerca di salvare dall’abbattimento. Aris, detto Zero, è il primo figlio scapestrato di Fioravanti, writer e idealista, giovane e ribelle in cui Maja si rispecchia, e rivede se stessa com’era e come vorrebbe essere.

Ai personaggi principali fanno da contorno uomini e donne con ruoli minori ma che hanno la funzione di completare il perfetto equilibrio che Melania Mazzucco crea nella definizione dei personaggi, uno dopo l’altro, presentandoli e lasciando che siamo noi a seguirli, dalla prima all’ultima ora, in apnea e mai desiderosi di ossigeno; piuttosto con la necessità di immergerci sempre di più in una storia intensa, acuta, appassionante.
Storia che culmina in un finale che mette i brividi addosso e fa entrare l’inverno romano, il gelo dell’anima e l’atrofia dei sentimenti nelle nostre case, fin sui divani dove magari stiamo leggendo, circondati dalla normalità di una famiglia in cui odio, rancore, follia non hanno mai fatto capolino.

Il mito di Medea, rovesciato e trasposto in un nuovo scioccante e fin troppo realistico significato in questa storia che ha meritato a pieni voti il premio Hemingway e il premio Roma. Un’emozione che difficilmente si dimentica e con cui con difficoltà a volte ci si misura.

Da questo romanzo è stato tratto il film di Ferzan Ozpetek; difficile pensare come un libro fatto di sottintesi, sentimenti che arroventano i cuori e aggrovigliano le budella sia stato trasposto, senza toglierne il soffio dell’anima, in poco più di due ore di immagini e dialoghi.

Se la lettura ha i suoi luoghi ideali, fra questi c’è il terrazzo di una casa a Riposto (Giarre) sempre lambita e cullata dal mare.


Marco Lodoli – Isole

Einaudi *Tascabili* (2008), 148 pagine, euro 9,50

“Isole” di Marco Lodoli è, come da sottotitolo, una “guida vagabonda di Roma”.
Ti invita a vagabondare nella Capitale, lasciarti andare per vicoli, piazze e angoli della città senza seguire alcuna guida “ufficiale”, allontanandoti un po’ dalle vie dei monumenti presi d’assalto dai turisti.

Propedeutica, o complementare a una guida classica dove Colosseo, Pantheon, Fontana di Trevi e Piazza Navona sono tappe d’obbligo, invita a perdersi e a stupirsi delle tante piccole grandi cose che Roma conserva, custodisce e mostra a un occhio più attento e curioso. E forse più lirico, come quello di Lodoli, che in un susseguirsi di “poesie in prosa” (tanto sono delicate, brevi ed efficaci le immagini piene d’amore che ci offre, e che sono state pubblicate su Repubblica in un percorso periodico) invita a fermarsi davanti al sasso di Orlando in Piazza di Pietra, i piccoli ponti sull’Aniene, le Chiese fatte con le ossa dei defunti.

Lodoli immagina Roma come fatta da isole – non solo luoghi fisici, ma anche abitudini, aneddoti, persone – la cui isola per eccellenza, nel cui racconto si legge la chiave poetica di Lodoli, la sua intensità, è l’Isola Tiberina: “…in mezzo al Tevere, ancorata da millenni come un bastimento che aspetta di salpare e non si decide perché l’acqua del porto che la sostiene racconta ogni giorno qualcosa di nuovo”… “Ora l’acqua del fiume è scarsa e l’isola pare arenata in una malinconia. È un buon posto per sedersi e riflettere su tutto e su niente, lasciando che il vento ci mangi la sigaretta e ci scompigli i pensieri”.

Curiosità – sapete cosa rappresentano i numeri dell’Obelisco di luce alla stazione Termini?; punti di osservazione diversi su luoghi rappresentativi della città – il Verano, uno fra tutti; giochi letterari – Germano Quaranta che risponde idealmente e ironicamente a un Leopardi che lamenta l’eccessivo fervore dei napoletani, più che per la battaglia, per i maccheroni; viaggi gastronomici – nell’“antro” di Dolce Maniera, dove i romani vanno a rifocillarsi dopo le notti brave in giro per locali) o la difesa del bombolone ormai quasi scomparso. Tutto questo fa scoprire Roma in modo completamente diverso dal solito; viene voglia di prendere questa “guida vagabonda”, uscire, aprire una pagina a caso e andare a vedere con gli occhi di Lodoli posti che magari vediamo – ma non osserviamo – tutti i giorni.

Iniziato e finito a Lampedusa, durante una bella vacanza. Viene voglia di tornare a Roma (quasi!).