Fin dal principio, ancora prima di iniziare a sfogliare il romanzo del giovane autore pakistano Mohsin Hamid si nota una contraddizione, un’ambiguità. Come può un fondamentalista, per antonomasia spinto da valori inoppugnabili e da una fede cieca nel proprio credo (proprio o indotto), essere riluttante, dubbioso, incerto?
Questo è il dilemma che coglie Changez, pakistano laureato a Princeton con il massimo dei voti e “adottato” da New York e da una delle maggiori società di consulenza che ne fa uno dei suoi fiori all’occhiello.
Changez gode della sua vita, del suo successo; lavora sempre di più, contribuisce alla crescita della Società, rendendo un servizio al paese che lo ospita.
E questo è un altro dilemma del romanzo. Perché contribuire, con le proprie risorse, il proprio valore, come un giannizzero al servizio dell’impero, alla crescita di un Paese che forse non “merita” tanti sforzi e tante risorse, che non sa ripagare in termini di tolleranza, ricerca della pace e degli equilibri, un paese pronto a gettare bombe e istigare conflitti?
Il punto di rottura per Changez arriva con una delle fratture forse più grandi per il mondo intero: il crollo delle Torri Gemelle.
Ciò non significa che “Il fondamentalista riluttante” è l’ennesimo libro che dispensa teorie, racconta storie, risolve quesiti sull’atto terroristico più eclatante e “definitivo” degli ultimi decenni. L’evento si risolve in termini di narrazione in una spaccatura, un’evoluzione nel personaggio. Morale, civica, fisica.
Evoluzione che seguiamo attraverso un lungo dialogo sviluppato a una voce tra Changez e un interlocutore americano che lui incontra a Lahore, sua città natale.
È un racconto liquido, riflessivo, molto lucido, con una punta di malinconia. Changez ripercorre le fasi della sua vita in America, la vita lavorativa, quella sentimentale – che lo vede coinvolto in una bellissima storia con Erica, ragazza anch’essa destinata a un “crollo” psico-fisico, il rapporto con le sue origini in maniera semplice e tangibile.
E nonostante il tema non proprio sereno, lo stile è rasserenante, come una favola della buonanotte che lui racconta al suo compagno di tavola.
Non ci si aspetta, leggendolo mentre racconta dei suoi successi, della sua scalata nell’azienda e nella fiducia dei superiori, che dopo l’11 Settembre, gradualmente, Changez si allontani da quel Paese che lo ha accolto, adottato e nutrito. Segno tangibile della scelta di abbandonare il suo ruolo di “giannizzero”, un sorriso di fronte alla scena agghiacciante che tutti abbiamo visto e la barba che cresce incolta sul viso, alla maniera degli arabi, e gli attacca addosso il “sospetto”, fino alla consapevolezza estrema che “Un’America come quella andava fermata”.
Il suo interlocutore, e noi con lui, stiamo ad ascoltare cercando di capire. E di non avere pregiudizi, per questa volta.
Ringrazio i ragazzi della Feltrinelli Giulio Cesare che me lo hanno vivamente consigliato.