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Mohsin Hamid – Il fondamentalista riluttante

Einaudi (2007), 134 pagine, 14 euro

Fin dal principio, ancora prima di iniziare a sfogliare il romanzo del giovane autore pakistano Mohsin Hamid si nota una contraddizione, un’ambiguità. Come può un fondamentalista, per antonomasia spinto da valori inoppugnabili e da una fede cieca nel proprio credo (proprio o indotto), essere riluttante, dubbioso, incerto?

Questo è il dilemma che coglie Changez, pakistano laureato a Princeton con il massimo dei voti e “adottato” da New York e da una delle maggiori società di consulenza che ne fa uno dei suoi fiori all’occhiello.
Changez gode della sua vita, del suo successo; lavora sempre di più, contribuisce alla crescita della Società, rendendo un servizio al paese che lo ospita.
E questo è un altro dilemma del romanzo. Perché contribuire, con le proprie risorse, il proprio valore, come un giannizzero al servizio dell’impero, alla crescita di un Paese che forse non “merita” tanti sforzi e tante risorse, che non sa ripagare in termini di tolleranza, ricerca della pace e degli equilibri, un paese pronto a gettare bombe e istigare conflitti?

Il punto di rottura per Changez arriva con una delle fratture forse più grandi per il mondo intero: il crollo delle Torri Gemelle.
Ciò non significa che “Il fondamentalista riluttante” è l’ennesimo libro che dispensa teorie, racconta storie, risolve quesiti sull’atto terroristico più eclatante e “definitivo” degli ultimi decenni. L’evento si risolve in termini di narrazione in una spaccatura, un’evoluzione nel personaggio. Morale, civica, fisica.

Evoluzione che seguiamo attraverso un lungo dialogo sviluppato a una voce tra Changez e un interlocutore americano che lui incontra a Lahore, sua città natale.
È un racconto liquido, riflessivo, molto lucido, con una punta di malinconia. Changez ripercorre le fasi della sua vita in America, la vita lavorativa, quella sentimentale – che lo vede coinvolto in una bellissima storia con Erica, ragazza anch’essa destinata a un “crollo” psico-fisico, il rapporto con le sue origini in maniera semplice e tangibile.
E nonostante il tema non proprio sereno, lo stile è rasserenante, come una favola della buonanotte che lui racconta al suo compagno di tavola.

Non ci si aspetta, leggendolo mentre racconta dei suoi successi, della sua scalata nell’azienda e nella fiducia dei superiori, che dopo l’11 Settembre, gradualmente, Changez si allontani da quel Paese che lo ha accolto, adottato e nutrito. Segno tangibile della scelta di abbandonare il suo ruolo di “giannizzero”, un sorriso di fronte alla scena agghiacciante che tutti abbiamo visto e la barba che cresce incolta sul viso, alla maniera degli arabi, e gli attacca addosso il “sospetto”, fino alla consapevolezza estrema che “Un’America come quella andava fermata”.
Il suo interlocutore, e noi con lui, stiamo ad ascoltare cercando di capire. E di non avere pregiudizi, per questa volta.

Ringrazio i ragazzi della Feltrinelli Giulio Cesare che me lo hanno vivamente consigliato.


Zadie Smith e “Tre vite” di Rick Moody

Libreria Giufà, Roma, mercoledì 4 giugno

Zadie Smith, bella, filiforme, con un accento british smaccato, nonostante viva a Roma con Nick Laird da tempo ormai (si dice), ha aperto l’incontro con un suo spunto su Rick Moody, tradotto “all’impronta, come al liceo”, timidamente e magistralmente da Martina Testa. Lo stile e la stilizzazione, gli scrittori, da Hemingway e Carver, la genialità e l’unicità di Moody.

Rick Moody, sguardo basso, braccia conserte con le mani strette attorno ai gomiti, cappello simil gondoliere appoggiato sulla testa, pronto a leggere per noi.
E cosa ha letto? Il finale del terzo racconto e quindi la fine del suo libro. Spiazzante. In pochi l’avrebbero fatto. In due minuti aveva già scolpito sui volti di tutti lo stupore.
Non avevo idea di quale fosse il prologo di quell’epilogo che lui, con una voce calda e profonda che era una carezza, ha letto, vissuto e recitato per noi (l’avrei saputo dopo, quando il suo traduttore, Francesco Pacifico, che tanto pacifico non era, visto il caldo che lo affogava, ci avrebbe raccontato trama e caratteristiche dei tre racconti di “Tre Vite”).

In fondo, non importava la trama; la vera rivelazione, l’“epifania” che il lettore cerca fra le righe della storia, la svolta, il cambiamento del personaggio, nelle storie di Moody è il linguaggio (lui stesso ci offre questa chiave di lettura). Linguaggio che cresce, si svela piano piano, fino al suo punto più alto, l’apoteosi. Noi tutti, nella bellissima libreria con gli scaffali rossi, eravamo con lui in una New York che si andava sgretolando, insieme con le parole, i suoni, gli accenti modulati in un americano pulito, essenziale ed espressivo.

Come sarà il Moody “oltre lo scrittore”? Contravvenendo a qualunque logica dettata dal buon senso, dalla frequentazione di autori essenziali e dai manuali di scrittura, utilizzo alcuni aggettivi. Ironico – cercava invano fra la folla la moglie Amy, probabilmente inghiottita fra le teste che affollavano l’ingresso della libreria; sarcastico con estrema eleganza – un “Yes!” a una domanda complessa e articolata, lunga e forse autorispondente; avviluppante – la voce che calava, strisciava, portava dietro i detriti del paesaggio distrutto; saggio e presente nel parlare del suo “metodo”, del suo essere uno scrittore che non pensa troppo alla scrittura; profondo e generoso – nel dare una lunga e articolata risposta, cruda per certi versi, a una bellissima domanda di Elena Stancanelli sullo stile e sulla scrittura – e sull’impegno a tutti i costi – post 11 settembre. Lui che trova nell’amministrazione Clinton il periodo migliore della politica degli ultimi anni, lui che fredda con “non c’era più spazio per l’ironia” e riapre sull’oggi in cui si scrive di nuovo di tutto.

Timido e riservato, ci saluta perché “la sua timidezza e la sua ritrosia a stare al centro dell’attenzione gli impongono di fermarsi” e si dà in pasto ai lettori, completamente. Tutti vogliono prendersi un piccolo pezzo di lui, prima che, sottobraccio a Amy, se ne vada via; magari voltandosi a guardare ancora una volta la libreria “molto più piena di tante librerie a New York”, teatro di precedenti reading.

Per un’altra dose di Rick Moody, “Scrivere New York – Rick Moody”, “passeggiata” attraverso le strade di New York e fra le righe della scrittura (da minimum fax media)


David Grossman – Che tu sia per me il coltello

Mondadori – *Oscar* (2000), 330 pagine, 8,80 euro

Fra i tvb e qlc nn va, risulta piacevolmente dissonante una lettera; un’epistola, scritta a mano, a macchina, a caratteri graziati o asciutti è un’esperienza insolita.
E ancora più insolito è un rapporto intenso, struggente, vero fatto solo ed esclusivamente di parole, che come coltelli scavano dentro i due interlocutori alla ricerca di una verità, di un cuore che pulsa, di uno spiraglio di speranza.

David Grossman scrive “Che tu sia per me il coltello” nel 1999, partendo da un espediente che potrebbe essere stato attuale nell’‘800 come può continuare ad esserlo nel 2020: lui vede lei per un attimo e rimane talmente affascinato dai suoi occhi, dai suoi gesti morbidi da scriverle una lettera. E da lì in poi tutto il loro rapporto sarà scandito da un lungo scambio epistolare di cui noi conosciamo direttamente, per tre quarti del libro, solo la parte di Yair e scopriamo attraverso di essa la risposta di Myriam.

Andando avanti, dopo alcuni mesi, le storie si fanno sempre più intense e private; da un gioco partito fra i due, un’attrazione, un desiderio di conoscenza, si va piano piano a scavare verso un desiderio di comunicazione, rivalsa, riscatto. I due protagonisti si legano sempre di più, scoprono i fianchi alla lama affilata delle parole.
Dallo svelamento di sé, l’illusione che esista un mondo sospeso nella dimensione della passione si va alla famiglia, ai figli, ai problemi quotidiani che pesano, oltre che sulle persone, sulle parole, sempre più stanche, sempre più aspre. Fino a prendere corpo, come era auspicato, come forse non avrebbe dovuto essere.

La persona che mi ha consigliato questo libro ha detto che chi avesse una relazione stabile e si fosse avvicinato a questo libro, ne avrebbe sicuramente risentito.