
Amara Lakhous è algerino e vive a Roma dal 1995.
E di Roma ha saputo cogliere, nel suo romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio”, l’atmosfera più profonda e la contraddizione più evidente; Roma è come una lupa che allatta i suoi piccoli, ma che a volte li morde.
Il titolo originale infatti è “Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda”.Sono tanti gli immigrati, gli stranieri, gli arabi, i bengalesi, i marocchini, i cinesi che vengono a Roma a farsi “allattare dalla lupa”, diventando a volte un po’ “lupi” anche loro. Come Ahmed, Amedeo, che conosce le strade di Roma meglio dei romani e dei tassisti, che si fermano a chiedergli informazioni.
Amedeo cammina, macina chilometri in questa città che lo ha accolto ma mai profondamente compreso; nessuno sa da dove venga, nessuno, nemmeno la sua compagna, sa perché di notte gli incubi lo tormentano.
Solo il barista del suo quartiere, Piazza Vittorio, è riuscito a penetrare un po’ la sua coltre di segretezza.
Piazza Vittorio, quartiere multietnico dei più rappresentativi di Roma, è un microcosmo in cui vivono e convivono popoli provenienti da ogni parte del mondo; e racchiude un ancora più piccolo microcosmo, un condominio, dove si svolge la vicenda del romanzo.
Lo stile narrativo è coinvolgente. Da un lato Amedeo, figlio “bastardo come i gemelli Romolo e Remo oppure figlio adottivo” della “lupa-Roma”, si racconta con l’umiltà e la bontà d’animo, sempre alla ricerca dei valori forti, l’amore, il rispetto dell’altro, la convivenza pacifica, il passato, i ricordi, la giustizia; e dall’altro le verità ampie e differenti degli abitanti del condominio in cui la portiera impedisce l’uso dell’ascensore.
Ed è in questo caso, attorno all’omicidio del “Gladiatore” — arido sbruffone romano — e alla scomparsa del cane Valentino, che si intrecciano le congetture più disparate e le “verità” più varie e fantasiose degli abitanti del condominio.
Razzismo, intolleranza, o semplice fastidio vengono trattati con ironia e leggerezza (ben diverso dalla superficialità) e colorano di tinte forti un quadro di questa Roma che ormai odora di spezie e di incensi, ma che ancora scambia un nome per un cognome, un peruviano per un filippino e non va al di là della “geografia” delle persone, non fermandosi — tranne qualcuno — sulla storia di ognuno.
Psso volentieri da te e trovo sempre buoni consigli. Giulia
Grazie Giulia, sono molto contenta. Alla fine lo scopo di frailibri è proprio questo: quando un amico o un’amica mi chiede “Cos’hai letto ultimamente? mi dai un consiglio?”
Adesso vengo a “trovarti” sul tuo blog…
sete tt stupidiù
Libro molto piacevole ed efficace spunto di riflessione.
Leggetelo….soprattutto per scoprire come un “italiano adottivo” parla dei “nativi italiani”
E’ un libro molto interessante, ci da’ il punto di vista di un immigrato. vediamo come gli immigrati pensano che il loro linguaggio sarebbe il dialetto Italiano come una persona che viene da sud e usa il dialetto nella lingua Italiana standard.
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