Ian McEwan – Cortesie per gli ospiti
Leggere Ian McEwan è come gustare a grandi bocconi cucchiai di crema calda.
Il suo stile è morbido, corposo, fluido. Si prova un piacere goloso a scorrere i periodi, le frasi, le singole parole (merito anche della traduttrice Stefania Bertola che ha ottimamente interpretato l’originale).
La trama si “scioglie in bocca”, non richiede al lettore l’impegno di “masticarla”; scorre veloce in un susseguirsi di figure, eventi, emozioni che scaldano il cuore, riempiono gli occhi, attaccano lo stomaco come un pugno sferrato a tradimento.In apertura ci si trova davanti a una normale e comune coppia, Mary e Colin, in vacanza in una località di cui non si conosce — e non importa — né il nome né la localizzazione precisa — si sa soltanto che si trova sul mare — e all’improvviso ci si trova completamente inghiottiti da un mistero.
Un mistero che parte da un’altra coppia, Robert e Caroline, solo all’apparenza comune, che si offre di ospitare i “vacanzieri” Mary e Colin nella propria casa.
enti strani della coppia nei confronti degli ospiti rompono l’atmosfera di molle rilassatezza dei pomeriggi trascorsi su terrazzi assolati e freschi giardini e iniziano a incuriosire il lettore.La curiosità, man mano che viene soddisfatta, si trasforma in inquietudine e il lettore assiste sgomento all’evoluzione della storia che sembra rotolare inarrestabile verso un precipizio. E man mano che “rotola”, si riempie di emozioni, sensazioni; ci si avvicina sempre di più ai personaggi e il quadro, offuscato fino a poco prima dalla non conoscenza delle personalità dei protagonisti appare chiaro e spaventosamente limpido.Il velo di mistero che copriva la vera natura di Caroline e Robert scopre due individui difficili, paradossali; e a fare i conti con questa scoperta sono proprio Mary e Colin, al centro del vortice degli eventi. Il lettore viene trascinato nell’occhio del ciclone e ne esce, alla fine del libro, avviluppato dalla storia che si fa sempre più coinvolgente e lascia senza fiato.
Severino Cesari – Colloquio con Giulio Einaudi
“Editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio dal rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta”.
Giulio Einaudi.
Il ritratto che prende forma da questo intenso e generoso colloquio di Severino Cesari con Giulio Einaudi è quello di una casa editrice che, attraverso la passione e la curiosità delle persone che la costruiscono passo passo, vive, respira e si alimenta.Si legge che Severino Cesari e Giulio Einaudi abbiano scelto luoghi tranquilli, isolati per portare avanti, in parecchi mesi, questo lungo colloquio, pubblicato per la prima volta nel 1991 da Theoria e in seguito da Einaudi.
E leggendo sembra di sentire sulla pelle la malinconia, l’affetto, la consapevolezza nei racconti di Giulio Einaudi.
Consapevolezza che un modo di lavorare, “fare editoria”, di relazionarsi agli autori, ai testi e soprattutto ai lettori, con passione e curiosità, buon senso e rispetto, forse oggi è sempre più raro o passa in secondo piano rispetto agli interessi e necessità di quella che lui chiama, in maniera semplice ed efficace “editoria no”. Si percepisce un affetto profondo — e non solo un legame professionale — verso tutte le persone — ancor prima che editor, grafici, commerciali e autori — che hanno lavorato con vera passione e dedizione al suo fianco per far nascere e crescere la casa editrice.
Tutti partecipavano con le loro conoscenze, interessi, dedizione e professionalità affinché il lettore avesse a disposizione una scelta di titoli, autori, letture di qualità; letteratura “politica” nel senso più puro del termine, informazione, intrattenimento, novità. Sempre e comunque, anche a costo di sfidare le leggi di mercato, anche a costo di limitare una tiratura o bloccare una ristampa per non invadere gli scaffali delle librerie a scapito di altri titoli.Ci vuole un responsabile commerciale “illuminato” per mettere in atto una strategia simile e Cerati lo era.
Lui, come gli altri, partecipava attivamente alle scelte editoriali e anteponeva il “buon senso” e l’esperienza al mercato.
fitto, ognuno legato a un ruolo, a una collana, a un aneddoto, a un periodo.
Incontriamo Leone Ginzburg, fondatore della casa editrice con Giulio Einaudi e curatore della Biblioteca di cultura storica; Pavese, responsabile della “Collana viola” dei saggi; Calvino che — come Pavese — oltre a essere scrittore legato alla Einaudi, curava la collana “Centopagine”; Molina, il grafico che partecipava con opinioni spassionate e spesso interventi diretti anche alla scelta e all’editing dei testi; Vittorini, responsabile dei “Gettoni” per i giovani.
E Ponchiroli, redattore capo modesto e capace, che teneva un diario giornaliero in cui, accanto a nascite, auguri da fare e annotazioni personali, registrava discussioni, dibattiti, “liti” e momenti della casa editrice. Lui che, con umiltà, se un testo che entusiasmava i più a lui non piaceva, faceva finta di non capirne il valore; discuteva, portava le sue “semplici” opinioni e il testo, quasi tutte le volte, finiva per non essere pubblicato o comunque veniva messo in discussione anche dai più entusiasti.
Ogni personaggio si affaccia nella memoria di Einaudi con un aneddoto, un vezzo, una caratteristica. Particolari che raccontati con nostalgia e amore regalano al lettore un’immagine di una casa editrice viva, cuore pulsante della cultura, teatro di animate riunioni settimanali, centro di sperimentazione e luogo di incontro di persone, passioni, interessi comuni.
Come una mappa del tesoro, il lungo “racconto” di Einaudi ci permette di guardare con altri occhi i volumi Einaudi — quelli “storici” soprattutto — nelle nostre librerie; li sentiamo quasi “respirare”, perché hanno in sé l’anima di chi li ha cercati, voluti, curati, pubblicati per offrire ai lettori una storia, un argomento su cui riflettere, un’opportunità, un’emozione.
libro iniziato a metà luglio alla fermata Metro Furio Camillo a Roma e finito — tra le lacrime — fra le fermate Spagna e Barberini nella calma di fine luglio.
Libreria Giufà – Roma
Un quadrato con i lati ricoperti di libri attorno a cui spiccano scaffali di un rosso brillante.
In fondo, un angolo bar con la caffetteria, cocktail, dolci sempre diversi.
Tavolini con poltroncine stile anni ’70, sedie di legno, poltrone in pelle.
Un tavolino con oggetti di artigianato in esposizione.Abituati al sovraccarico “ubriacatorio” delle grandi catene (che amiamo quanto le piccole librerie, non fosse altro per le offerte, la scontistica e le valanghe di libri che offrono in ogni momento), notiamo che la selezione di questa libreria, pur se non in competizione con la smisurata disponibilità delle “grandi”, è di ottimo valore e “ragionata” in un modo originale che ci piace molto e ci incuriosisce.
I libri sono catalogati per generi, paesi, arti, reminder, in lingua, “a peso”, bambini.Entrando a destra gli scaffali sono pieni di libri di piccole e medie case editrici, che convivono in equilibrio perfetto con le grandi. Sono suddivisi per paese con libri di autori asiatici, sudamericani, africani e belle e curate edizioni spagnole.
Proseguendo, tutta una parete è dedicata ai fumetti che, finalmente, qui acquisiscono la veste e l’importanza di opere letterarie e artistiche; un fornitissimo scaffale di libri per bambini – forse non troppo funzionali gli scaffali in alto; devono essere i bambini a curiosare, non le mamme.
Sull’altra parete – a sinistra dell’ingresso – la cassa dove incontriamo una ragazza sorridente e appassionata che si illumina quando le chiediamo com’è il libro “Trilogia della città di K” di Agota Kristof.
Dietro, tutta la narrativa italiana, dai Nichel di minimum fax ai talenti scoperti da e/o, alle pubblicazione di tutte le case editrici che danno spazio e fiducia ai talenti emergenti.
E poi, libri di fotografia, di arte – da segnalare le edizioni Dragolab – di cucina.
In una nicchia, una bilancia con sopra chili di libri a un euro venduti a peso e un paio di mensole con libri in lingua inglese, francese, tedesca e libri usati.
In mezzo a un gruppo di reminders si trovano novità, edizioni recenti e “chicche” come “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg nell’edizione della “sua” casa editrice Einaudi nei volumi dalle righe rosse in copertina.
La libreria organizza reading, eventi e serate particolari che vale la pena tenere d’occhio iscrivendosi alla Newsletter attraverso il sito www.libreriagiufa.it
Doris Lessing – L’erba canta
L’erba canta, ovvero, la ragione di un premio Nobel.
Doris Lessing ha vinto il premio Nobel per la letteratura qualche mese fa e io sono andata in libreria a cercare di conoscerla meglio, scoprirla, leggerla e capire la ragione di questo premio.
Ho scelto il primo libro, che Doris Lessing ambienta nella sua terra di adozione, il Sud Africa, dove si trasferisce, ancora bambina, dall’Iran e che lascerà, nel 1949, per Londra.
È il Sud Africa degli anni Quaranta, dove i bianchi sono coloni, possiedono fattorie e hanno “indigeni” al loro servizio. Una terra dove le convenzioni sociali fanno sì che una ragazza giovane, spensierata e modaiola venga criticata perché non ha ancora un marito. E dove un giovane proprietario terriero con ambizioni diverse dal piantare il tabacco dalle rendite sicure viene giudicato un fannullone e troppo sognatore per meritare lauti guadagni e fortuna.“L’erba canta” è la storia di Mary, ragazza di città che sceglie il matrimonio per non sentirsi “diversa”, per non sottomettersi alle critiche di chi pensa che non ne sia all’altezza, e di Dick, che sogna di fare affari con le api, aprire un emporio, fare fortuna senza ricorrere ai mezzi “da bianco proprietario terriero”.
Dick e Mary possiedono acri di veld (terreno verde e ondulato, tipico del Sud Africa), hanno al loro servizio boy che vanno e vengono secondo i capricci — e i maltrattamenti — che devono subire da Mary e vivono in una casa di fortuna a cui manca perfino il tetto.Proprio quando sembra che nella assurda vicenda si sia stabilito un certo equilibrio, sia per rassegnazione che per istinto di sopravvivenza, tutto crolla, si spezza, come i nervi di Mary che cedono fino a strapparla a se stessa. Due figure saranno decisive nella risoluzione tragica della storia: Moses, l’ultimo boy di Mary e Dick, rappresentazione terrena dell’istinto, della forza, della carnalità e il vicino curioso e “giudicante”, Charles Slatter.
Entrambi sono gli ingranaggi, che incastrandosi fra Mary e Dick saranno fra i principali responsabili del chiaro e allo stesso tempo misterioso finale del romanzo. Romanzo che, per lo sviluppo della trama, la maestria nella caratterizzazione dei personaggi, la “normalità” di una storia vissuta in un luogo tangibile, visibile, di cui si sente l’odore forte, il rumore, l’afa asfissiante fa già presagire, con più di 50 anni di anticipo, un premio più che meritato all’autrice.
Charles Simmons – Acqua di mare
“Lacrime e acqua di mare hanno lo stesso sapore”.
Le lacrime che scorrono in questo romanzo di Charles Simmons, scrittore americano nato nel 1924, sono quelle di Michael, ragazzino appena adolescente, che durante le vacanze estive e le lunghe e spensierate giornate, è costretto a crescere, a fare i conti con l’ambiguità, il cinismo, la passione oltre ogni limite.“Acqua di mare”, unico romanzo di Simmons tradotto in italiano (da Massimo Bocchiola) è ambientato in un’immaginaria isola nell’Oceano Atlantico, in un luogo indicato come Bone Point, negli anni ’60, e più precisamente nel 1963.“Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato”.
Non è il finale, come si potrebbe supporre, ma l’incipit, grande, maestoso, perfetto, che racconta in poche parole non solo la trama, ma l’essenza della poetica dello scrittore e della narrazione. È un romanzo equilibrato, asciutto, essenziale, piacevole. Un romanzo in cui, come dichiara Simmons nell’intervista che chiude il libro, “…la frase è l’unità di misura del senso, il paragrafo porta ritmo e cadenza”.
Simmons non indulge in figure retoriche che abbaglino il lettore, non utilizza descrizioni e divagazioni “a solo scopo decorativo”; racconta una storia d’amore adolescenziale – Michael si innamora di Zina, bella e affascinante, e lei gioca con lui il gioco ambiguo della seduzione – e una storia “d’amore” di un figlio per un padre con cui trascorrere il tempo, andare per mare sulla barca Angela, parlare da uomo a uomo, confidarsi, condividere una speciale complicità da cui tutti, anche la madre, sono esclusi.Colpisce, della bella e curata edizione BUR, la copertina, una foto del 1958 di Herbert List: una ragazza ammicca oltre la spalla del suo accompagnatore.
Immaginiamo che sia Zina; mentre “gioca” con Michael o, come lo chiama lei, “Misha”, flirta con Peter, il padre di Michael.
Non proprio una storia di un triangolo amoroso, “Acqua di mare” è più un romanzo di formazione, in cui il protagonista adolescente è costretto a scontrarsi con una realtà dura, durissima, rappresentata non tanto da un amore corrisposto solo a metà, ma dalla ferita che più brucia, che più fa piangere: il tradimento subito da un padre che si allontana da lui per inseguire una giovinezza che si è lasciato alle spalle e che vuole rivivere a ogni costo. Pur di “prenderla in prestito” da un figlio sedicenne.
Libro consigliato da maccaroni, iniziato sul volo Roma-Catania poco prima di fine anno e finito in una stanza di un hotel nella piazza principale di San Gimignano, quella con la grande cisterna al centro.