frailibri


Kate Atkinson – Not the End of the World

Black Swan (2003), 332 pagine, 6.99 sterline

atkinson end worldKate Atkinson è scozzese come Ali Smith e di lei ha la malinconia che avviluppa i personaggi, avvolti spesso nell’ombra della morte, del distacco, della distanza.
Ha il minimalismo di Carver, una semplicità “quotidiana” che le fa raccontare con leggerezza e ironia di due amiche che devono scegliere il regalo per la madre di una di loro, così come di una madre che soffre all’idea che il figlio possa lasciarla per andare all’Università.
Alcuni racconti – soprattutto “Cat Lover” – sono forse troppo lontani dalla sensibilità comune, vanno su una sfera metafisica e “fantastica” che li rende a tratti freddi.In altri, invece, incontriamo personaggi indimenticabili e ci scontriamo con le loro vite semplici ed eccezionali al tempo stesso; ce li immaginiamo andare chi a testa bassa, schiacciato dal peso di una vita che non ha scelto e che vive ugualmente al massimo, chi con la sfrontatezza di una condizione sociale e personale favorevole.C’è mistero, ambiguità in ogni storia; niente è come appare, ci si sorprende sempre arrivati alla fine, quando tutto sembra coincidere con le aspettative e invece viene rivoluzionato da una sferzata che travolge il personaggio e insieme il lettore.

L’amicizia, l’amore, il rapporto con genitori a volte assenti, a volte troppo presenti; le relazioni che nascono in un attimo, si infiammano e finiscono prima ancora di svilupparsi, lasciando un senso di vuoto che forse ha origini ancora più lontane; i figli che hanno voglia di crescere fra le ansie e le angosce – vane – di madri troppo apprensive; la passione di un bambino che ama più di ogni altra cosa i pesci; due amiche che si trovano all’improvviso e per caso a convivere in una sorta di mondo parallelo senza regole ma solo storie pronte per essere raccontate; un incidente d’auto che svela una possibilità di vita “altra”, in una dimensione dove gioia, incredulità e frustrazione convivono insieme con il legame agli affetti più cari.

Una raccolta di storie, a volte intrecciate tra loro da un filo sottile, che lascia un segno emotivo nel lettore; ogni storia suscita un sentimento diverso; ogni racconto è una porta socchiusa da cui sbirciare l’intimo più profondo dei personaggi più diversi e complessi nella loro semplicità.


Il Maleppeggio, storie di lavori

maleppeggioMaleppeggio; a sentirlo così fa pensare a qualcosa che peggio non può andare; e invece il maleppeggio è la martellina usata in edilizia soprattutto a Roma, con il manico di frassino e il pezzo principale in nichel, cromo e molibdeno.
Perché questa associazione di idee per una rivista mensile? Perché il maleppeggio, periodico patrocinato dall’assessorato al Lavoro, Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio e diretto da Lanfranco Caminiti, racconta di lavoro, di precariato, di persone che lavorano. E lo fa ogni mese attraverso la voce degli scrittori e l’obiettivo dei fotografi.
Gli scrittori incontrano le persone, i lavoratori, i precari; parlano, ascoltano, vivono un’esperienza diretta sui luoghi di lavoro; raccontano le loro storie nella forma della narrazione, dell’inchiesta, dell’informazione.
Un’informazione diversa, storie che probabilmente non si ha occasione di leggere spesso, di ascoltare o vedere.
Storie di precarietà sul lavoro, non solo dal punto di vista contrattuale; una precarietà che riguarda le condizioni in cui ci si trova a operare; le difficoltà di chi a quarant’anni si ritrova disoccupato e deve ricominciare da capo, le cosiddette “teste tagliate”; gli operai di Melfi e i lavoratori dell’ospedale Sant’Andrea; i ragazzi che con i camper distribuiscono siringhe e aiuto ai tossici di Roma; il VACMA, l’“uomo morto”, un congegno di sicurezza che affianca il primo macchinista dei treni.
Ci sono i luoghi di lavoro, i macelli, catene di montaggio della morte; gli outlet immobili dietro i cancelli, luoghi dove tutto sembra perfetto, un mondo nuovo che spalanca la bocca e fagocita chi compra e chi vende.Quello che più ci ha colpito de il maleppeggio è il tono narrativo degli autori; sono storie quelle che ci troviamo a leggere, come se le ascoltassimo dalla viva voce dei loro protagonisti, resa più forte dagli scrittori e accompagnata dagli istanti di vita, di lavoro, fermati dai fotografi. Le foto giocano un ruolo fondamentale; non sono una didascalia apposta alla storia; ne sono parte integrante, completamento neccessario.

Fermarsi ad ascoltare, conoscere e raccontare le esperienze apprese direttamente da chi le vive e non riportarle, come chi dall’alto di un palcoscenico, ne da’ (o non ne da’) notizia guardando in basso senza mai scendere. Questo ci sembra il punto di forza della rivista, di cui è stato da poco distribuito il secondo numero.

Note a margine
il maleppeggio è diretto da Lanfranco Caminiti.
È patrocinato dall’assessorato al Lavoro, Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio.


Giulia Fazzi – Ferita di guerra

Gaffi editore (2005), 249 pagine, 7 euro

fazzi feritaUna guerra ha inferto una ferita che stenta a cicatrizzarsi sul corpo e nell’anima di Lisa Accorsi, giovane operaia della Rubino, importante fabbrica di Carpi.
Le armi utilizzate per combattere una donna forte, che rivendica i diritti fondamentali di chi, come lei, ha fatto del lavoro, della fabbrica, un impegno serio e costante sono tante, troppe, materiali e morali, subdole, ipocrite.
Ci sono le colleghe, che la appoggiano nella sua lotta per il bene di tutte loro e poi la colpiscono alle spalle quando i capi fanno la voce grossa; ci sono i dirigenti d’azienda, che la considerano un elemento scomodo, da eliminare. E il metodo di eliminazione, seppure non concreto e fisico, si avvicina a un omicidio. Lisa viene aggredita, brutalmente, prima con le parole, gli sguardi, il sospetto e poi con le unghie, le braccia, la ferocia di un uomo che torna bestia in uno spogliatoio deserto.Il sale che fa bruciare quella ferita è la paura di raccontare l’accaduto, il non volersi aprire nemmeno con i genitori, con gli amici più cari; la solitudine; il rivivere continuamente quegli attimi di sopruso, fisico e psicologico, all’infinito con il cuore che batte concitato.
E concitato, privo di punteggiatura, veloce ed efficace è lo stile della parte centrale del romanzo, quella in cui Lisa rivive il dramma, decide di aprirsi con se stessa e con noi lettori che fino a quel momento l’avevamo appoggiata e seguita in silenzio, avevamo parteggiato per lei e per le sue sfide.

È un mondo intero quello che crolla rovinosamente nello spogliatoio della Rubino; un mondo in cui il lavoro non ti serve solo per vivere, ma finisci a vivere per il lavoro, nove ore al giorno, tutti i giorni tranne le feste comandate; le colleghe diventano amiche, ci si scambia consigli, opinioni, si va a ballare insieme; ti prospettano una vita meravigliosa all’interno della grande fabbrica-famiglia. Che ti tradisce. Che ti uccide psicologicamente e inesorabilmente.

Resta da capire, leggere, vivere (perché la narrativa di Giulia Fazzi ha quella potente semplicità che ti fa vivere ogni parola, ogni emozione, ogni movimento dei personaggi sulla tua pelle) il modo in cui Lisa riuscirà ad andare avanti e a lasciare che la ferita guarisca. Seppure lasciando una cicatrice profonda.

Il romanzo Ferita di guerra è stato letto e segnalato alla casa editrice dal gruppo di lettori volontari iQuindici (scheda iQuindici; www.iquindici.org); è pubblicato su carta ecocompatibile ed è disponibile in copyleft sul sito de iQuindici.


Voi siete qui – a cura di Mario Desiati

minimum fax (2007), 264 pagine, euro 12,50

voi siete qui Dieci anni fa raccolte come “Best off” non sarebbero esistite. Il meglio della narrativa italiana era in mano esclusivamente al gusto e alla professionalità degli editor e dei direttori editoriali delle maggiori case editrici e riviste letterarie.
Oggi invece, oltre alle case editrici e alle riviste, c’è la rete, dove si scrivono quantità incommensurabili di racconti, reportage, blog, pensieri, riflessioni, critiche e si pubblicano altrettante riviste “digitali”. In parallelo (non così frequente in realtà il fenomeno, ma senza dubbio in crescita) alla rete vengono pubblicate riviste letterarie di vario taglio editoriale e genere in cui si dà spazio a esordienti e che in qualche modo “interagiscono” con la rete stessa.
È alla rete, alle riviste cartacee e all’integrazione/interazione fra i due media che Mario Desiati, scrittore, redattore della rivista “Nuovi Argomenti” e curatore di “Voi siete qui – Best off 2007” ha rivolto tutta la sua attenzione e la lettura, lunga, lunghissima immaginiamo.
Il sottotitolo della raccolta è “Sedici esordi narrativi”. Sedici scrittori, conosciuti attraverso la rete e le riviste più lungimiranti, e i loro racconti, reportage, pezzi di vita e storie.
Nella prefazione del curatore scopriamo che i suoi punti di riferimento per la “ricerca” sono stati gli esordienti al fine di “progettare una nuova scena, ossia scoprire le novità, assolvere al compito di scouting per nuovi autori, nuovi tipi di scritture da presentare all’editoria e al pubblico dei lettori”.
Ma cosa trova il lettore che sceglie “Voi siete qui?” Trova reportage (“I panni sporchi si lavano in Africa”, sul “percorso” dei vestiti donati alle associazioni e “Lo scasso di Poggioreale”), racconti surreali (“Le suicide de Paris”, su un improbabile suicidio di Paris Hilton e “Una notte qualunque all’Oca Banana”, in cui la morte di Gianni Versace è legata all’ultima notte di Paperon de’ Paperoni), storie di viaggio fisico e mentale (“Balcanica” di Babsi Jones), storie intense che scavano dentro il vissuto di ognuno di noi pur essendo, alcune, lontane e “sperimentali” (“Il pugile”, la storia tenera di un pugile serbo, “Domenica”, sulla perdita che strazia mentre la Storia scorre, “Bocconi”… nascosti nella gamba di un tavolo d’acciaio mentre nessuno guarda e “Muovendoci come gechi”, che merita una lettura lenta per “sentire” l’umanità che trabocca fra le parole, “Venticinque forbici”, racconto che apre la raccolta con una sterzata fra la vita che più reale non si può e la più descrittivamente potente immaginazione); un “reportage” di un vero regista porno (“Fantasilandia”), una narrazione che parte da una potente realtà (“Lampedusa”), una scrittrice che dipinge alla perfezione l’animo e la solitudine di un ragazzo (“Manco un po’”); racconti visionari (“Reincarnazione” e “Gamma Mu”) e un omaggio ad Andrea Pazienza, per ricordarlo, raccontarlo e fotografare ciò che lui è stato per molti (“La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini”).

Insomma, c’è il meglio della letteratura italiana contemporanea, il meglio delle riviste letterarie ma soprattutto c’è, da parte del lettore, il godere fino in fondo le storie, i racconti che Mario Desiati ha scovato fra mille, scelto, editato (insieme a Nicola Lagioia) e consegnato alle stampe per la casa editrice Minimum fax. E non è un caso che proprio una delle case editrici più attente agli “esordienti” ci abbia regalato un “Best off” annuale per 3 anni consecutivi.

Best off 2005 – Il meglio delle riviste letterarie italiane a cura di Antonio Pascale
Best off 2006 – Letteratura e industria culturale – Il meglio delle riviste letterarie italiane a cura di Giulio Mozzi
Best off 2007 – Voi siete qui – Sedici esordi narrativi a cura di Mario Desiati


Toilet

Toilet. Racconti brevi e lunghi da leggere in bagno. 80144 edizioni, bimestrale, 5 euro

toiletÈ bimestrale, a settembre 2007 è uscito il numero 6, è distribuita nelle librerie; ma non chiamatela “rivista”. Toilet è una raccolta di racconti che ogni due mesi vi accompagnerà tutte le volte che ne avrete bisogno, quando il vostro desiderio di leggere sarà impellente o nei momenti di solitudine e meditazione. Per dirlo con una parola, in bagno.
“Non ho mai tempo per leggere”
“E allora leggi in bagno”
“Mica ci passo le ore in bagno!”
Appunto perché non ci si passa le ore in bagno, Toilet è la soluzione più adatta per ritemprare la mente e lo spirito; racconti brevi e racconti lunghi a seconda del bisogno; e per non farvi perdere tempo, Toilet vi indica il tempo di lettura stimato per ogni racconto, in media da un minimo di un minuto a 15, 20 minuti.

Paolo Baron, Carlo Miccio, Pulsatilla, Pecora Nera, Manfredi Maria Giffone, Jun; loro sono lo “zoccolo duro” di Toilet, insieme a giovani scrittori per lo più inediti che trovano spazio in ogni numero, selezionati dalla redazione che stimola ogni due mesi la vostra curiosità.

Toilet offre anche un panorama completo su quello che oggi producono le menti dinamiche degli scrittori, dei blogger, della generazione precaria nel lavoro e nei sentimenti o di chi ha il vicino di casa che somiglia a Bill Adèn! (Toilet n.0).

Ne è passato di tempo da quel numero Zero creato per scommessa da Paolo Baron ormai quasi due anni fa. Pulsatilla ha pubblicato con Castelvecchi; i lettori hanno via via chiesto più racconti dei loro autori “da bagno” e Toilet li ha accontentati aumentando il numero di pagine a 112; le librerie d’Italia, piccole, grandi, majors e indipendenti hanno “adottato” il progetto ospitando Toilet sui propri scaffali (se siete troppo pigri per andare a prenderla, potete ordinarla su www.redscoop.com e ritrovarla dopo pochi giorni nella vostra cassetta della posta).

Toilet nasce per essere letta in bagno, ma il formato tascabile vi permette di portarla con voi anche al parco, a letto, sui mezzi pubblici… e nei bagni pubblici. Magari in quest’ultimo caso scegliete un racconto da un minuto.

www.toilet.it


Yari Selvetella, Cristiano Armati – Roma criminale

Newton Compton (2005), 476 pagine, euro 14,90

roma criminaleNell’Ottocento le questioni d’onore si risolvevano impugnando una spada e diffondendone il suono metallico lungo i vicoli, al cospetto di una folla acclamante. Quella che a noi, generazione delle pistole sembra solo una scena impressa nelle litografie d’epoca, nelle strade di Roma della fine del XIX secolo era una realtà. Personaggi noti, scrittori, giornalisti, spesso rispondevano a critiche e “affronti” sfidando a duello l’avversario; agguerriti, sfoderano la loro abilità, come i furfanti che si cimentavano nel “furto con destrezza”, senza spargimenti di sangue, senza vittime. La cronaca “grigia” si trasforma in nera quando compaiono le prime pistole.
Si uccide per denaro, per gelosia, per devianza o per noia; e ogni caso resta impresso nella memoria storica di un paese. “Roma criminale” ripercorre duecento anni di crimini, delitti, intrighi e misteri che hanno scandito le uscite dei quotidiani non solo romani, ma soprattutto italiani. Roma diventa teatro di eventi criminosi che hanno un impatto forte in tutta la penisola.
Chi non ricorda tristemente il mostro di Nerola, il caso Montesi, i tragici omicidi di Via Veneto, l’omicidio di Pierpaolo Pasolini, il massacro del Circeo, la banda della Magliana, il rapimento di Aldo Moro, la scomparsa ancora irrisolta di Emanuela Orlandi, il delitto di via Poma, la fuga di Luciano Liboni?

Yari Selvetella e Cristiano Armati danno la loro versione dei fatti, soprattutto dei casi ancora irrisolti o che hanno un alone di mistero che li avvolge e che forse li avvolgerà per sempre.
Ci sono casi in Italia per i quali ancora si discute se la soluzione a cui si è giunti sia quella giusta. Pisolini, per esempio, è stato ucciso veramente da Pino Pelosi o c’erano altre persone con lui? Aldo Moro è stato ucciso dalle BR o in qualche modo è stato “sacrificato” in nome della salvaguardia dello Stato? Emanuela Orlandi da chi è stata rapita e perché?
I due autori si fanno portavoce di quella versione dei fatti che spesso non concorda con quella ufficiale reiterata dai media.

Il libro “Roma criminale” dà quindi un’informazione completa, perché vaglia tutte le ipotesi e riflette sulle più verosimili e meno diffuse; abbiamo di fronte uno strumento d’archivio, di analisi, di narrazione.
Gli autori analizzano fenomeni come la violenza inaudita scatenatasi in un uomo, il “canaro della Magliana” nel torturare un nemico che lo vessava psicologicamente; cercano di trovare una spiegazione nel fascino suscitato da Luciano Liboni; guardano come i media hanno affrontato casi quali il delitto di Wilma Montesi, liquidato inizialmente come incidente; si chiedono, come tutti noi, perché e chi abbia permesso ad Angelo Izzo di tornare a colpire.
Lo stile, soprattutto nella seconda parte, è quello di una narrazione pura, non solo cronachistica, che emozione, spinge a reazioni di rabbia, dolore, fastidio di fronte alle scene più crudeli e cruente.

Completato da immagini, foto, ritagli di giornale, ci accompagna con il fiato sospeso, come in un thriller, attraverso la storia del nostro paese, la nostra storia. E, come nell’estate del 1975 guardando le immagini di un cadavere riverso sulla a Ostia, nel maggio del 1978 alla vista dello scempio di via Fani o nel torrido agosto del 1990, quando una ragazza di vent’anni moriva in un condominio svuotato in via Poma, ci torna nell’anima lo sgomento e il senso di impotenza di fronte a chi ci racconta una storia che purtroppo non è solo narrazione.


Riccardo Raccis – Il paradosso di Plazzi

minimum fax (2004), 197 pagine, 9 euro

raccis plazziRaccisWorld: tutto ebbe inizio con un Paradosso
Paradosso: conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile (Mark Sainsbury – definizione tratta da Wikipedia)Premessa accettabile: un omicidio premeditato
Ragionamento accettabile: organizzazione di un piano d’azione per mettere in atto l’omicidio perfetto
Conclusione apparentemente inaccettabile: classico “colpo di scena” da noir, sviluppato in modo originale e realmente inaspettato.
Questo è “Il Paradosso di Plazzi”, il romanzo di Riccardo Raccis pubblicato a gennaio 2004 dalla casa editrice minimum fax.
La prefazione di Carlo Lucarelli ci fa subito capire che siamo davanti a qualcosa di veramente nuovo. È un noir, un giallo in piena regola con delitto, indagini, alibi e interrogatori. È, però soprattutto un romanzo, spogliato dai cliché del noir e proiettato nella definizione e nel racconto di personaggi veri, intensi, reali, che vivono in un ambiente ben diverso dai fumosi bar di periferia e dai “classici” motel fuori città.
La storia si svolge in una Firenze “città”, non solo meta turistica come il mondo la conosce, e ha come fulcro una società di informatica. Il protagonista ha a che fare con colleghi ambiziosi e senza scrupoli, un’amica cieca assaggiatrice di whisky, due investigatori che sembrano usciti da un telefilm.“Il Paradosso di Plazzi” è un libro-puzzle, fatto di stimoli, storie e uno stile originale che mescola la narrazione classica a un modo di esprimere emozioni e intenzioni veloce ed efficace.Anche Riccardo Raccis è un puzzle, i cui tasselli sono il suo modo di essere, di apparire, di interagire con i fan e i lettori, i suoi interessi che condivide soprattutto con il “popolo della rete”.
È amministratore del forum ufficiale dei Motorhead – da vero cultore di heavy metal – e si offre al mondo del web con il suo mondo su web: www.raccisworld.com


Monica Ali – Brick Lane

Doubleday, 2003, 493 pagine, 12 euro

ali brick lane Hanif Kureishi, Zadie Smith, Jhumpa Lahiri, Nagib Mahfuz, Driss Chraibi. Sono tanti gli scrittori che sono nati o vivono in Inghilterra, ma hanno origini pakistane, giamaicane, bengalesi, egiziane o marocchine e raccontano storie in bilico fra la loro terra d’origine e quella di adozione.
Raccontano di famiglie, uomini, donne o intere comunità che vivono lontani dalle loro terre, da quelle in cui i genitori sono nati e cresciuti, in un rapporto di amore-odio, distacco-emulazione con la nuova patria.
Sono storie drammatiche, ironiche, emozionanti e tutte diverse, pur trattando un tema simile.
Monica Ali viene da Dacca, in Bangladesh e vive a Londra. È stata segnalata dalla rivista Granta come una delle migliori scrittrici degli ultimi dieci anni e vanta un “talent scout” di tutto rispetto. Monica Ali, infatti, è stata scoperta da Nicole Aragi, editor — fra tanti scrittori — di Jonathan Safran Foer, e lungimirante nel volere a tutti i costi pubblicare il primo romanzo della scrittrice nel 2003.
Brick Lane, pubblicato in Italia da Net con il titolo “Sette mari, tredici fiumi”, è un romanzo di donne, amiche, sorelle, bengalesi, musulmane.
Nazneen, nata prematura e data per spacciata, è costretta a sposare Chanu, un uomo bizzarro e molto più vecchio di lei, che la protegge e la vorrebbe vedere sempre in casa.
Hasina è la sorella di Nazneen, rimasta in Bangladesh, e comunica con lei attraverso lettere sgrammaticate, in un inglese abbozzato e zoppicante, ma ironico e trascinante. Le lettere sono piene di vita; la vita di chi rimane in Bangladesh e deve fare i conti con la violenza domestica, con chi ancora oggi sfigura le donne, per “punirle”, con l’acido.
Razia è la più “occidentale” di tutte, con la maglietta con la bandiera inglese stampata sopra e il figlio con problemi di droga. È lei che dice che “in Inghilterra tutto è concesso”, è lei che cerca di trascinare Nazneen nella sua english life.
Come in un cubo di Rubik, è quasi impossibile ricostruire ogni figura femminile con un solo colore. Ognuna di loro è animata da passioni, sentimenti, contraddizioni che rendono complesso e reale il personaggio. Il lettore non legge le storie dei personaggi, ma vive accanto a loro, cresce con loro, condivide le loro passioni e partecipa alle discussioni.
Discussioni che si fanno serie quando Nazneen, come mai avrebbe potuto fare, in quanto donna, nella sua terra d’origine, partecipa alle riunioni di un gruppo di attivisti; si trova così di fronte alla questione dei martiri di Allah (“non si tratta di suicidio, ma di guerra”) o deve fare i conti con un occidente che continua a uccidere suoi fratelli, lasciando piccoli orfani in giro per la Palestina.
Ma Nazneen è forte e decisa e cresce nello sviluppo della trama; ha due figlie, Bibi e Shahana, inglesi ed emancipate, lavora come sarta per rendersi indipendente, si innamora dell’affascinante Karim e prova una grande tenerezza per quel marito bizzarro e in alcune situazioni esilarante.
Brick Lane è un libro ironico, divertente, che affascina fin dalla prima pagina; e all’ultima lascia un senso di malinconia, nostalgia per tutti quei personaggi che hanno accompagnato il lettore. Dopo averli conosciuti, seguiti, amati, ci si chiede che cosa il destino riservi loro oltre il finale del libro, dove siano, dove stiano combattendo le loro battaglie quotidiane e a chi strapperanno l’ennesimo sorriso.


Paola Mastrocola – Palline di pane

Guanda, 2003, 237 pagine, euro 7,50

Leggi “Palline di pane” di Paola Mastrocola, lo gusti, lo attraversi, lo vivi e lo ricordi. Inizi a conoscere la protagonista, Emilia, fotografa quarantenne in vacanza con la figlia, il figlio Orlando Maria che fabbrica palline di pane e formaggio per andare a pescare e la baby sitter che passa le giornate a cucire.
Vivi le storie della tribù di vacanzieri che gravita attorno a Emilia pagina dopo pagina e non ti prendi il tempo per pensare. Semplicemente sei accanto alla protagonista, la studi, la scruti, cerchi anche di giudicarla, ma proprio non ci riesci. Emilia sembra cinica, superficiale, tanto da non chiedersi nemmeno perché la sua baby sitter Lucinda stia china sulla macchina da cucire per tutto il tempo. Nonostante questo provi simpatia per lei, le rimani accanto e osservi.
Ci pensa la comunità di “amici” vacanzieri a giudicarla; una comunità che trova normale che lei adotti una capra e la tenga in un appartamento in città e la critica in continuazione.
Emilia ha un marito fantasma, che la chiama ogni tanto dall’India dove gestisce un affare basato sui cordless (telefoni senza filo per un uomo che sembra mal sopportare i legami e non ascolta nemmeno ciò che la moglie gli racconta).
È sfuggente la protagonista. Sembra non provare emozioni, se non il desiderio inconscio di “piacere agli altri”, di far parte di un gruppo in cui per altro nemmeno si riconosce. Aspetta il momento in cui scatterà la foto perfetta, si isola, la cerca, ma rimane ancorata a una situazione che non la fa sentire a proprio agio.
Una scintilla nella monotonia delle sue vacanze è Lars, uno dei personaggi forti del romanzo.

Ironia del racconto, i personaggi forti, in una comunità vacanziera dell’apparenza, sono quelli che appaiono “diversi”: Lars, biondo vichingo misterioso, che vive sulla e per la sua barca a cui è legata una storia intensa; lui, presenza costante e rassicurante, seduto al bar a leggere i giornali e ascoltare ciò che accade intorno a lui; poi c’è Olli, Orlando Maria, che odia il calcio e i videogiochi, trascorre le giornate andando a pesca e sembra essere la parte pensante e riflessiva della famiglia; e infine c’è Lucinda, la baby sitter, pressoché muta che cuce in continuazione tasselli di stoffa. I tasselli di una vita, la sua, intensa e non raccontata se non alla fine quando qualcuno si accorge di lei e di ciò che ha nel cuore. E questo qualcuno non è Emilia.

Di Paola Mastrocola, “Una barca nel bosco”, storia intensa di un ragazzino che dal sud si trasferisce a Torino e da estraneo (come una barca in mezzo al bosco) inizia a godere della sua nuova “collocazione” territoriale e interiore.